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The Voice ha saltato lo squalo? Christina Aguilera pecca di Simonaventuraggine e fa cantare l’Ave Maria
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Simona Ventura sta a Sky come Christina Aguilera sta alla NBC (ovvero: considerazioni sparse su The Voice)
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Javier Colon vince The Voice
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Sono pazzo di The Voice

The Voice ha saltato lo squalo? Christina Aguilera pecca di Simonaventuraggine e fa cantare l’Ave Maria

Stasera e domani c’è la finalissima di The Voice of US. Non tutto, però, mi è andato a genio in questa edizione, nonostante il mio entusiasmo da bambinetto fanatico dopo aver visto la puntata d’esordio post Super Bowl (ribadisco, televisivamente bellissima). Prima di tutto: ventuno puntate rispetto alle dodici dell’anno scorso sono davvero TANTE. Poi uno si lamenta che la prima serata italiana dura troppo. In questo caso, tra le otto puntate da tre ore di X-Factor 5 e le ventuno da un’ora e mezza di The Voice of Us 2, quasi quasi mi viene da rivalutare le lungaggini della televisione nostrana (peccato però che la qualità delle voci in gara nei due talent non sia paragonabile manco per sbaglio).

Provo, poi, una certa delusione perché sono stati esclusi dalla gara i miei preferiti. Discutibile la scelta di Cee Lo Green eliminare il povero James Massone (e quelle due cotolette impanate che aveva al posto delle orecchie). Nonostante qualche insicurezza, aveva fatto passi da gigante vocalmente ma soprattutto dimostrava un indubbio carisma acchiappabimbeminkia, e infatti era fortissimo al televoto (dopo questa sua esibizione Blake Shelton affermò “I almost threw my panties on stage”: concordo, a momenti pure io).

A sorpresa (anche del diretto interessato, dato per vincitore fin dall’inizio) Cee Lo in semifinale elimina dalla sua squadra anche Jamar Rogers, l’ex carcerato malato di HIV, per salvare Juliet Simms, unica donna finalista che ha cominciato a dare cenni di vita solo un paio di settimane fa, capendo che bisogna puntare sull’emotività per far breccia sull’audience. Juliet piange prima, dopo e durante le sue esibizioni: come la Amoroso, praticamente, a cui fisicamente somiglia pure un po’ (stesso canappione). Brava è anche brava, ma definirla stracciapalle atomica è un complimento.

Imperdonabile Christina Aguilera per non aver salvato Lindsay Pavao (la mia personale vincitrice): il regolamento prevede che durante la semifinale il televoto decida chi mandare in finale, ma il giudice di ogni categoria ha la possibilità di “correggerlo” preventivamente schierandosi apertamente per uno dei semifinalisti rimasti in gara. La bombolosa Xtina ha deciso di fare l’ignava cedendo con codardia la responsabilità agli smartphone dei televotanti d’America. Lindsay tecnicamente era meno preparata di altri concorrenti, ma meritava che qualcuno scommettesse fino in fondo sulla sua unicità vocale, che andava messa in luce con canzoni in cui si potesse sentire maggiormente a proprio agio rispetto a quelle poco adatte assegnatele nel corso delle settimane dalla sua giudice. Ma la Aguilera voleva “sperimentare” (proprio come la peggior Simona Ventura) e l’ha mandata prima in confusione e poi a casa, grazie al braccio armato del televoto che ha eletto finalista Chris Mann, quello a cui è dedicato il titolo di questo post. Fargli cantare l’ Ave Maria tra i lumini cimiteriali, come se si trovasse al funerale della vecchia zia mentre già pregusta le gioie del lascito testamentario, è stata una decisione pessima che ha abbassato in un colpo solo la qualità dello show, dimostrando che il cattivo gusto di certe “scelte gigione” non è prerogativa solo dei talent nostrani.

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Simona Ventura sta a Sky come Christina Aguilera sta alla NBC (ovvero: considerazioni sparse su The Voice)

Questo post è lungo, lo sintetizzo per chi non ha tempo/voglia:

The Voice of US edizione 2, attualmente in onda sulla NBC: voto LOOOOOOVE

The Voice of Italy edizione 1, in preparazione per il prossimo autunno su Rai Due: voto ABORRO PREVENTIVAMENTE

 

lindsey paveo christina aguilera
Visto che abbiamo recentemente disquisito sulla qualità in televisione, vi informo che ho trovato il mio “intrattenimento di qualità” in The Voice of U.S. La versione a stelle e strisce di un format olandese di grande successo nel mondo, che nel contesto americano dà il meglio di sè grazie anche all’internazionalità del cast giudicante (e tutorante). Ne scrissi già un anno fa e oggi potrei riciclare quel post (anche perché questo talent mi sa che lo guardiamo solo io e un ex concorrente di X-Factor che preferisce rimanere anonimo a cui ho passato i torrent) ma non lo farò. Perché, stando alle news della rete, il format arriverà anche in Italia il prossimo autunno. E quando tutti lo etichetteranno come nuovo fenomeno musicaltelevisivo, troverò molta più soddisfazione nel bullarmi spocchiosamente facendovi notare con l’indice puntato e una fastidiosa aria di superiorità che “io ve l’avevo detto”.

Nonostante io lo ami alla follia (ma di un amore inspiegabile, come tutti i grandi amori), in cuor mio speravo che il programma non arrivasse mai qui da noi (d’altronde se lo amo davvero, ci tengo a preservarlo dalle brutture del mondo). Oppure, se proprio doveva, avrei preferito una messa in onda ritardata nell’anno 2073: io sarei stato seduto alla destra del Creatore da un pezzo, e l’amato The Voice in vedovanza non avrebbe più rappresentato un problema per me o per questo blog. Avrebbe potuto pure condurlo un’anziana Mia Facchinetti e avere tra i giudici Andrea D’Alessio di Amorilandia e neanche questo avrebbe più rappresentato un problema. Invece Raidue mi riporta con una bella doccia fredda nel presente, e non voglio nemmeno pensare all’ennesima conduzione sloganistica di Fucky padre, o a quella da ecodoppler sbiadito di Daniele Battaglia, oppure a quella da Disney Club di Nicola Topogigio Savino (proporrei per quest’ultimo una decorosa – ma anche indecorosa – buonuscita dalla Rai, e qualche anno passato a sgusciare le mandorle con le ginocchia).

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Javier Colon vince The Voice

Grazie a Chinaski che me lo fa notare: io devo ancora vedere la finale di “The Voice”, ma posso bellamente tirarmela quel tanto che basta. Scrivevo due mesi fa:

Il vincitore in pectore sembra essere un padre di famiglia del Connecticut che ammette con grande dignità le sue difficoltà economiche e canta una personale versione acustica di “Time After Time” scatenando il delirio del pubblico e la standing ovation dei giudici.

Così è andata, ma soprattutto strabilianti sono stati i risultati d’ascolto per il nuovo talent della NBC, la cui particolarità è di avere i casting effettuati “al buio”, con i giurati voltati di spalle, e di esibire una formula di gara snella, appassionante, lineare, metodica e mai confusionaria o sopra le righe (notare nel video qui sotto l’incredibilmente sobria proclamazione del vincitore). Confermo l’impressione positiva sulla vera rivelazione dello show, Christina Aguilera, davvero a suo agio nel ruolo della giurata-oca-giuliva, sempre sul pezzo e sempre pronta a sfoderare inaspettata personalità, grinta e arguta capacità di giudizio. Forse l’unico appunto che si può fare al programma nel complesso è il suo eccessivo buonismo: ma fin dall’inizio è stato impostato come “talent dei buoni sentimenti” e non ci si poteva aspettare altro, tantomeno lacrime e/o sangue, data la qualità molto elevata (e la palese professionalità) dei concorrenti in gara.

Buoni sentimenti, semplicità e professionalità, infatti, sono senz’altro tra i segreti del successo di The Voice, dove non c’è spazio per i teenager con ambizioni televisive strappati alle scuole dell’obbligo, né per ha chi ha solo voglia di apparire. Il filtro iperselettivo delle “blind auditions” era un’arma a doppio taglio e poteva trasformare il programma in un freak-show di quart’ordine; invece, il senso della misura non è mai stato perso, mantenendo alto lo standard qualitativo da programma tv per famiglie, conferendo credibilità allo show e agli artisti che vi hanno partecipato, mai completamente inesperti, ma nella maggior parte dei casi musicisti di professione già in attività che ancora non erano riusciti a trovare una loro “collocazione discografica”, né il successo popolare.

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Sono pazzo di The Voice

The Voice of USDato l’eccezionale battage pubblicitario degli ultimi mesi, non potevo non dargli un’occhiata. Risultato: sono stato letteralmente rapito da “The Voice”, il nuovo talent show che batte sulla NBC e che ha fatto registrare una storica (e, col senno di poi, comprensibile) impennata negli ascolti della rete.

Il bello è che, sulla carta, non pareva niente di che. L’idea non è né più né meno quella di ogni talent  in cui dei concorrenti si esibiscono davanti a dei giudici, i quali li promuovono o li bocciano. In questo caso, però, i giudici sono girati di spalle e, detta così, all’inizio non mi pareva una gran trovata. In realtà, la forza del programma sta tutta lì: nel fatto che il telespettatore sa chi c’è sul palco mentre i giudici possono sentirne solo la voce e premere un pulsante – nel caso in cui ciò che sentono li convinca o li incuriosisca – per girare di 180° sul loro scranno e trovarsi faccia a faccia con il “proprietario” della voce. Se nessun giudice preme il tasto, il concorrente è eliminato; se solo uno preme il tasto, il concorrente entra automaticamente nella squadra da lui capitanata; se più di un giudice preme il tasto, sul concorrente ricade l’onere di scegliere a quale squadra aderire. Quest’ultimo caso (che si verifica piuttosto spesso) scatena i momenti più divertenti in cui i giudici battibeccano e promuovono se stessi affinché il concorrente – evidentemente talentuoso – decida di appartenere ad una squadra piuttosto che ad un’altra. L’espressione “PICK ME!” è già un tormentone ed è curioso vedere artisti affermati che pregano emeriti sconosciuti affinché li adottino come coach.

Christina Aguilera, unica donna del cast, risulta alquanto ocheggiante (ad un concorrente, dopo averlo visto, ha chiesto “scherzosamente” di togliersi i pantaloni) oltre che infinitamente logorroica, tanto da essere bersaglio dei colleghi (in particolare Adam Levine dei Maroon Five che io pensavo si pronunciasse LEVAIN e invece scopro si pronuncia LEVIN) i quali la sfottono di continuo, ma lei sta al gioco finendo per risultare totalmente cretina ma – incredibile a dirsi – irresistibilmente simpatica (che poi, diciamola tutta, la simpatia televisiva è l’ultima carta che si può giocare, onde evitare di sprofondare nel baratro dell’oblio dopo i suoi recenti flop professionali). Danno la schiena al palco anche Cee Lo Green (ovvero il nano obeso e tamarro di “Fuck You”), un po’ borioso a dire il vero, e Blake Shelton, cantante country di successo che, onestamente, non conosco e sto bene così, dato che è portabandiera di un genere poco internazionale e che più di ogni altro identifica i peggiori stereotipi di un popolo e di una nazione: con le dovute proporzioni il country di Blake Shelton sta all’America come le neomelodie di Gigi D’Alessio stanno all’Italia.

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