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Sarabanda (ovvero: la celebrazione non necessaria di Belen Rodriguez)

Sarabanda (ovvero: la celebrazione non necessaria di Belen Rodriguez)

Probabilmente pochi ricordano che nel settembre 1997, quando “Sarabanda” esordì con l’allora meshato Enrico Papi alla conduzione nel preserale di Italia 1, non aveva un format ben definito e non era nemmeno un quiz. Il primissimo “Sarabanda” era un varietà appendice del rotocalco gossiparo “Papi Quotidiani” in cui il conduttore alternava (pioneristicamente, per l’epoca) paparazzate d’antan e notizie di nessun pregio al caos ricreato in studio con canzonette ispirate a “Non è la Rai” (defunto da un paio d’anni, ma i cui germi non erano ancora stati completamente debellati dai ricercatori dei laboratuàr Mediaset), telefonate dei telespettatori con richieste musicali interpretate da cantanti anni 60 e dediche ai parenti in stile emittente locale. Prefiguratosi rapidamente come un comprensibile flop, dopo un mese di messa in onda “Sarabanda” venne riprogettato da cima a fondo, mantenendo presentatore e cast, trasformandolo nel più popolare (e riuscito) dei quiz musicali della televisione italiana dai tempi del “Musichiere”. Tanto da raggiungere indici Auditel così alti da mettere in pericolo l’egemonia dell’access prime time di Striscia La Notizia, che obbligò il quiz di Papi ad uno spezzettamento inusuale in quel periodo, in modo da andare in onda con le parti salienti sopra alle interruzioni pubblicitarie di Canale 5 (strategia suicida che funzionò miracolosamente per un certo periodo ma che poi ne segnò il destino) e che, in un’edizione speciale senza pretese di prima serata a febbraio 2003, fece vacillare nientepopodimenoché il Festival di Sanremo di Baudo tallonandolo in ascolti.

Il “Sarabanda” di allora si ricorda soprattutto per la formula semplice, leggera ed appassionante: un crescendo ben congegnato (quasi “rossiniano”, oserei dire usando una metafora a tema) che “verticalmente” faceva aumentare l’interesse quotidiano del pubblico contestualmente alla riduzione dei concorrenti in gara e all’incrementare della difficoltà dei quiz (tutti basati su giochi a tematica musicale, dove scopo di ciascuno era indovinare il titolo di una o più canzoni), mentre “orizzontalmente” garantiva il coinvolgimento a lungo termine nelle storie dei campioni che erano tali non per caso, ma perché ferrati sull’argomento e con i quali si entrava ogni sera di più in una sorta di “confidenza a distanza”, scoprendo le loro vite da “persone vere” (o da casi umani, talvolta) oltre che da campioni e personaggi costruiti dalle dinamiche di forza maggiore del game show. Forse era un inconsapevole esperimento di reality ante litteram.

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