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Rihanna – Talk That Talk, la recensione definitiva

Rihanna – Talk That Talk, la recensione definitiva

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Poteva essere un album Mario Monti (ovvero: conoscendo il precedente non si poteva fare peggio) e invece quello nuovo di Rihanna è un album Grande Fratello (cioè: un appuntamento annuale con la solita minestra riscaldata). Una minestra di cui non puoi nemmeno lamentarti più di tanto perché sarebbe un’operazione troppo ovvia e facile, talmente poco impegnativa che rispecchierebbe appieno il poco impegno profuso per confezionare un disco che ha tutto il sapore della più insipida delle bustine istantanee Knorr. La recensione migliore sarebbe ignorarlo, ma forse vale la pena prendere atto che esiste, questo “Talk That Talk”, abbassare l’asticella delle aspettative e parlarne ipocritamente come se fosse un disco che ha qualche significato nel panorama musicale contemporaneo.

Anche perché in Riri c’è sempre qualcosa da salvare. Ad esempio, è una stacanovista vera: le faranno pure cantare canzoni improponibili, ma non si ferma un attimo (forse dovrebbe) ed approccia il suo lavoro – da sempre – con grande serietà e professionalità, lontana dai gossip scadenti, riuscendo a trasformare in successi anche prodotti che hanno meno appeal degli orridi peluche made in China.

Io i buoni propositi ce li ho messi, ma ascoltare questo disco costa un grande sforzo. Penso che sia anche compilato male, perché le canzoni peggiori sono contenute nella prima parte mentre quelle un po’ più decenti nella seconda, dunque l’ascoltatore non è mica tanto invogliato ad ascoltarlo dall’inizio alla fine. Se esistessero ancora le musicassette, sarebbe consigliabile cominciare l’ascolto dal “lato B”, e riciclare il “lato A” per registrarvi rumori a caso (ad esempio: io ho scoperto che il cicalìo della spia della cintura di sicurezza in auto è molto più gradevole di certe canzoni di quest’album). Ma vivendo nell’era della musica liquida, un album come questo si può scomporre e riassemblare a piacere. Anche perché non segue alcun filo logico o di coerenza. In “Talk That Talk” c’è un pout-pourri di generi buttati lì senza una spiegazione razionale, e non poteva essere altrimenti considerata la fretta con cui è stato fatto uscire.

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