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Mandy Moore – I could break your heart any day of the week
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The Bastard Sons of Dioniso – L’Amor Carnale
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Noemi – Briciole
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Lacuna Coil – Shallow Life
5
Eminem – We Made You

Mandy Moore – I could break your heart any day of the week

Per me, Mandy Moore, è come Lucilla Agosti: può sparire dalla circolazione per anni, ma io mi ricorderò sempre di lei; può non filarsela nessuno o cadere in disgrazia, ma io avrò sempre un posticino caldo dove ospitarla e offrirle latte e biscotti; può fare anche la peggiore porcheria dell’universo (e voglio precisare che non è questo il caso, anche se con il video qui sotto c’è andata molto vicino), ma per me sarà sempre qualcosa di meravigliosamente meraviglioso (**blink** – occhi a forma di cuore – **blink**).

The Bastard Sons of Dioniso – L’Amor Carnale

A grande richiesta (anzi, grazie per avermi avvisato che esiste perché avevo un principio di blocco renale, ma la visione di Gaudi tra i figli dei fiori, ha avuto su di me l’effetto di 100 tisane), ecco il video de “L’Amor Carnale” con i tre  Bastardi già noti alle cronache, più un Bastardo onorario aggiunto (ricordo il suo volto in qualche intervista nel daytime di X-Factor: immagino sia un amico d’infanzia della band, oppure, come dice un commentatore su Youtube, Raffaele Sollecito).

ps: sì, ma quando esce il video della canzone di Jury? Eh, quando? Quando?

Noemi – Briciole

Video ufficiale per la vincitrice morale di X-Factor, tra trucco pesante, chitarre e palle frantumate. Con buona probabilità è il miglior inedito tra quelli lanciati dal talent show di Raidue (eh, però quello di Jury… ok, vabbè, evito che è meglio…) anche se non sono proprio sicuro che sia la “nostra” Noemi: chi mi garantisce che non è quell’altra? E’ pettinata uguale, le manca solo la corona in testa e il ciondolo di “Papi” al collo.

Lacuna Coil – Shallow Life

Qual è la rockband italiana più amata nel mondo, ma praticamente semisconosciuta al “pubblico generico” in patria? No, non sono i Cugini di Campagna e neppure i Pooh. I Lacuna Coil hanno all’attivo centinaia di concerti tenuti sui palchi dei più prestigiosi festival d’America, Nordeuropa, Australia, Giappone, nonché un incoraggiante piazzamento dei loro lavori ai piani alti della classifica discografica più importante d’oltreoceano, la Billboard; sul loro curriculum sono vidimate le simpatie della famiglia Osbourne (e chissà se è un bene), ma in Italia nemmeno un’ospitata nel daytime di X-Factor. La costruzione del progetto Lacuna Coil passa per anni di dura gavetta e competenza musicale acquisita sul campo con un’abnegazione raramente riscontrabile nei musicisti italiani moderni che, anziché imbracciare le chitarre e farsi il mazzo suonando in giro, preferiscono guadagnarsi una fama effimera nei talent show. Di sicuro c’è anche una componente di fortuna, arrivata dopo anni di prove, tentativi, smussamenti di genere e restyling sonori durante i quali la band si è mossa attorno ad un obiettivo sempre più messo a fuoco fino a centrarlo nel 2006 con l’album “Karmacode“.

“Karmacode”, pur essendo un lavoro non esente da difetti (tra i più evidenti alcune stesure non perfettamente riuscite e delle parti cantate in un inglese alquanto maccheronico), era un album sorprendentemente genuino che stava traghettando la band dagli esordi gothic-metal all’attuale pop-rock radiofonico. L’ibridazione dei generi (e lo straordinario equilibrio con cui veniva presentata), foriera del cambio di pelle a cui Cristina Scabbia e soci stavano andando incontro, suonava come qualcosa di innovativo, interessante, che sotto ad una velata ammiccantezza nascondeva un’anima rock decisamente intensa (aiuto, parlo come la Ventura, ormai).

Il follow up uscito in questi giorni, “Shallow life“, vorrebbe correggere gli errori del passato affidandosi al produttore Don Gilmore (Linkin Park, Avril Lavigne, Pearl Jam). Ma se per quanto riguarda tecnica, arrangiamenti e mix si può parlare di evoluzione, non si può dire lo stesso per i “contenuti artistici“: il cambio di genere è ormai completamente compiuto e i Lacuna Coil, orfani del meticciato musicale tra il funereo ed il ruspante, hanno preso la via glamour del rock-pop con influenze quasi-dance o quasi-rnb, lasciando qui e là qualche schitarrata ruffianamente pseudometallica per non rischiare che i loro vecchi fans li aspettino in un retropalco per massacrarli con un cric.

La voce della Scabbia (leader carismatica del gruppo, considerata dalla stampa internazionale una delle donne più sexy del rock mondiale) è indubbiamente ciò che di meglio offre questo disco; peccato che in quasi tutte le canzoni (e onestamente non riesco a spiegarmene il motivo) venga ostacolata dal cantato maschile di un’instabile Andrea Ferro, vocalmente eccessivamente presente, il quale risulta a dir poco imbarazzante per la pronuncia ìnglisc stile Roberto Benigni alla Notte degli Oscar.

Se i Lacuna Coil, per un certo periodo, hanno rappresentato la risposta del “rock vero”  alla pochezza gothic-patinata che imperava per (de)merito delle colonne sonore dei film fantasy hollywoodiani, oggi la band milanese sembra aver ceduto alle lusinghe della commercialità un po’ qualunquista ed il video del  primo singolo (“Spellbound”) girato in una location extralusso gentilmente offerta da Dolce e Gabbana, ne è una tragica conferma. Le rockband che possono permettersi di essere alternative e trendy contemporaneamente si contano sulle dita di una mano e i Lacuna Coil, stavolta, non hanno centrato questo – forse un po’ troppo ambizioso – obiettivo.

Eminem – We Made You

Il nuovo corso Eminemiano è la copia carbone del vecchio corso Eminemiano, ma con dieci anni di stanchezza in più sul groppone: il rapper bianco non è più convincente come un tempo, le sue invettive contro le star all’anidride carbonica che riempiono quella società che tanto stigmatizza e che ha reso lui stesso una star all’anidride carbonica, risultano forzate e poco credibili; tutto sa di già ampiamente citofonato. Nell’arrangiamento di “We made you”, singolo apripista per il nuovo album “Relapse”, si intravede (o sarebbe meglio dire “si intrasente“?) una necessaria attualizzazione sonora, ma lo stile – nel complesso – è alquanto statico e sbiadito: taceva da anni, Eminem, ma ora che è tornato sembra ancora ostaggio degli anni 90. Da un certo punto di vista non è un male, ma oggi come oggi l’aspettativa minima era di sentire qualcosa di diverso. Invece, pare proprio che bissare i successi del passato (“The real Slim Shady” o “Stan” sopra tutti) sarà tanto probabile quanto trovare Nilla Pizzi in guepiere sul paginone centrale di Playboy. E anche questo, indubbiamente, non è un male.

Tra le trascurabili parodie che compaiono nel video (manca solo quella di Rosy Bindi, che peccato), menzione d’onore per Derrick Barry, l’impersonator di Britney Spears, già volto a noi noto per essere una delle rivelazioni del reality show d’oltreoceano “America’s Got Talent”.

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