Category - Fiction

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Faccia D’Angelo – la serie sul Boss del Brenta vista da un residente
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Il “best of” di tutta la stagione canalecinquesca (ma anche un po’ italiaunesca)
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L’isola dei segreti
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Crimini Bianchi
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Il Qolossal definitivo
6
Donna Detective
7
Ugly Poshy [VS] Maria de Cesaroni

Faccia D’Angelo – la serie sul Boss del Brenta vista da un residente

Questo post è lungo, lo sintetizzo per chi non ha tempo/voglia:

Casso!

Un bambino prodigio, un’infanzia nella mediocrità della campagna veneta, il boom economico, una rapida ascesa nel mondo della criminalità organizzata approcciata con un metodo imprenditoriale che gli consentirà di diventarne il lider maximo. E il conseguente ed inevitabile declino. Non è la mia biografia (mi manca la parte del boom economico), ma quella di Felice Maniero, meglio noto come Faccia D’Angelo (o il “Toso”), così come è raccontata nella miniserie in due puntate in onda su Sky.

Ammetto che ero pronto a stroncare la fiction a scatola chiusa: d’altronde, le altre due produzioni seriali di Sky che vidi a suo tempo, mi lasciarono abbastanza perplesso (Romanzo Criminale: capolavoro per molti, a me è sembrato un prodotto eccessivamente in stile “vorrei ma non posso” dove l’abbiocco era dietro l’angolo; Moana: tanto rumore per nulla, un esempio lampante di come sprecare un’ottima occasione).

Partivo con tutti i miei recettori sensoriali in modalità ipercritica ON anche perché, in questo caso, non si parlava di vicende accadute in un altro spazio/tempo, ma la storia di “Faccia D’Angelo” è ambientata nella Riviera del Brenta degli anni 80, e il sottoscritto c’è nato e cresciuto in quei luoghi e in quegli anni lì. Il tentacolare mito di Felicetto, presente in ogni dove senza mai esserci veramente, era vivo e – nel bene o nel male – intrigava. Insomma, disponevo di tutta la necessaria esperienza di vita vissuta per diffidare dall’ennesima superficiale fiction italiana che propone scene didascaliche e ricostruzioni all’acqua di rose. Invece, una volta tanto, sono rimasto piacevolmente sorpreso.

Il Veneto, all’infuori del suo capoluogo, non è mai stata una regione molto televisiva né mediaticamente attraente. I suoi abitanti, poi, non sono certo l’emblema della simpatia (lo scrivente escluso, ostrega!). Le uniche rappresentazioni in tv che ricordo di questa regione sono ridicole e di stampo macchiettistico (vedi: “chi gà sugà el canal?”). Temevo che anche Sky scadesse nella faciloneria da spot Tasciugo De’ Longhi e invece il punto di forza della fiction sta proprio in una localizzazione e tematizzazione perfetta. Oltre al lavoro di acquisizione delle vicende (da un libro, dalle cronache locali) e della loro rielaborazione narrativa per trasporle in fiction, si nota una grande opera di adattamento e di contestualizzazione volta ad incastonare il racconto nella campagna veneta dell’epoca (che, ahimé, non è molto diversa da quella odierna) affinché tutto sia più che mai credibile. Credibile agli occhi dei veneti, intendo, che quel periodo l’hanno vissuto sulla loro pelle e a distanza di anni lo conservano come un brutto e vecchio tatuaggio, sbiadito ma indelebile.

Complice una straordinaria interpretazione di Elio Germano (che mutua mutua accenti e modi di dire locali risultando più credibile di molti veneti nativi che fanno di tutto per devenetizzarsi) ed un cast mediamente capace, ivi compresa una sorprendente Katia Ricciarelli nel ruolo della mamma del boss, quello di “Faccia D’Angelo” è un affresco della “venetanità” di provincia tagliente e genuino, aderente alla realtà e contemporaneo nella rappresentazione delle sue contraddizioni (la famiglia tradizionale e l’immancabile “mona” extraconiugale, la rapina tutti i giorni tranne la domenica perché c’è la messa, l’eterno conflitto tra il nord operoso e la cosiddetta “Bassa Italia” nullafacente) in cui chi ha le proprie radici in questi luoghi, non può non ammettere di riconoscersi.

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Il “best of” di tutta la stagione canalecinquesca (ma anche un po’ italiaunesca)

Ci siamo resi conto insieme e molto presto su Facebook (e chi c’era lo sa, infatti ringrazio tutti per la partecipazione al “live” improvvisato, nonché Grazia per il titolo di questo post, concepito sulla bacheca di FB) che “Non smettere di sognare“, capolavoro di produzione italiana (e prima fiction Mediaset ad essere girata in alta definizione: non c’era modo migliore per esordire) andato in onda stasera su Canale 5 avrebbe ridefinito il significato finora conosciuto della parola “imbarazzo“.

Stella (meglio nota come Eva dei Cesaroni) e Anna (meglio nota come cassettiera a tre ante dell’Ikea) sono due sorelle orfane e – siccome le disgrazie non vengono mai sole – entrambe covano nel profondo del cuore l’irranggiungibile sogno di fare la ballerina. Ma non alla Scala, all’Operà, o al Bolscioi: no, il sogno che hanno promesso alla madre sul letto di morte di realizzare è di diventare delle soubrette da talent show televisivo di matrice defilippiana. Uno show di categoria talmente bassa che la presentatrice è Emanuela Tittocchia, appena passata dal falegname per farsi dare un’accorciatina a quelle protuberanze ossee che le sono spuntate sulla fronte dopo anni di fidanzamento mediatico con Fabio Testi.

Passano gli anni, pieni di delusioni e di porte sbattute in faccia per le due sorelle: Anna si ritrova a fare la cameriera a Milano, mentre Stella squarta anguille al mercato del pesce di Genova. Anna, però, ha nel curriculum la partecipazione al nuovo video di Tormento dei Sottotono che recita, nei panni di se stesso, il ruolo della grande star della musica nazionale. Già questo sarebbe sufficiente per collocare la meravigliosa fiction nel genere “fantascienza”, tra i Visitors e Star Trek Next Generation. Con l’aiuto di Stella che si innamora provvidenzialmente del produttore televisivo Roberto Farnesi (e se ne innamora solo perchè la tenera espressione di lui le ricorda tanto quella delle anguille che squartava al mercato), Anna si guadagna un posto nel talent show, ma viene estromessa prima ancora di iniziare in quanto si presenta in scena ubriaca come la peggiore Amy Winehouse. Stella, che non molla la sorella etilista, assiste per caso ai provini e viene invitata a prendere il posto vacante da un ingrifatissimo Farnesi durante un appuntamento romantico avvenuto sopra un paracarro dove i due passano una indimenticabile serata ad ammirare la tangenziale meneghina respirando smog a pieni polmoni.

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L’isola dei segreti

Il sindaco di Roma ha recentemente attaccato le fiction nostrane, affermando che trasmettono insegnamenti negativi. Da fiction tipo “L’isola dei segreti” (thriller di Canale 5 in quattro puntate diretto da Ricky “aceto balsamico” Tognazzi), però, è impossibile trarre qualsiasi tipo di insegnamento. Anzi sembra una fiction pensata per un pubblico talmente babbeo che se imparasse qualcosa – anche di negativo – sarebbe un miracolo.

Ne “L’isola dei segreti”, Romina Mondello – una che dai tempi di Non è la Rai ad oggi, dove la metti sta – veste i panni di Maria Grimaldi, affascinante donna&detective che ritorna al suo paese di origine per sposarsi. Il paese è arroccato su un’isola “di fantasia” di nome Korè dove tutta la gente parla dicendo “miiiiiiiiiiinchia” oppure “mìììì è il ggghiorno del nostchro matchrimonnio” oppure “mi stà pigghiandu pe’ fessa?” e il piatto nazionale è la granita.

Appena la poliziotta Mondello rimette piede sulla sua terra natìa, cominciano a verificarsi misteriosi  accadimenti. Maria parla con una donna anziana che, però, trapassa durante il dialogo, causa eccessiva lunghezza dello stesso. Poi un gabbiano col cambio automatico si schianta sul suo abito da sposa perdendo talmente tanti litri di sangue che se lo sapessero quelli dell’Avis sospenderebbero le donazioni a tempo indeterminato. Altri ettolitri di liquido ematico escono da un sito monolitico in stile Stonehenge (Roberto Giacobbo sta preparando una puntata speciale di Voyager in merito), il fratello di Maria muore durante l’addio al celibato del futuro cognato (la spogliarellista ingaggiata, evidentemente, ha fatto fin troppo bene il suo lavoro) e, una notte, la protagonista viene assalita dal fantasma di Padre Maronno.

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Crimini Bianchi

Guardare Crimini Bianchi dopo Grey’s Anatomy è come uscire felici dal banchetto di un matrimonio e venire travolti fuori dal ristorante da un carro funebre ingolfato. La serie, già declassata dalla prima serata di Canale 5 alla mezza-sera di Italia 1, è riuscita nell’intento di far precipitare gli ascolti della serata Hot Doc, baluardo di serialità americana, trainando nel baratro di share sia le avventure stranamorose della dottoressa Grey, che quelle del siliconico telefilm seguente, Nip/Tuck.

Nata tra le polemiche dell’ordine dei medici, che in questa sede non ci interessano (però è sicuramente da leggere la scheda dai toni polemici su Wikipedia), Crimini Bianchi avrebbe la pretesa di raccontare le storie di malasanità del nostro Paese. Lodi lodi lodi (direbbe il “comitato”), se il risultato finale non fosse simile ad un vago scimmiottamento di NCIS con le sinapsi bruciate dalla lentezza narrativa e dall’inutilità dei temi affrontati. Crimini Bianchi racconta le (dis)avventure di una non meglio precisata squadra di medici-investigatori all’amatriciana guidata da Daniele Pecci, prof-segugio bello e dannato, le cui lezioni universitarie sono superate per interesse solo dai libri di cucina di Maria Scicolone; suo braccio destro è l’avvocato Ricky Memphis, padre coraggio di una teenager che avendolo come genitore dimostra di essere molto più coraggiosa di lui; immancabile la biondazza al seguito: Christiane Filangeri, ex ragazza Tim, oggi Izzie Stevens de noantri, che passa le puntate a sorseggiare acqua minerale e a fissare il vuoto, assumendo ora un’aria interrogativa, ora un’aria perplessa, mentre disegna cerchi con le labbra come se stesse inviando baci muti al suo cameraman di fiducia.

Sinossi della scorsa puntata: un ragazzo si suicida inspiegabilmente gettandosi dal tetto di un ospedale. Il padre dello sfortunato ventenne si rivolge al bel Pecci, convincendolo ad occuparsi del caso, nel nome della coerenza che egli insegna ai suoi allievi dell’università dei dormienti. Si scoprirà molto presto che il suicida era depresso per amore (la creatività della fiction italiana non ha limiti) e la di lui famiglia incolpa l’ex fidanzata un po’ schizzata che, poco tempo prima, lo aveva mollato come un agnolotto in acqua bollente. La ragazza non si dà pace: lei non avrebbe mai voluto la morte così tragica del suo ex, anche perché ne era ancora perdutamente innamorata, come confida in gran segreto alla dottoressa-e-amica Filangeri che per sdebitarsi le insegna la tecnica per superare il record mondiale di cerchi con le labbra in un’unica inquadaratura. Ma la giovane è disperata e tenta a sua volta il suicidio. Per fortuna, l’intuito femminile della Dottoressa Filangeri (che diede la tesi in medicina con la Dottoressa Tirone come relatrice), fa scoprire alla squadra che il ragazzo suicida aveva fatto uso di una crema antibrufoli (sic!) comprata via internet (doppio sic!!) che poteva provocare effetti allucinogeni e spingere al suicidio (triplo sic!!!). Una scoperta talmente sconvolgente che induce lo stesso Pecci a fare irruzione con i colleghi nel bel mezzo di una conferenza stampa in cui i dirigenti della multinazionale farmaceutica produttrice dell’unguento stavano ufficialmente presentando al mondo il Topexan 2.0 come la più grande scoperta della medicina moderna, dopo lo Scioglipancia firmato Wanna Marchi. Fondamentale il ruolo di Memphis che, trovando un motorino abbandonato in un bosco e la sua proprietaria agonizzante distesa due metri più in là, anziché intervenire per tentare di salvare la vita alla ragazza, si ferma ad osservare da ogni angolo il mezzo di trasporto ammaccato, riuscendo a pronunciare, dopo tre quarti d’ora di contemplazione silenziosa del manubrio, la battuta: “ahò, guarda, questo è ‘n motorino!”.

Il Qolossal definitivo

Ho abbandonato “Il Sangue e la Rosa” a mezz’ora dall’inizio della prima puntata, dopo aver visto la protagonista (una specie di Francesca Dellera sgonfia in abiti coatto-barocchi, quando ce li aveva) slinguazzarsi due stalloni dallo sguardo vitreo chiedendosi: “Chi dè sti due bàscia mejo? Giulio co ‘ste mani gggentili o Rocco co ‘ste mani da omo?”.

Ho sfidato Elena, antenne puntate sul trash televisivo ed ormai collaboratrice ufficiale di questo blog, a sorbirselo fino alla fine, ma anche lei non ha retto

Uno degli impegni presi con Chissene era quello di spipparmi il Grande Colossal Mediaset dell’autunno ma… purtroppo non ho resistito e ho dato forfait alla seconda puntata. Nella prima puntata tutto si apre con un omicidio e quindi si passa a due ragazzotti del popolo: un lui e una lei. La giovinetta ha un’anima ribelle e legge libri proibiti mentre lui è un burino che vorrebbe solo rifarla nuova sotto l’albero dove passano le giornate. Subentra poi un terzo giovanotto di nobili origini; i tre nell’arco di un nano secondo diventano amici per la pelle, si immergono in un lago e ne escono mezzi nudi con 10 anni di piu’. L’anonimo biondo ha dalla sua che è un bel figliolo che merita a guardarlo ma nulla di piu’: se mettessero una sua sagoma di cartone mossa da dei fili sarebbe lo stesso effetto in quanto a recitazione e mimica facciale. Il tanto decantato Gabriel Garko (ma da chi????) che su Sorrisi (ah, ecco!) dichiara di essere un attore e non un Sex Symbol è l’apoteosi del disgusto e avrebbe bisogno seriamente di un doppiatore. Infine c’è lei: la protagonista femminile… Ti aspetti una bella topa o aleno una brava attrice… niente, non ha nessuna delle 2 doti ed è veramente di un’inutilità pazzesca… Già dopo 20 minuti ho iniziato a perdermi in mezzo a miscugli deliranti di mogli infedeli, mariti ammazzati, nobili amici di plebei, rivoluzionari, fughe senza senso, cardinali corrotti, figli illegittimi, incesti e altre amenità attinte dai piu’ svariati scenari già visti e rivisti… E’ un po’ come seguire Vivere, solo che è ambientato in un’altra epoca. Guardare sta roba è come rotolarsi nelle ortiche: ammetto che la scorsa settimana a un certo punto son dovuta correre in camera a leggere un libro per compensare la dose di ignoranza appena ricevuta.

Ugly Poshy [VS] Maria de Cesaroni

Nuova stagione televisiva in fermento e star di ogni genere che si espandono come virus WormW32. Voci di corridoio annunciano che Victoria Beckham interpreterà se stessa in Ugly Betty. La fiction italiana risponde con Maria De Filippi assoldata nel cast dei Cesaroni. Dopo questo mi aspetto anche un’inversione di ruoli con Posh che interpreta la vicina di pianerottolo di Amendola e Mrs Costanzo nei panni della perfida Wilhelmina.

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