Category - MySpace

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La vecchia che mixa
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Save the MelCitrullina
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Lily Allen – It’s not me, it’s you
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Serpenti – Sinuoso Vortice
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Terry Schiavo – Il viaggio
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Hilary Duff – Reach Out
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Il Genio, Pop Porno e molto di più

La vecchia che mixa

Ruth Flowers

Dopo David Guetta e Bob Sinclair, è lei che fa ballare tutta la Francia: Ruth Flowers, sessantanove anni, anziché chiudersi in casa a guardare Beautiful, si è piazzata in un club dietro alla consolle del deejay, diventando così il nuovo idolo della nightlife parigina. Pensavo di proporre l’idea anche a mia nonna e alla vedova che abita qui davanti: vorrei fare una cosa tipo le nuove Lindsay & Samantha” (però molto più ben conservate).

Save the MelCitrullina

Melanie C Senior è diventata mamma una ventina di giorni fa. Oggi mostra fiera al mondo la prima foto ufficiale della Junior Sporty di famiglia, Scarlet Starr. Peccato che al mondo non interessi granché, visto che ogni giornale del Pianeta ha rifiutato di pubblicarla e lei ha dovuto rilasciarla con magre soddisfazioni (di sicuro più magre di lei) su MySpace.

Avendo pure il coraggio di scrivere “hopeful that any media interest will be satisfied and future privacy respected“. La maternità non le avrà giovato fisicamente, ma almeno le ha portato il senso dell’umorismo.

Lily Allen – It’s not me, it’s you

Lily Allen è una ventitreenne della Londra bene che non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un disco per mantenersi. Ma soprattutto non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un BUON disco per mantenersi. Reduce da un’infanzia tormentata, da un tormentone estivo, e da un demenziale show tv, Lily è già stata ampiamente sfottuta su queste pagine per i suoi atteggiamenti al limite del buon gusto e contestualmente riabilitata musicalmente grazie ad un nuovo singolo (“The fear”) in grado di cancellarne tutti gli eccessi per illuminarla di una luce nuova. Se ai tempi di “Smile” peccava di autostima oltre che di una eccessiva leggerezza e, nel complesso, “Alright Still” si poteva considerare un album piuttosto scontato e immaturo, la Allen di “It’s not me, it’s you” sembra riaffiorata da una sauna finlandese in compagnia dei Royksopp e dei Chemical Brothers (ma sono certo che con questi ultimi, in particolar modo con uno dei due, ha fatto più che una sauna), che le ha aperto i pori della pelle e conferito una vena caratteriale fortificata, oltre che delle qualità vocali migliorate: oggi più amabili e vellutate – come anche le sonorità , sature e modernissime – rispetto a quelle quasi stridule dell’album precedente.

Se la stampa al servizio di Sua Maestà ha nominato “The fear” una delle migliori canzoni pop degli ultimi anni, anche dell’album “It’s not me, it’s you” le recensioni in giro sono più che positive. E la mia autoradio conferma (l’ultimo cd che aveva girato ininterrottamente per più di una settimana è stato quello de “il Genio“). Dice Rockol: “è uno di quegli album così perfettamente inutili che sarebbe un peccato non acquistare. E’ simpaticamente leggerino, grazioso e non lezioso, adattabile a varie circostanze come una sciarpa di cashmere”. Quale miglior definizione per dare un senso compiuto alla parola “pop”? E’ difficile, infatti, trovare dei difetti a quest’album che propone una selezione di canzoni ben salde sul binario dell’elettropop, che non si discostano dalla tradizione melodica tipica anglosassone, ma che tentano un originale crossover che coinvolge elettronica, folk, country ed underground. A suoni sempre furbescamente azzeccati (anche quando azzardano uno stupefacente approccio electroclash) e divertite citazioni al limite del plagio, si unisce un consapevole uso di campionamenti e strumenti desueti (la fisarmonica e l’adorabile pianetto honky-tonkeggiante su tutti) e dei testi con un sarcasmo spesso spinto al bollino rosso ma che rappresenta appieno una certa cultura giovanilistica della Gran Bretagna che vive nel presente.

In maniera assolutamente intelligente, però, il disco non esce mai dal seminato e rimane fruibile dall’inizio alla fine ad una platea generalista dal palato preferibilmente anglosassone e nordeuropeo, ma non solo. Di fronte a questa Lily Allen soccombe ogni Lady Gaga ed ogni Katy Perry, a dimostrazione che esiste ancora una realtà di popmusic fatta col cervello prima che con la merificazione del corpo, che ancora molto ha da dare in termini di creatività e di appagamento dell’ascoltatore. Realtà della quale sembra che solo noi in Italia dobbiamo ancora accorgerci, visto che le nostre radio sono intasate di tamarrate americane (e taroccamenti all’amatriciana) che ormai non funzionano nemmeno più in patria e i nostri talent-show continuano a proporre le ormai artisticamente defunte Anastacie come modelli unici a cui ispirarsi.

Dopo il salto il “sampler” dell’album (su cui arrivo in ritardo di un mesetto abbondante, ma meglio tardi che mai)

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Serpenti – Sinuoso Vortice


Loro sono Gianclaudia Franchini e Luca Serpenti – in arte i Serpenti, appunto – ed io ammetto che li conosco solo perché la loro casa discografica mi ha inviato il loro primo album in anteprima, “Sottoterra“, in uscita il 16 gennaio (che è anche il compleanno di mia nonna, questo significherà pure qualcosa, o no? …che poi abbinare la parola “Sottoterra” con “il compleanno di mia nonna” non mi pare propriamente un grande augurio, comunque…), per recensirlo qui sul blog. Tale tendenza suicida merita quindi una analisi adeguata. “Sinuoso Vortice” è il singolo d’esordio che ha valso al duo la recente vittoria del contest Nokia Trend Lab con giudizi critici tipo: “Questo pezzo sa di Matia Bazar prodotti dai Neptunes”. In realtà “Sinuoso Vortice” è un pezzo che dà un’idea ben precisa della strada che la band ha intenzione di pecorrere: quella del rock underground (“Sottoterra”, appunto) sovrastato da una imponente presenza elettronica, che dà un senso di “riempimento” (e forse anche di “stordimento”, a lungo andare) ma adatto per essere ballato/pogato in ogni tipo di club. Il pezzo più riuscito dell’album è “Baciami” che ha un retrogusto di Subsonica VS Prozac+ meet Fedde le Grand e che tra l’altro è il pezzo più frivolo dell’intero disco, ma con buona probabilità è proprio per questo che funziona. Le sonorità sono nel complesso coinvolgenti e molto moderne, a volte onestamente un po’ stridenti con la voce che – per il mio gusto – è decisamente antiquata (per timbro e tecnica) e sembra un fastidioso mix tra Meg e Gianna Nannini risultando gradevole paradossalmente solo quando è distorta con effetti speciali. Insomma l’esordio è discreto, non penso che sentiremo pezzi dei Serpenti in qualche radio mainstream, ma qualche presupposto per ambire ad un successo cha va oltre il sottobosco indipendente, è innegabile, c’è.

Terry Schiavo – Il viaggio

Decidete voi se a mezzanotte volete prenderla di peso e gettarla dalla finestra (magari premurandovi di estrarre i due mandarini dagli zigomi e le carrube che ha sotto le labbra), oppure se lanciarvi in un trascinante trenino al ritmo del suo più grande successo, “Il viaggio“. Lei è Terry Schiavo, ex velina, ex comparsa in sitcom italiane di serie z, ex televenditrice che ha dalla sua una fama sfuggente ed una sfortunata omonimia. La canzone non è propriamente nuova, ma si snoda tra sonorità talmente attuali che sembra arrangiata con un bancale di petardi, razzi e miccette. Terry possiede una sensuale vocalità diaframmatica, tanto che il suo soave canto parte dal profondo dell’addome e sembra quasi neanche uscire per bocca (da non perdere a 2:53 il verso “non hai più scampo, baby!” in cui Terry estrae tutta la sua potenza vocale utile al massimo per spaventare i moscerini dell’uva). Ancora ebbro di queste melodiose note, auguro a tutti un felice 2009.

Hilary Duff – Reach Out

Hilary Duff è un genio del marketing: in cinque anni di carriera musicale ha pubblicato due album di inediti e quattro greatest hits, contenenti le stesse canzoni rimescolate nell’ordinamento e con le copertine via via sempre più glamour. Dopo il flop di Dignity, esce oggi il brano che anticipa l’ennesima raccolta di una cantante che (mi autocito) “pubblica greatest hits senza mai aver fatto le hits”. Si tratta di “Reach Out”, un taroccamento spudorato di Personal Jesus dei Depeche Mode, con sonorità alla Katy Perry e vocalità da ovino al macello.  Che dire, Hilary stavolta l’ha fatta proprio grossa e pure parecchio fuori dal boccale…

Il Genio, Pop Porno e molto di più

Ho preferito attendere di avere sotto alle orecchie l’album di debutto del geniale (di nome e di fatto) duo elettropop “Il Genio“, prima di accodarmi incondizionatamente al trend del momento e procederne alla – scontata – beatificazione. Uscito la scorsa primavera nei circuiti indipendenti, il disco gode oggi di meritata popolarità grazie alla hit “Pop Porno“, diventata un vero fenomeno per opera del passaparola in rete. Da internet, alle radio, alle tv, “Il Genio” è una scheggia impazzita nel panorama pop del nostro Paese, dominato dai soliti giri, dai soliti noti e dai soliti giri di note. Ma “Il Genio” non è solo “Pop Porno”: è un album dagli evidenti francesismi d’ispirazione anni 60 e nel contempo un lavoro underground postmoderno dall’atmosfera consapevolmente lontana dalla realtà, avente come filo conduttore una sana e palese (auto)ironia. Impossibile, per idee e sonorità, paragonare questo prodotto a qualcos’altro: al massimo “il Genio” potrebbe essere definito una fusione a caldo tra i primi Baustelle e “Je T’aime… Moi Non Plus, spinta nella stratosfera del lo-fi sonoro da uno stile personalissimo il cui marchio distintivo è la voce vellutata della adorabilmente miagolante Alessandra Contini.

“Il Genio”, l’album, si apre (a dire il vero, tiepidamente) con “Le Bugie Di Françoise“, forse il brano meno incisivo dell’intero disco e che, dopo un minuto, onestamente stufa. Ma se il primo passo sembra falso, dal secondo brano il duo leccese capitanato da Gianluca De Rubertis, cala gli assi e il livello schizza in alto rimanendo costantemente sublime, fino alla fine, quando tutto finisce ma tu ne vorresti ancora. La traccia due esplode in “Non è Possibile” (“Non sono una professionista / E neanche abbastanza smaliziata / per dire il mio punto di vista / no, non è possibile / che l’uomo sia andato sulla Luna / No, no no / Scusate la franchezza / ma lo pensano molti scienziati“), capolavoro di stesura che viaggia al ritmo dei passi leggiadri di Neil Armstrong sul solo lunare e prosegue con la mai troppo lodata “Pop porno”. Tutto ciò che segue è da mettere in loop infinito, dalla follemente elegante “Applique” (Scrivi di me e divento / poi mi dipingi di vernici / io divento fingo / come fingono le attrici / hai la bocca asciutta / oppure è secco il calamaio / ari un campo e il seme è nero / ma è Gennaio) a quella che in un album comune sarebbe la “ballatona” di metà disco (“Tutto è come sei tu“), ad uno dei brani decisamente più riusciti, “A questo punto“: melodia infantile e ritmo da juke-box, da coreografare obbligatoriamente in virato seppia (Il telefono squilla a dirotto / non rispondo … di me! / è gia tardi, oggi che ho fatto? poche cose ma particolari).

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