Category - Lily Allen

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Lily Allen – Not Fair
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Lily Allen – It’s not me, it’s you
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Lily Allen è la nuova Amy Winehouse?
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Lily Allen – The Fear
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Indovina chi?
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Se li porta meglio Franca Rame

Lily Allen – Not Fair

Per fortuna che a fronte di una cattiva uscita musicale ce n’è una di buona. E’ fuori il secondo singolo tratto da “It’s not me it’s you“, nuovo disco di Lily Allen, che permane alla vetta dei miei album preferiti degli ultimi mesi. “Not Fair” è senz’ombra di dubbio il pezzo più sorprendente di questo secondo lavoro della ventitreenne londinese, che attualizza dei rustici campionamenti country unendoli ad una melodia piacevolmente soft. Il video in stile vintage forse è un po’ banale, si adagia troppo sull’idea (peraltro ottima) dell’arrangiamento e non rende merito alle lyrics in cui Lily racconta sarcasticamente la delusione di una donna che al suo fianco ha un uomo perfetto, ma le cui performance sotto le coperte risultano piuttosto “carenti”.

Lily Allen – It’s not me, it’s you

Lily Allen è una ventitreenne della Londra bene che non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un disco per mantenersi. Ma soprattutto non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un BUON disco per mantenersi. Reduce da un’infanzia tormentata, da un tormentone estivo, e da un demenziale show tv, Lily è già stata ampiamente sfottuta su queste pagine per i suoi atteggiamenti al limite del buon gusto e contestualmente riabilitata musicalmente grazie ad un nuovo singolo (“The fear”) in grado di cancellarne tutti gli eccessi per illuminarla di una luce nuova. Se ai tempi di “Smile” peccava di autostima oltre che di una eccessiva leggerezza e, nel complesso, “Alright Still” si poteva considerare un album piuttosto scontato e immaturo, la Allen di “It’s not me, it’s you” sembra riaffiorata da una sauna finlandese in compagnia dei Royksopp e dei Chemical Brothers (ma sono certo che con questi ultimi, in particolar modo con uno dei due, ha fatto più che una sauna), che le ha aperto i pori della pelle e conferito una vena caratteriale fortificata, oltre che delle qualità vocali migliorate: oggi più amabili e vellutate – come anche le sonorità , sature e modernissime – rispetto a quelle quasi stridule dell’album precedente.

Se la stampa al servizio di Sua Maestà ha nominato “The fear” una delle migliori canzoni pop degli ultimi anni, anche dell’album “It’s not me, it’s you” le recensioni in giro sono più che positive. E la mia autoradio conferma (l’ultimo cd che aveva girato ininterrottamente per più di una settimana è stato quello de “il Genio“). Dice Rockol: “è uno di quegli album così perfettamente inutili che sarebbe un peccato non acquistare. E’ simpaticamente leggerino, grazioso e non lezioso, adattabile a varie circostanze come una sciarpa di cashmere”. Quale miglior definizione per dare un senso compiuto alla parola “pop”? E’ difficile, infatti, trovare dei difetti a quest’album che propone una selezione di canzoni ben salde sul binario dell’elettropop, che non si discostano dalla tradizione melodica tipica anglosassone, ma che tentano un originale crossover che coinvolge elettronica, folk, country ed underground. A suoni sempre furbescamente azzeccati (anche quando azzardano uno stupefacente approccio electroclash) e divertite citazioni al limite del plagio, si unisce un consapevole uso di campionamenti e strumenti desueti (la fisarmonica e l’adorabile pianetto honky-tonkeggiante su tutti) e dei testi con un sarcasmo spesso spinto al bollino rosso ma che rappresenta appieno una certa cultura giovanilistica della Gran Bretagna che vive nel presente.

In maniera assolutamente intelligente, però, il disco non esce mai dal seminato e rimane fruibile dall’inizio alla fine ad una platea generalista dal palato preferibilmente anglosassone e nordeuropeo, ma non solo. Di fronte a questa Lily Allen soccombe ogni Lady Gaga ed ogni Katy Perry, a dimostrazione che esiste ancora una realtà di popmusic fatta col cervello prima che con la merificazione del corpo, che ancora molto ha da dare in termini di creatività e di appagamento dell’ascoltatore. Realtà della quale sembra che solo noi in Italia dobbiamo ancora accorgerci, visto che le nostre radio sono intasate di tamarrate americane (e taroccamenti all’amatriciana) che ormai non funzionano nemmeno più in patria e i nostri talent-show continuano a proporre le ormai artisticamente defunte Anastacie come modelli unici a cui ispirarsi.

Dopo il salto il “sampler” dell’album (su cui arrivo in ritardo di un mesetto abbondante, ma meglio tardi che mai)

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Lily Allen è la nuova Amy Winehouse?

L’anno scorso era Amy Winehouse che vagava svestita in pieno dicembre sui marciapiedi di una fredda Londra riscaldata solo dai flash dei paparazzi. Quest’anno, invece, è la rivalutata star di The Fear che cammina di notte da sola (poi piangou… poi ridou… e aspettou… l’aurourahhhahhh – mille punti a chi indovina la citazione “jazzzzz“) con l’espressione spaesata per le vie della città, tentando anche di forzare la serranda di un negozio. Vi prego, ditemi che non devo entrare subito in apprensione, perché nella mia mente io la vedo in proiezione tra sei mesi già completamente sbarellata.

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Lily Allen – The Fear

Chi era quello sfig***, str****, bast****, schif*** che nel 2006 dalle pagine del suo skuallido blog aveva il coraggio di dire:

Un singolo estivo, una nuova sciacquetta di turno. Ecco affacciarsi sul panorama musicale anche Lily Allen con la sua “Smile”, che non sarà neanche una brutta canzone, ma sicuramente quando non c’era non se ne sentiva la mancanza, e ora che c’è non se ne capisce l’utilità. Io continuo a preferire sempre e comunque le Britney e le Paris, quelle che almeno, nel bene o nel male, lasciano un segno tangibile del loro passaggio.

Ah, ero io? Scusate, ma all’epoca sniffavo Cif Ammoniacal, è evidente. La cosa che adoro di più della musica è ricredermi e mi capita molto più spesso di quanto non sembra. The Fear (e anche qualcos’altro che ho sentito “di straforo” in rete della nuova Lily Allen) mi ha convinto pienamente. Il nuovo album esce a febbraio e direi che promette più che bene.

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