Category - Kylie Minogue

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Sarà “Aphrodite” che farà riprendere l’attività di questo blog?
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Sarà “All the lovers” che farà riprendere l’attività di questo blog?
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Minogue VS Minogue
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Sharon Stonata (e cellulitica)

Sarà “Aphrodite” che farà riprendere l’attività di questo blog?

Kylie Minogue Aphrodite album coverL’aveva scritto Bjo nei commenti che “All the lovers” è il brano peggiore dell’ultimo album di Kylie Minogue: concordo pienamente. “All the lovers” funziona, è fuor di dubbio, ma “Aphrodite” ha molto di più da offrire. Nessuna sonorità secca e granulosa alla Lady Gaga, nessun arrangiamento acido e vocoderizzato alla Britney Spears, tanto per cominciare. E poi nessun tentativo di scimmiottare quello che funziona al momento oltreoceano, d’altronde Kylie ci aveva già provato con i due precedenti lavori ad accalappiarsi le simpatie del pubblico americano, con performance non particolarmente brillanti e risultati discontinui. “Aphrodite” è un ritorno al passato, alla popdance contaminata dall’housemusic e dall’elettronica, genere che riportò alla ribalta l’artista australiana un decennio fa. Il tutto è attualizzato alla versione 2.0 grazie all’abilità di Stuart Price (già artefice della risurrezione “confessionale” di Madonna) con sonorità sintetiche moderne e pulite (rarità di questi tempi), e scelte compositive che includono quegli elementi che (paradossalmente!) vanno sempre più a mancare nel pop mainstream, ovvero giri di basso rotolanti, accordi orecchiabili, armonie coinvolgenti, groove ben bilanciati, melodie accattivanti e quisquilie del genere. Le scelte stilistiche della Kylie 2010 si possono considerare quasi un atto di coraggio e solo per questo andrebbero premiate.

Il manifesto del disco è sicuramente la title track, “Aphrodite“, che pare un’immortale hit anni 80 rifatta oggi (e che se venisse ririfatta tra dieci anni probabilmente manterrebbe lo stesso appeal). Il compito – nemmeno tanto arduo – di trainare il carro, però, spetta al quasi autocitazionistico (nel titolo)  “Get outta my way“, traccia dance dalle capacità reattive sorprendenti, e a “Too much” (anche questo quasi autocitazionistico: ricorda “Wow”, la miglior traccia del precedente album “X”). Sentiti questi tre brani, le orecchie dell’ascoltatore medio abituato all’immondizia radiofonica, potrebbero già ritenersi ampiamente soddisfatte. Invece Kylie, da diva e donna d’esperienza, fa di più e sforna tre tanto ruffiani quanto imperdibili inni da club gaio: “Put your hands up if you feel love“, “Cupid boy” e “Looking for an angel“. Le perspicaci atmosfere electro-dark-retrò di “Closer” ed “Illusion“, nonché l’immancabile downtempo di metà disco “Everything is beautiful” completano un quadro realizzato con tonalità perfettamente amalgamate. Forse solo in “Better than today“, Kylie non è particolarmente incisiva: sembra quasi una versione ripulita di sua sorella Dannii (che è comunque sempre meglio che sembrare una versione qualsiasi di Gianna Nannini, per dire).

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Minogue VS Minogue

Sfida in famiglia per le sorelle della popdance. No, non sto parlando di Paola e Chiara, quelle ce le siamo giocate da un pezzo, bensì di Kylie e Dannii Minogue.

La più anziana delle due, dopo una malattia opportunamente strumentalizzata per il piacere della stampa internazionale, ritorna sulle scene con “Two hearts“. Tra tutte le comeback dell’autunno quella di Kylie era quella su cui avrei puntato di più, e invece… Il pezzo, che vorrebbe instillare il ricordo del raffinato jazz di Fever” di Peggy Lee (senza riuscirci nemmeno di striscio), sembra scritto a quattro mani da Mousse T e Mino Reitano; nel video Kylie si rotola su un pianoforte come una salsiccia sulla brace. Ma la brace, anziché rovente, è alquanto freddina e la salsiccia rimane cruda ed insipida. Peccato.

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Impossibile paragonare la carriera della giovane (ma poi neanche tanto) Dannii a quella della sorella maggiore: sarebbe come confrontare la Lecciso con Madonna. Ma, a differenza della Lecciso, Dannii, nel suo piccolo, non ne ha mai sbagliata una. Tutti i suoi singoli sono stati dei successi non indifferenti sulle piste dei club: ricordo con particolare piacere “You won’t forget about me“, chart-topper in Inghilterra, realizzata in collaborazione coi Flowerpower, team di produzione tutto italiano. Con “Touch me like that” ritorna sul luogo del de(re)litto, ispirandosi per il look a Sophie Ellis Bextor, per le sonorità a “You make me feel mighty real” di Sylvester (niente di nuovo, l’avevano già fatto gli italianissimi Eyes Cream nel 2000, dopo il salto il loro video).

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Sharon Stonata (e cellulitica)

La minuta Minogue (quella col sacchetto nero della spazzatura addosso) e il suo contenitore, quella con l’abito da orata al cartoccio, Sharon Stone, hanno tenuto insieme un non-proprio-esaltante miniconcerto di beneficenza. Allo scopo di racimolare soldi per consentire alla ex diva di Basic Instinct di sottoporsi ad un ormai non più rimandabile intervento di liposuzione.

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