Category - Rock

1
Avril Lavigne – What The Hell (e la presunta coprofagia di Gianni Morandi)
2
Negra-maro – Sing-hiozzo
3
Baustelle – I Mistici dell’Occidente(*)
4
Baustelle – Gli spietati
5
Simone Cristicchi – Grand Hotel Cristicchi
6
Popstar sconosciute / 5 – Abigail Zsiga
7
Gossip – Music for men

Avril Lavigne – What The Hell (e la presunta coprofagia di Gianni Morandi)

Apprendere che Avril Lavigne sarà la superospite straniera (ma ci rendiamo conto?) della serata conclusiva del prossimo Festival di Sanremo, sconvolge più dei capricci della diva Canalis, delle sniffate Beleniane all’Hollywood e della presunta coprofagia di Gianni Morandi (beh, direi che su quest’ultimo argomento ci dobbiamo ritornare). Tanto basta per capire a quale livello di impenitente pellagra sia ormai giunta la manifestazione canora più rappresentativa del nostro Paese che, oltre ad annoverare tra i concorrenti cantanti in disgrazia ridotti alla vita da clochard, segue la stessa discutibile strada maestra anche per quanto riguarda quei nomi che dovrebbero conferire prestigio alla kermesse ma che in realtà si rivelano economici ripescaggi di residuati ormai in rovina (come dimenticare la Jennifer Lopez dell’anno scorso, proclamata trionfalmente da Antonella Clerici “Regina del pop” con un decennio di ritardo rispetto ai suoi successi musicali?). Già mi immagino Morandi introdurre la bionda cantante canadese al vetusto pubblico di Raiuno come “Regina del rock” spiegandole tramite Olga Fernando che lui di rock se ne intende perché in realtà l’ha inventato nel ‘64 con Celentano e Mal dei Primitives in una trattoria emiliana. E il bello sarà che il vetusto pubblico di Raiuno si meraviglierà per questa rivoluzionaria scoperta musicale.

Read More

Negra-maro – Sing-hiozzo

A parte il terrificante gioco di parole che sa di autocelebrazione dello stile canoro di Giuliano Sangiorgi, il nuovo singolo dei Negramaro – per sonorità e drammaticità dei contenuti – pare concepito dai Muse dopo una rissa finita male coi Kings of Leon. Alla luce di questo, dunque, la band salentina (per il nuovo disco transfuga in Canada) potrebbe essere catalogata nel genere “Vorremmo essere EMO ma non abbiamo i capelli adatti (o non ce li abbiamo proprio)”

Baustelle – I Mistici dell’Occidente(*)

Rachele Bastreghi dovrebbe spiegarmi dov’era quel giorno che si registrava il nuovo cd dei Baustelle, dato che su dodici canzoni la sua voce si sentirà – in tutto – cinque secondi scarsi. Spero possa giustificare la sua assenza con un motivo davvero valido, tipo che stava disegnando con lo spray simboli fallici sui monumenti, oppure riempiendo di cherosene dei gatti persiani da scagliare a mo’ di molotov contro l’amministrazione comunale. Perché se la sua scarna presenza ne “I Mistici dell’Occidente” è il campanello d’allarme che si sta compiendo una defenestrazione della voce femminile dal gruppo per lasciare spazio all’ego smisurato di Bianconi, magari ipotizzando per lei (o per lui) un progetto futuro da solista, ecco io dico fermamente NO! A parte questo, il quinto album del trio senese non è purtroppo musicalmente creativo come “La malvita”, né compositivamente incisivo come “Amen”. Quello che io scrissi già un po’ di tempo fa era che secondo me i Baustelle avrebbero dovuto abbandonarla questa ossessione del misticismo che ormai ha un po’ rotto le sfere, risulta ripetitiva e decisamente poco giustificata. Fin dal titolo posso con somma delusione intuire di non essere stato molto ascoltato. Io, però, nonostante il titolo e nonostante un singolo di lancio un po’ così, ho voluto ascoltare loro ugualmente, perché una band indie (che però pubblica con una major) non si abbandona mica in quattro e quattr’otto.

De “I Mistici dell’Occidente” salvo solo “Le Rane”, un decadente e nostalgico inno all’amicizia e con buona probabilità – nel repertorio baustelliano – canzone più banale di sempre per scelta dei temi trattati, arrangiamento e struttura, ma proprio per questo funziona: c’è la sensazione che non si voglia strafare ed in un disco che parte stancamente tentando virtuosismi malriusciti, la semplicità infusa da questo pezzo è una vera boccata d’aria fresca. Ed è l’unico che possa competere con perle quali “Il liberismo ha i giorni contati” o “Charlie fa surf” o “Colombo” (ma non con “Baudelaire” che rimane in vetta alla decennale produzione della band). Ottimo arrangiamento per “La canzone della rivoluzione”, a cui la melodia non rende per nulla merito. “La bambolina” e “L’estate enigmistica” sono tra i brani più ascoltabili anche se non esenti da momenti di noia, che invece pervade il resto del disco.

(*) a proposito di mistici e di occidente, vi aguro buona Pasqua: non so se si nota, ma questo blog sta concorrendo per il premio “minor numero di aggiornamenti in un periodo di tempo compreso tra i due giorni e i due secoli”. Penso di poter vincere.

Baustelle – Gli spietati

Non so cosa mi aspettavo dal nuovo singolo dei Baustelle: probabilmente proprio qualcosa di uguale a questo. Perciò non posso definirmi sorpreso, né appagato. Di certo c’è che se Bianconi & soci avessero voluto essere davvero spietati, avrebbero dovuto torturare quella combriccola di attori da fiction italiana che compare nel video. Altro che “ispirato ad Andy Warhol”, pare una puntata di Centovetrine. Ripensandoci, a parità di autore, preferisco “La cometa di Halley“.

Simone Cristicchi – Grand Hotel Cristicchi


Grand Hotel CristicchiI “cavalli di battaglia” dei detrattori di Simone Cristicchi sono principalmente due. 1) è una copia sbiadita di Caparezza (anche nel look); 2) è un ruffiano che si aggrazia il pubblico a suon di argomenti populistici. Personalmente non ho mai concordato con queste affermazioni. Seppur sfruttino entrambi sonorità simili e possano essere inquadrati in uno stesso genere (rap/hiphop/folk all’italiana), Caparezza ha uno stile di scrittura indubbiamente interessante (forse anche migliore di quello di Crisitcchi per certi giochi di parole sofisticati all’inverosimile), ma troppo poco “pop” per i miei gusti. Alle sue ricercatezze dei testi consegue una embolia cerebrale da settimana enigmistica per decifrarli. Cristicchi, invece, scrive in maniera più immediata e semplice, vuoi più “trasversale”, rivolgendosi ad un pubblico meno di nicchia che rimane colpito dall’artista che, senza troppi arzigogoli linguistici, arriva dritto al nocciolo della questione, evitando sapientemente di scadere nell’ovvietà. La scelta di parlare di temi sociali anche “scottanti” è una indubbia “cifra stilistica”: scelta piuttosto  sincera, anche perché Cristicchi, ha sempre dimostrato di saper sfornare album di qualità, dove l’interesse dell’ascoltatore è alto anche nei brani meno radiofonici o che non hanno la presa tipica del tormentone. Tutto ciò non viene di certo smentito da “Grand Hotel Cristicchi” che SAREBBE il miglior disco della sua carriera, se solo non si fosse votato all’autodistruzione con il penultimo brano, “Genova brucia”. Dopo il salto, le mie impressioni canzone per canzone (intro esclusa). Qui, invece, la mia recensione di “Dall’altra parte del cancello”, suo album del 2007.

Read More

Popstar sconosciute / 5 – Abigail Zsiga

Alla scoperta delle stelle cadute così rapidamente che non ci siamo nemmeno resi conto che siano passate nell’emisfero boreale della discografia. Quinta puntata.

Il numero di volte che è stata coverizzata “Smells like teen spirit” è inversamente proporzionale al numero dei successi che tali cover malriuscite hanno ottenuto. Questa obbrobriosa versione “power dance energy” è stata rilsaciata nel 1994, anno in cui è morto Kurt Cobain. Non voglio giungere a conclusioni affrettate, ma facendo due più due, io su questa Abigail o aprirei un’inchiesta, oppure guarderei il video toccandomi le parti basse…

Gossip – Music for men

Wikipedia definisce il singolo “Heavy cross” il maggior successo commerciale dei Gossip (precedentemente “The Gossip”); l’album da cui è estratto, “Music for men” (sottotitolo “in love with each other”, tanto per ribadire l’apertura mentale/sessuale – quasi al limite dello scontato – di cui è intriso), è il mio disco colonna sonora dell’estate. D’altronde bastava solo avere pazienza, dato che un anno fa mi esprimevo in questi temini:

I “The Gossip” sono praticamente sconosciuti in Italia […] ma la loro fama è in forte ascesa. Il salto della staccionata […] si avvicina sempre più. Ed il merito è tutto di Beth Ditto, energetica leader oversize del gruppo, nonché pluripremiata icona di non-stile […] una delle più interessanti scoperte recenti dell’indie rock americano.

.

Garage rock indipendente pesantemente contaminato da influenze synthpop e discodance, il nuovo lavoro dei Gossip ha tutte le carte in regola per diventare uno dei must sotto l’ombrellone, anche per merito della voce da cardellino della voluminosa frontwoman Beth Ditto e ad un mixaggio all’ultima moda che trasforma un certo minimalismo sonoro quasi patinato (non certo incasellabile nel caciaronismo dell’indierock canonico) in qualcosa di incredibilmente vigoroso ed accattivante. “Music for men” è come un baretto stile Ikea: meno arredamento c’è, più sembra trendy e destinato ad un pubblico selezionato. Funziona oggi ma tra un anno chissà: quando saranno finiti i tempi d’oro dell’happy hour, il baretto stile Ikea sarà costretto allo sgombero coatto per lasciare i locali ad una merceria; allo stesso modo i Gossip, raggiunto il momento storico di massimo splendore, rischiano di sparire insieme ad una licenza di somministrazione di bevande alcoliche, a causa della (attualmente più che apprezzabile, in quanto convintamente voluta) vacuità generale del prodotto.

Non a caso nei 12 titoli dei brani dell’album compare 4 volte la parola “love”, i richiami danzerecci revival 80/90 sono decisamente usa e getta, l’utilizzo dell’elettronica risulta talvolta ruffiano e certe melodie a base di “na-na-na” calcano la mano sotto il profilo dell’orecchiabilità esagerata, tanto forzata quanto non necessaria perché il tutto funzionerebbe a prescindere. I brani del disco sono egregiamente scritti e prodotti e convincono parecchio, fintantoché la band non perde la consapevolezza del fatto che la sua forza non sta nella radiofonicità ricercata a tavolino, bensì nell’avere avuto la capacità (o la fortuna) di rilasciare il prodotto giusto al momento giusto. Non sono i Gossip che devono sforzarsi di accalappiare il gusto popolare, ma è il gusto popolare che oggi coincide, guarda caso, con ciò che fanno i Gossip. Per questo “Music for men” è un album dissetante come un chinotto e consumabile come un calippo (tanto per rimanere in tema): è da godersi adesso, in questo istante, tutto d’un fiato, senza ragionarci troppo, evitando di comprenderne i messaggi subliminali, ma solo per il gusto di un piacevole divertimento fisico e sudaticcio, come con il più dimenticabile degli amori estivi.

© 2006-2014 - Chissenefrega 2.0 #whocares #zeroodio #tantoammore - Created by Meks. Powered by WordPress.