Category - Elettronica

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I video del weekend (da diffondere su Facebook!)
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Summerclassifica show / 1
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Royksopp – Junior
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Black Eyed Peas – Boom Boom Pow
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Lily Allen – It’s not me, it’s you
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Planet Funk – Lemonade
7
Röyksopp – Happy up here

I video del weekend (da diffondere su Facebook!)

Pronti per il videotrip di questo fine settimana?

  • 1) 32 canzoni in 8 minuti
  • 2) Remix Poppins
  • 3) Letteralmente Toxic
  • 4) Joe Jonas balla “Single Ladies”
  • 5) E le cicale, cicale cicale cicale

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1) Fenomenale! Non avevo mai sentito prima “Harder Better Faster Stronger” suonata con la chitarra!

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Summerclassifica show / 1

Sottotitolo: cercasi tormentone dell’estate disperatamente. O almeno qualcosa di diverso da ascoltare sotto la calura dei prossimi mesi. Perchè farsi pungere dalle zanzare tigre con Alessandra Amoroso nelle orecchie, potrebbe rivelarsi estremamente rischioso anche per quelli ormai vaccinati a tutto come noi.

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Dragonette – Fixin to Thrill
I Dragonette sono un quartetto anglocanadese di cui finora ignoravo l’esistenza. Da tenere d’occhio d’ora in poi e – soprattutto – da mettersi in pari sulla loro (per il momento) scarna discografia, procurandosi con ogni mezzo (lecito, naturalmente) tutti i loro brani precedenti (tipo il consigliatissimo True Believer). Di “Fixin to Thrill” mi fa impazzire il chitarrone pesante, oltre che la tuta color carne della cantante Martina Sorbara (nome che sembra rubato al registro di classe di Amici di Maria, onestamente). Brano: voto 8 / Video: voto 8

Make The Girl Dance – Baby Baby Baby
Idem come sopra, ovvero mai sentita nominare questa crew di deejays francesi che hanno scelto questo nome ispirati da una dichiarazione dei Franz Fedinand, i quali una volta affermarono di far musica allo scopo di “far ballare le ragazze” (e già questo potrebbe essere un motivo più che sufficiente per prendere sia i loro cd, che quelli dei Franz Ferdinand, ed usarli al posto dei racchettoni in riva al mare). Questa “Baby baby baby” è effettivamente una canzone un po’ inutile. Il video, invece, già fenomeno virale in rete, è piuttosto d’impatto ed è stato coraggiosamente girato in presa diretta tra la gente sbigottita (più che altro per la panza da etilista della tizia bionda). Brano: voto 5 / Video: voto 7

Royksopp – The Girl And The Robot
La delusione da carampano dei Royksopp per l’album Junior, un po’ si è attenuata. “The Girl And The Robot” (come previsto) è il secondo singolo estratto: la sento anche per radio abbastanza frequentemente, tanto che sto pensando di rivalutarla piazzandola come suoneria del cellulare di scorta. Resto dell’idea che una Robyn non fa primavera e che, dopo un minuto d’ascolto, questo pezzo ha già detto tutto ciò che si proponeva di dire. C’è senza dubbio di peggio in giro, ma confermo che (sticavoli!) questi non sono i Royksopp che conoscevo: oltre alla poca fantasia sonora applicata al brano Depeche-Madonnesco, non è che si siano propriamente spremuti l’intelletto nemmeno per concepire un video che – in una canzone che parla di una ragazza e di un robot – mostrasse qualcosa di diverso da una ragazza ed un robot. Brano: voto 6- / Video: voto 4-

Royksopp – Junior

Al primo ascolto l’ho trovato un po’ deludente. Al secondo, un po’ noioso. Poi mi sono preso una pausa di riflessione di un paio di giorni prima di concedergli il terzo ascolto, perché forse l’avevo troppo atteso e idealizzato. Ancorché con ascolti successivi è naturale che sembri migliorare (perché subentra il fattore emotivo e, invece, io sono dell’idea che un album va valutato al primo ascolto, salvo poi cambiare idea nel tempo per questioni tangibili ed inoppugnabili), Junior è decisamente un lavoro dimesso e sottotono, rispetto ai colpi di genio a cui nel tempo ci avevano abituato i Royksopp. E’ un disco che non svolge, non sconvolge e poco coinvolge. Non rotola, non fa presa, ha un meccanismo come inceppato che sembra sbloccarsi solo alla traccia otto (“You don’t have a clue”) per poi ripiombare in un limbo dalla poca anima, che non ha marchio di fabbrica, che potrebbe essere stato realizzato da chicchessia utilizzando la valigetta scaricata da internet del bravo electro-nordic-pop-nonsocchè-producer. E una Robyn non fa primavera: neanche il tocco magico della electro-nordic-pop-nonsocchè-sensation ingaggiata come coautrice ed interprete del futuro e spigoloso singolo dal retrogusto depechemodiano The girl and the robot” non convince più di tanto, risultando poco incisivo, ma perfettamente in linea con le scelte di “status quo” del disco. Junior non apporta granché di nuovo a quanto già dei Royksopp era noto; anzi, in alcuni punti vengono rimestati gli stessi medesimi ingredienti (primo fra tutti la voce di Karin Dreijer dei Knife, quattro anni fa interessante novità, oggi al limite del fastidiosetto) già presenti in “The Understanding” – che rimane il loro miglior lavoro. E anziché creare ricette saporite e fragranti, sembra che il duo norvegese si sia dimenticato di mettere ai nuovi pezzi talvolta il sale, talvolta il pepe, o talvolta entrambi.

Sebbene, nel complesso, non si possa dire che Junior non sia un disco ben prodotto o che i Royksopp non siano gli indiscussi portatori sani di quel genere di nicchia – ma sempre più sdoganato – meglio noto come “elettronica intelligente”, devo eccepire che forse, stavolta, è un po’ troppo “intelligente” e io non ci sto dietro. Ascoltarlo tutto dall’inizio alla fine senza farmi prendere dalla voglia di usare il tasto “skip”, risulta uno sforzo che non lascia quelle soddisfazioni emozionali attese. Personalmente faccio fatica a capirlo questo disco, nonostante gli ascolti ripetuti: ed attendere che mi entri in circolo è frustrante, perché è la stessa sensazione che provavo in quarta superiore quando tentavano di farmi andare giù i logaritmi, ma non c’era verso.

Black Eyed Peas – Boom Boom Pow

Io pensavo fossero passati a miglior vita dopo una fatale intossicazione alimentare causata dalla torta del matrimonio di Fergie, invece i Black Eyed Peas sono ancora qui, al completo, con un nuovo album (in uscita il 9 giugno) ed un nuovo singolo che sembra cantato da una mandria di bovini all’alpeggio e che si proietta immediatamente ai vertici massimi nella classifica dello schifo.

Lily Allen – It’s not me, it’s you

Lily Allen è una ventitreenne della Londra bene che non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un disco per mantenersi. Ma soprattutto non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un BUON disco per mantenersi. Reduce da un’infanzia tormentata, da un tormentone estivo, e da un demenziale show tv, Lily è già stata ampiamente sfottuta su queste pagine per i suoi atteggiamenti al limite del buon gusto e contestualmente riabilitata musicalmente grazie ad un nuovo singolo (“The fear”) in grado di cancellarne tutti gli eccessi per illuminarla di una luce nuova. Se ai tempi di “Smile” peccava di autostima oltre che di una eccessiva leggerezza e, nel complesso, “Alright Still” si poteva considerare un album piuttosto scontato e immaturo, la Allen di “It’s not me, it’s you” sembra riaffiorata da una sauna finlandese in compagnia dei Royksopp e dei Chemical Brothers (ma sono certo che con questi ultimi, in particolar modo con uno dei due, ha fatto più che una sauna), che le ha aperto i pori della pelle e conferito una vena caratteriale fortificata, oltre che delle qualità vocali migliorate: oggi più amabili e vellutate – come anche le sonorità , sature e modernissime – rispetto a quelle quasi stridule dell’album precedente.

Se la stampa al servizio di Sua Maestà ha nominato “The fear” una delle migliori canzoni pop degli ultimi anni, anche dell’album “It’s not me, it’s you” le recensioni in giro sono più che positive. E la mia autoradio conferma (l’ultimo cd che aveva girato ininterrottamente per più di una settimana è stato quello de “il Genio“). Dice Rockol: “è uno di quegli album così perfettamente inutili che sarebbe un peccato non acquistare. E’ simpaticamente leggerino, grazioso e non lezioso, adattabile a varie circostanze come una sciarpa di cashmere”. Quale miglior definizione per dare un senso compiuto alla parola “pop”? E’ difficile, infatti, trovare dei difetti a quest’album che propone una selezione di canzoni ben salde sul binario dell’elettropop, che non si discostano dalla tradizione melodica tipica anglosassone, ma che tentano un originale crossover che coinvolge elettronica, folk, country ed underground. A suoni sempre furbescamente azzeccati (anche quando azzardano uno stupefacente approccio electroclash) e divertite citazioni al limite del plagio, si unisce un consapevole uso di campionamenti e strumenti desueti (la fisarmonica e l’adorabile pianetto honky-tonkeggiante su tutti) e dei testi con un sarcasmo spesso spinto al bollino rosso ma che rappresenta appieno una certa cultura giovanilistica della Gran Bretagna che vive nel presente.

In maniera assolutamente intelligente, però, il disco non esce mai dal seminato e rimane fruibile dall’inizio alla fine ad una platea generalista dal palato preferibilmente anglosassone e nordeuropeo, ma non solo. Di fronte a questa Lily Allen soccombe ogni Lady Gaga ed ogni Katy Perry, a dimostrazione che esiste ancora una realtà di popmusic fatta col cervello prima che con la merificazione del corpo, che ancora molto ha da dare in termini di creatività e di appagamento dell’ascoltatore. Realtà della quale sembra che solo noi in Italia dobbiamo ancora accorgerci, visto che le nostre radio sono intasate di tamarrate americane (e taroccamenti all’amatriciana) che ormai non funzionano nemmeno più in patria e i nostri talent-show continuano a proporre le ormai artisticamente defunte Anastacie come modelli unici a cui ispirarsi.

Dopo il salto il “sampler” dell’album (su cui arrivo in ritardo di un mesetto abbondante, ma meglio tardi che mai)

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Planet Funk – Lemonade

Che il video sia introdotto da “Chase the sun” fa un po’ tristezza: la citazione sembra messa lì solo per dire “Ehi, vi ricordate? Noi siamo quelli che hanno fatto questa!“. E’ passato un decennio, però, e pretendere di campare di rendita (artistica più che economica) ancora oggi è forse un po’ eccessivo. Richiamare, seppur in uno slancio autocelebrativo rivolto alla promozione del greatest hits, Dan Black (che potrei anche confondere con Dan Brown) è una intelligente scelta, perché senza di lui, i Planet Funk, non sono mai più stati gli stessi. Lemonade, anche se si può catalogare senza ripensamenti tra le canzoni più “carine” del momento, non spacca di certo come “The Switch” o “Who Said”. Peccato.

Röyksopp – Happy up here

Melody A.M.“, l’album di debutto, è del 2001; “The Understanding“, il seguito, è datato 2005. Se ogni quattro anni i Röyksopp di Tromsø, Norvegia, ci regalano un comeback da pelle d’oca, con brani che rimangono vere pietre miliari della musica contemporanea, vale davvero la pena aspettare. E l’appuntamento del 2009 non è stato mancato: quest’anno la band festeggia il decennale di carriera e decide di auto-omaggiare il suo primo singolo. Il nuovo “Happy up here” (che uscirà fisicamente tra due mesi, poco prima dell’album “Junior”), riporta furbescamente alla mente quella melodia minimale di “Eple“, ingrossata però da un groove preso a prestito dai colleghi Beats and Styles. Meno pop rispetto al raffinato successo internazionale “What else is there“, più vicino all’elettronica scandinava d’esordio. Eleganza rara, fiordi e sintetizzatori, forme d’onda taglienti, voci sognanti e ritmi da assaporare alla luce fioca di un’aurora borale. Potrei uccidere per avere quest’album, non so se ce la faccio ad aspettare fino a marzo.

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