Con Due Deca: gli 883 rivivono dopo vent’anni in una (imbarazzante) compilation indie

Scritto da Chissenefrega il 14 aprile 2012 – 15:42 -

con due deca rockit

E’ scaricabile gratuitamente (ma visto il risultato pare già un prezzo fin troppo elevato) da qualche giorno la compilation “Con Due Deca”. Un progetto 2.0 fin dal nome, ideato da quei geniacci di Rockit che hanno pensato di far reinterpretare le canzoni più note degli 883 ai “talenti emergenti” della scena indie nazionale.

Una compilation – diciamolo subito – tremenda e imbarazzante (più che un “tributo” un TRIBRUTTO) che mette in mostra senza alcuna pietà tutta l’obsolescenza del repertorio degli 883, ma anche la pochezza creativa di quelli che dovrebbero mandare avanti la baracca musicale del Paese (c’è grossa crisi sotto tutti i punti di vista, evidentemente).

Gli 883 di Pezzali (e Repetto) hanno segnato una generazione di adolescenti cresciuti negli anni 90; li hanno accompagnati da dentro i loro walkman alla fermata dell’autobus, sono stati la colonna sonora tra le equazioni di secondo grado e le prime limonate. Fino ad un certo punto (diciamo “La donna il sogno & il grande incubo”) il progetto ha funzionato; poi, però, ha tradito tutta la sua staticità (staticità che Pezzali dimostra tuttora scrivendo canzoni sanremesi degne della quarta elementare) e la voglia ipercommerciale di esondare verso altri lidi (cinema, tv e letteratura senza mai sfondare veramente – se non le nostre sfere).

Mentre il pubblico che ascoltava gli 883 cresceva, gli 883 (prima, e Max Pezzali solista poi) si son ben guardati dal farlo, rimanendo immobili negli anni d’oro del grande Real, perseverando nel sempre più scialbo e pedestre tentativo di raccontare storie sfigate di bamboccioni sfigati, ancorati in mezzo a cumuli di roba e di spade che sono stati evidentemente la loro rovina (forse per l’uso troppo moderato).

Ascoltate oggi, le versioni originali delle canzoni del duo di Pavia (all’epoca dei veri e propri masterpiece tamarri in cui tutti ci riconoscevamo, da sparare a tutto volume dentro la Uno Turbo col finestrino lato guida abbassato e il gomito fuori) fanno l’effetto nostalgico delle polaroid sfuocate della gita a Praga scattate con la prof di matematica nell’anno della maturità. Pezzi certamente rimasti nella memoria collettiva, ma comunque appartenenti al passato, da rispolverare ogni tanto per ricordarci come eravamo e ridere di noi stessi, pensando che oggi siamo tutti molto meglio (tranne Max Pezzali. E la prof di matematica).

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Diggeiggiovani consigliati da bloggeranziani

Scritto da Chissenefrega il 7 aprile 2012 – 16:00 -

La verità è che se non ci fossi io ad introdurveli (ma non diciamo dove) voi vi perdereste questi talenti in erba che coloreranno il cielo del futuro con le sonorità del domani. I giovani deejay più noti al momento sono indubbiamente Avicii e Calvin Harris, ma la scena è piena di nomi nuovi pronti ad emergere. Ecco dunque altri tre deejay-producer da tenere d’occhio, e che vi consiglio per le vostre serate danzerecce alternative a Mitico Vasco, Mitico Liga, Laura Pavesini e Amicidimaria. Consideratelo il mio regalo di Pasqua.

skrillex

Skrillex (Los Angeles, classe 1988): ok, non sto scoprendo l’acqua calda. E’ solo che per non shockarvi troppo non potevo cominciare questa carrellata con uno completamente sconosciuto. Skrillex ha già intrapreso il percorso che lo porterà a diventare un producer di fama internazionale (e a collaborare con i “grandi artisti” vogliosi di accodarsi al trend del momento) vincendo tre Grammy (tra cui lo stesso Grammy che vinse anni fa Benny Benassi, ora produttore di Madonna). Per questo merita il massimo rispetto, anche se, diciamolo, fa un genere che fa venire discreti conati. Ma se l’è inventato lui, quindi, ancora una volta massimo rispetto per uno che ha scelto di puntare sulla creatività anziché sull’omologazione becera. I suoi brani metal-punk-rap-techno sono fintamente cattivi oltre che abbastanza vergognosi: però non puoi smettere di ascoltarli. Massimo rispetto anche perché Skrillex, uomo di rara bruttezza, si dimostra molto coraggioso ad andare in giro con quella faccia. Poi se consideriamo che di solito gli americani stanno all’arte del deejaying come Federica Pellegrini sta all’arte della recitazione, il deejay losangelino merita ancora una volta rispetto. Pensavo che un esperimento tipo il suo, qui in Italia potrebbe farlo solo un collettivo composto da Pino Scotto con Albertino e Mirko Casadei. Voto 6 e 1/2

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CSNF intervista Biggie Bash dei Boomdabash!

Scritto da Chissenefrega il 14 novembre 2011 – 22:13 -

C’era un tempo in cui questo blog lanciava nuovi artisti e ce ne fu anche uno in cui le case discografiche mi mandavano i dischi da recensire (poi una volta mi rifiutai di fare la recensione ad un album  che ritenni un po’ troppo distante dalla mia linea editoriale e – STRANAMENTE – non mi mandarono più nulla). Ma non si può scrivere di musica a comando: si deve fare solo se si sente la spinta interiore generata dal  sacro fuoco dell’arte.

Un gruppo musicale indie italiano in cui il suddetto fuoco arde sempre più, proviene dall’affollato (di talenti) Salento. i Boomdabash sono amici di Chissenefrega: insieme uniamo le forze e chiediamo il vostro supporto. XL di Repubblica ha lanciato un concorso per eleggere la band salentina più meritevole del momento e se vorrete potrete esprimere la vostra preferenza per loro qui:

http://www.facebook.com/questions/307701995913748/

Ma non a scatola chiusa e non perché ve lo dico io: i motivi per votarli sono contenuti innanzitutto nel loro nuovo album Mad(e) In Italy (una piccola perla di “elettroraggamuffin” in cui vengono contaminati sapientemente lingua inglese a dialetto salentino), ma soprattutto nella INTERVISTA IN ESCLUSIVA MONDIALE (vabbè, facciamo finta…) che Biggie Bash, voce anglofona e leader spirituale della band, ha rilasciato al sottoscritto.

Agevolo video della loro hit “Murder“, cliccate “play” e nel frattempo leggete l’intervista qui sotto. Sarà tempo ben speso, fidatevi.

Ciao Biggie, non ti pongo le solite domande banali sulla formazione della band o sul perché del nome, anche perché sono info che possono essere reperite facilmente altrove. Visto però che parliamo di un concorso, quello di XL di Repubblica, che vede in gara le band salentine, ti chiedo come mai secondo te il Salento è un così folto vivaio di  nuovi artisti? Che particolarità ha questa terra per la musica?
Innanzitutto credo una profonda tradizione. Personaggi di grande spessore come Sud Sound System, Militant P per citarne alcuni, hanno contribuito a creare una vera e propria scuola, un’accademia del reggae/raggamuffin che allo stato attuale credo sia la più titolata d’Italia. Poi credo che i salentini siano particolarmente predisposti a recepire e fare proprio il messaggio della reggae music: cultura, tradizione, difesa delle proprie radici e della propria terra sono alla base del modus vivendi di questa gente.

Com’è il rapporto coi vostri colleghi della zona: complicità oppure rivalità?
Nessuna rivalità. Da parte nostra, c’e’ il rispetto assoluto di qualsiasi artista, crew o sound, chiunque spenda le proprie energie per la musica e per tenere alto il nome del Salento in Italia e non solo.

Come è nata l’idea nei Boomdabash di contaminare lingua inglese e dialetto salentino? Casualità o scelta studiata a tavolino?
Le strategie studiate a tavolino prima o poi vengono sempre smascherate. Per noi e’ tutto successo nella maniera più semplice e naturale possibile. Nel nostro piccolo paesino c’erano poche personalità’ attive nel settore musicale: c’era Boomdabash e c’ero io con la mia band hardcore. Le nostre strade inevitabilmente si sono incrociate, ci siamo ritrovati insieme con un microfono in mezzo. Io ho sempre fatto musica in inglese, Paya’ e’ nato e cresciuto musicalmente nella scena raggamuffin salentina…il resto e’ stato un’evoluzione naturale delle cose.

Il vostro genere musicale non è molto “pugliese” (né “italiano”) a dire il vero:  da dove derivano queste influenze elettroniche così moderne? In percentuale nelle vostre canzoni, quanta Giamaica c’è, quanto Nord Europa c’è, quanta Puglia c’è?
In Boomdabash c’e’ un piccolo universo. Ci sono diverse personalità’ musicali, chi viene dall’hip hop, chi dal punk/hardcore, chi dall’elettronica. Ognuno di noi ha messo la propria esperienza in differenti settori a disposizione della crescita artistica di Boomdabash, creando appunto uno stile che e’ difficilmente identificabile, il cui fulcro principale però è il battere e levare del reggae. Non siamo mai stati artisti dalle visioni “ermetiche”. Ascoltiamo molto la radio, siamo sempre abbastanza informati su ciò che si muove nel panorama musicale internazionale, non solo reggae ovviamente.

A chi vi ispirate per le musiche, ma soprattutto per i testi? Lavoro di squadra o incarichi separati?
La prima fase e’ individuale senza dubbio. I beat che ci vengono forniti da Ketra, il nostro beatmaker, inizialmente vengono “lavorati” in sedi separate diciamo. Ognuno ci mette sopra le proprie idee, un ritornello, una strofa, un  bridge. La fase più’ produttiva arriva dal lavoro comune in studio, quando ognuno di noi unisce il suo approccio musicale a quello degli altri membri. Non siamo sempre d’accordo su tutto, ma anche questo e’ un fatto manifesto della completa genuinità’ del nostro lavoro:niente di strategico, tutta roba naturale!

Qual è la canzone dell’album “Mad(e) in Italy” a cui sei più legato e perché?
Senza dubbio “Dem ah idiot”, perché’ rappresenta al meglio la mia personalità’ artistica, sempre in continua e costante evoluzione.E detto tra noi, la trovo molto “HARDCORE”, quindi non posso non avere un debole per lei.

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Justice – Audio video disco

Scritto da Chissenefrega il 7 novembre 2011 – 07:50 -

Diceva nel 2007 un blogger saggio (ma anche – coff coff – dotato di obiettività indubbia e gusti musicali sopraffini, ma soprattutto insuperata modestia):

Dove i Daft Punk con “Human After All” hanno fallito, i Justice con “Cross” riescono a regalare emozioni forti, come non accadeva da tempo agli amanti del genere [...] Un un vero trip allucinogeno fatto di contaminazioni rumorose, campionamenti, synth acidi e studiate sonorità non troppo convenzionali

A distanza di quattro anni e con un nuovo disco appena sfornato dal titolo “Audio video disco”, i Justice vogliono stupire ancora, riuscendoci – bisogna ammetterlo – solo in parte. Le stroncature che si leggono su vari blog di periferia, però, sono davvero esagerate. Ma si sa, i critici musicali internettiani se la cantano e se la suonano: orfani della creatività daftpunkiana, codesto manipolo sottopagato di recensori di dischi scaricati illegalmente, decise nel 2007 di appiccicare ad un duo di produttori sconosciuti (e guarda caso parigini) l’etichetta di “nuovi Daft Punk”. Oggi, sempre questi personaggi barricati dietro i loro occhialoni dalla montatura spessa, la felpa col cappuccio e il tablet all’ultimo grido, revocano unanimemente quel prestigioso titolo al duo francese che – nel frattempo – non è più sconosciuto e un po’ aveva pure cominciato a crederci.

Dunque spetta al sottoscritto (sempre l’individuo di cui sopra, dotato di obiettività indubbia e gusti musicali sopraffini, ma soprattutto insuperata modestia) ristabilire l’ordine naturale delle cose scrivendo che EBBENE NO, i Justice non sono, non furono e non saranno i nuovi Daft Punk, però, cacchio, avercene. La sfida, se viene messa sul piano dell’innovazione, è persa in partenza: impossibile infatti comparare la rivoluzione anche solo “percettiva” apportata alla musica elettronica, dance, house, pop (e vari sottogeneri) da Homework e Discovery tra il 1997 e il 2001. Dieci anni dopo (sarà un caso che i due album dei Justice siano usciti rispettivamente nel 2007 e 2011 ?) era impossibile fare altrettanto, però si poteva dare una scossa ad un genere ormai eccessivamente invadente e banalizzato nella sua declinazione più radiofonica. “Cross” centrò il bersaglio. “Audio video disco” un po’ meno, ma almeno azzarda con audacia e dignità.

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Il santo del giorno – Girl Talk

Scritto da Chissenefrega il 26 ottobre 2011 – 07:50 -

Un paio d’anni fa ebbe l’idea di usare nelle sue canzoni solo campionamenti illegali. Fin da subito il mondo della musica più reazionario cominciò a idolatrarlo come se avesse scoperto l’acqua calda; poi non si è capito bene che fine abbia fatto (forse in galera?). Sebbene io apprezzi il suo genere di creatività, apprezzo un po’ meno il suo genere musicale. Comunque di lui approvo che: 1) ha un’interessante visione del concetto di diritto d’autore (cioè ne ignora l’esistenza), ma soprattutto 2) lavorava full time come ingegnere, poi si è rotto le sfere, ha mollato tutto e si è messo a fare il deejay: se fossi ingegnere e sapessi fare il deejay, potrebbe essere la mia futura biografia.

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Il santo del giorno – Moby

Scritto da Chissenefrega il 11 settembre 2011 – 07:50 -

Ho sempre stimato Moby. Ma ho anche sempre avuto un problema con Moby. Cioè. Ho sempre pensato che fosse geniale. Mi piace la sua eccentricità e la sua aria svagata (TOP quando ritirò un qualche award in tuta dell’Adidas), credo che sia un talentuoso autore, un eccezionale creativo, un fantastico dj-producer. Adoro la sua perfidia mascherata (ha prodotto per Britney Spears una delle sue canzoni più inutili, se non è perfidia questa). Ma tre quarti della sua produzione musicale mi annoia a morte, l’ultimo suo album – uscito questa primavera – non l’ho nemmeno scaricato per cusiosità. Non so. Ho sempre stimato Moby. Ma ho anche sempre avuto un problema con Moby. Cioè. Ho sempre pensato che fosse geniale. Forse ho sempre pensato che fosse troppo geniale per piacermi fino in fondo.

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Daft Punk – Tron Legacy O.S.T.

Scritto da Chissenefrega il 11 dicembre 2010 – 12:55 -

tron legacy original soundtrackQuesto album dei Daft Punk non è un album dei Daft Punk, dunque ogni recensione potrebbe concludersi qui. Questo album dei Daft Punk è la colonna sonora per un film di fantascienza costosissimo targato Disney, in cui il duo elettronico più famoso del mondo mette le proprie capacità al servizio di Hollywood, sperando in un ritorno (economico e) d’immagine più che mai necessario, dopo cinque  anni di latitanza ed un ultimo lavoro, “Human After All”, all’epoca accolto piuttosto freddamente (anche dal sottoscritto, oggi pentito e reo confesso). Questi presupposti devono essere ben chiari, perché se qualcuno si aspetta da questo disco delle trascinanti e rivoluzionarie hit dance, è assolutamente fuori strada.

Peraltro, giudicare un album con ventidue non-canzoni lunghe poco più di un minuto, è un’impresa assai ardua, considerato che tali non-canzoni sono funzionali ad altrettante scene del film e decontestualizzarle è pressoché impossibile. Come è impossibile scindere qualsiasi memorabile canzone dei Daft Punk da qualche opera visiva collegata (cosa sarebbe “Revolution 909” senza la storia del pomodoro, cosa sarebbe “One more time” senza l’anime di Matsumoto, cosa sarebbe “The prime time of your life”  senza quel disturbante videocapolavoro sull’anoressia dove una bambina che si vede grassa squarta se stessa davanti alla gigantografia di una scheletrica Britney Spears – tanto per citarne tre a caso) perciò giudicare questo disco è ancor più difficoltoso che giudicarne degli altri: diciamo che in questo caso è l’intero film ad essere il videoclip del disco realizzato dai Daft Punk e senza averlo visto, ogni parola scritta qui (o altrove) è più che mai vana.

Nella colonna sonora di Tron Legacy ci sono i Daft Punk e c’è un’orchestra di cento elementi: sonorità classiche, adagi, notturni, andanti ed allegretti mischiati all’acidità dei synth e a ritmi sincopati che fanno un effetto “Jean Michel Jarre incontra Giorgio Moroder al rave party, ma nessuno dei due ha ancora raggiunto il tasso alcolico necessario”. Siamo, di fatto, anni luce distanti da quel duo di ragazzini che sminuzzavano campionamenti in cameretta rivoluzionando inconsapevoli la storia della musica elettronica e dance. Tron Legacy è un disco indefinibile: coraggioso e impalpabile, inaspettatamente “alto” e prezioso, ma anche fin troppo adeguato allo scopo per cui è stato concepito. Si passa per momenti supersnob che lo rendono adatto per essere ascoltato in una spider di lusso guidando in collina tra la nebbia crepuscolare, ed altri in cui si ha la sensazione che l’occasione non sia stata sfruttata al cento per cento. Ad esempio, perché Derezzed, brano (dalle altissime potenzialità) scelto per la copiosa campagna pubblicitaria, si esaurisce in un minuto di ripetitività fine a se stessa? Non era almeno il caso di dargli una struttura più coerente e radiofonicamente friendly?

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