Category - Dance

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Booty Luv – Boogie 2nite
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Aspettando Sanremo – Alexia (2005)
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Aspettando Sanremo – Eiffel 65 (2003)
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Un video da denuncia
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Eric Prydz vs Pink Floyd – Proper education
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Sophie Ellis Bextor – Catch You
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Moby – New York New York

Booty Luv – Boogie 2nite

Di questi tempi non capita tutti i giorni di vedere un brano dance di produzione italiana al secondo posto nella classifica dei singoli inglesi, posizionato tra i Take That e Nelly Furtado. E capita di rado anche che io mi prodighi in complimenti. Per cui, tanto di cappello al team DB Boulevard, Tamburo e Ferrucci, Moltosugo e pure a quel Tommy Vee simpatico come un pestone su un’unghia incarnita, che riuniti sotto lo pseudonimo “Booty Luv“, hanno scalato le charts d’oltremanica con una cover dal gusto molto british-club e decisamente assai riuscita.

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Aspettando Sanremo – Alexia (2005)

Alessia Aquilani in arte Alexia, è una delle regine incontrastate della gioventù mia e di molti miei coetanei: come se ne può parlar male? Non si può, anche perchè tutto il peggio che poteva capitare alla sua carriera se l’è procurato da sola, quindi infierire pare brutto. Dieci anni fa, la cantante spezzina dotata di corde vocali da campionato di tiro alla fune, cantava in inglese e le sue canzoni erano allegria, vitalità e spensieratezza. Con “The summer is crazy”, “Number one”, “Uh la la la” e molte altre hits, raggiunse le vette delle classifiche dei cinque continenti. Ma ad Alexia non bastava, e come ribadì più volte in varie interviste, il suo sogno era quello di cantare in italiano e partecipare a Sanremo. Il sogno, esaudito, si trasformò ben presto in un incubo e l’incubo fu il baratro della sua carriera: in bilico con il secondo posto di “Dimmi come” del 2002, precipitata nel vuoto con la vittoria del 2003 con “Per dire di no” (che fu un riscatto “morale”, ma non certo a livello di vendite) e solo parzialmente risollevata da “Da grande“, brano del 2005, che richiama furbescamente le atmosfere dance in cui Alexia si è sempre trovata a suo agio. Troppo tardi.
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Cliccando su Continua, una breve videography di Alexia.

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Aspettando Sanremo – Eiffel 65 (2003)

Youtube è abbastanza avaro di contenuti risalenti al Sanremo del 2003. Probabilmente il motivo è che quell’edizione è stata particolarmente inutile, sfigata e assolutamente non degna di nota. Basti pensare che la puntata del giovedì venne battuta, in ascolti, dal Grande Fratello, mentre quella del mercoledì da Sarabanda (porca di una miseria, sembra un milione di anni fa) con una puntata speciale dedicata ad una storica sfida con il mitico “Uomo Gatto” versus chiunque. Ah, che fantastici trash-ricordi… Ma torniamo al Festival: io non mi ricordavo che agli Eiffel 65, che per la prima (e unica) volta hanno portato la musica dance maranza sul palco dell’Ariston, fosse stata dedicata una tale introduzione. Oltre sei minuti di sproloquio in cui Baudo vorrebbe tentare di raccontare la storia della musica elettronica dai Kraftwerk ai Chemical Brothers, ma che si conclude con l’oscena interpretazione ululata di “Nel blu dipinto di blu” su cassa dritta da parte di Serena Autieri, la quale poi si è dovuta sottoporre ad un trapianto di tonsille. E mentre il Pippone nazionale affermava che “questa è la musica che piace ai gggiovani!!“, alle vecchiacce impellicciate in prima fila esplodeva l’amplifon e i loro zibellini prendevano miracolosamente vita per fuggire dalla platea, atterriti.

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Un video da denuncia

Se ne chiacchierava l’altro giorno sul blog di Gioxx, della musica anni 90. E di un programma radiofonico mattiniero che la ripropone. Stamattina, per esempio, mi è bastato sentire “Crazy” di Britney Spears (la versione originale, mica “the stop remix“, ma forse è meglio che non mi dilunghi in certi dettagli da esperti…) e “Dur dur d’etre un bébé” di Jordy perchè mi rimanesse il buonumore per tutta la giornata. Poi con un collega abbiamo discusso sui tempi in cui si andava in discoteca e si ballava sulle note di “Lo voglio duro” (una canzone dedicata alla scelta dei materassi) o “Sale sale e non fa male” (un pezzo di propaganda a favore dell’ipertensione).

Comunque, tornando al brano della baby-star (Jordy, non Britney) devo dire che mi ricordavo molto bene la canzone, ma il video, sinceramente, mi sfuggiva. Una cosa improponibile ai giorni nostri, chissà se il bimbo ha superato il trauma o se è ancora in cura. Posto la clip qui sotto, ma che la Polizia Postale non se la prenda con me.

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Eric Prydz vs Pink Floyd – Proper education

Quando c’è da difendere la musica dance, genere ormai bistrattato e relegato a ruoli marginali di mercato, io sono sempre in prima linea. Non in questo caso. Perchè Eric Prydz, già sopravvalutato producer che nel 2004 beccò la hit mondiale “Call on me” (un brano che si reggeva sulla ripetizione ad libitum di tre sillabe, di cui si ricorda meglio il video che l’audio), ritorna dietro alla consolle per realizzare questa cover (o sarà un remix?) di una delle canzoni più strapazzate di sempre. A me bastava già la versione anni 90 di Francesca Pettinelli di Non è la Rai, oppure quella del 2002 degli italiani Pink Coffee, peraltro entrambe migliori di questa. Non c’era bisogno di accanirsi ulteriormente.

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Sophie Ellis Bextor – Catch You

La pagina italiana di Wikipedia che parla di Sopie Ellis Bextor è un esempio di imprecisione e malscrittura che conferma i legittimi dubbi che ogni talto qualcuno solleva nei confronti dell’enciclopedia libera. Potrei scriverla io qui (o lì, anche) una più corretta ed esauriente biografia della cantante popdance lanciata nell’anno 2000 dalla hit “Groovejet – if this ain’t love” del dj veneziano Spiller. Ma chissenefrega, di Sophie Ellis è sufficiente conoscere il timbro vocale e la sua particolare pronuncia “aperta” che la rende distinguibile tra mille. I segnali che lancia il singolo “Catch you“, in uscita a febbraio, apripista per un nuovo album previsto a maggio (“Trip the light fantastic“), sono chiari. Il nuovo lavoro della cantante londinese si discosta dalle atmosfere da dancefloor popolare del vendutissimo “Read my lips” e segna una marcata svolta rispetto alle deludenti sonorità lo-fi del meritatamente floppante “Shoot from the hip“.

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Moby – New York New York

Personalmente preferisco Moby nelle vesti di produttore, remixer e smanettatore di musica elettronica, piuttosto che in quelle di cantante fintopop dalla voce incerta (lo stesso discorso vale per gli Scissor Sisters: meglio dj per brani altrui che pseudoBeeGees in proprio). Per questo trovo che New York New York, impreziosita dalla voce ultrasessantenne di Debbie Harry, sia un’idea discretamente azzeccata.

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