Category - Dance

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Madonna @ Live Earth
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Rihanna – Good girl gone bad
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Loredana Lecciso – Tuka Kulos
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Il Deboscio – Frangetta (a.k.a. Milano is burning)
5
Paola e Chiara – Second Life [VS] Sophie Ellis Bextor – Me and my imagination
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Bebè Lilly – La giungla degli animali
7
Bob Sinclair – Sound of freedom

Madonna @ Live Earth

Quella di Madonna al Live Earth era l’esibizione più attesa, visto che lei stessa aveva scritto e interpretato la colonna sonora ufficiale del concerto globale. Nonostante si fosse esibita sul palco di Londra poco prima della mezzanotte, la sua performance è andata in onda (per ordine della stessa Madonna) su MTv alle 4:30 del mattino, per far combaciare la sua uscita televisiva con la prima serata in America. Infatti me la immagino nel suo body rosa shocking che chiama il gggiovane viggei Alessandro Cattelan sul cellulare: “hey ciccio, tu dovere mettere in onda my perfòrmanss all’alba bicòs ai em Madonna the big Diva“. Comunque quella che ho visto stamattina più che Madonna mi sembrava un mix tra una sosia di Paola Barale quasi sobria e una Courtney Love sgonfia. Mi è piaciuta molto la versione di “La isla bonita” featuring Tazenda, e come è stata attaccata a “Hung up“. La voce della cantante era momentaneamente assente, forse era meglio se si esibiva in playback facendo cantare la sua segreteria telefonica (in particolar modo in “Hung up“, dove sembrava che avesse un cubo di spezzatino bloccato nella trachea). Tutto sommato gradevole esibizione, per una in età pensionabile.

Ah, stendiamo nuovamente un velo pietoso sulla conduzione dei vj di MTv e dei loro ospiti che producevano solo inutile inquinamento acustico: alle 3:30, per dire, coi Velvet assonnati di ritorno da una notte bianca, Carolina Di Domenico non aveva niente di meglio da fare che ricordare quanto fosse importante chiudere l’acqua mentre ci si lava i denti.

I video dell’esibizione di Madonna: qui sotto, dopo il “salto”.

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Rihanna – Good girl gone bad

Due mesi e mezzo fa, avevo scommesso il mio porcellino virtuale (uh?) su questa signorina qui a fianco: scommessa vinta.

Rihanna è uno dei progetti di popmusic più redditizi e riusciti degli ultimi tempi. Quello che poteva essere un mero fenomeno meteoritico destinato ad esaurirsi dopo la prima hit estiva, dimostra invece di riuscire a tenere negli anni e di essere in grado di puntare in alto (ha anche molti santi in paradiso, a dire il vero: mica a tutti capita di firmare un contratto con Jay Z). Se Umbrella è inchiodata al primo posto sia nella classifica americana che in quella inglese dei singoli e in quella dei download digitali, il terzo album della diciannovenne delle Barbados debutta in Billboard al terzo posto e al primo in UK (qui si capisce quanto poco siano affidabili le calssifiche in Italia: da noi, oggi, il singolo è al nono posto, l’album al trentaquattresimo: se valutassimo la musica affidandoci alla FIMI vorrebbe dire che il fenomeno Rihanna è paragonabile a una MelCitrulla qualsiasi [con tutto il rispetto per MelCitrulla, ma è il primo esempio che mi è venuto in mente…]).

Good girl gone bad ha degli evidenti richiami a Beyoncè, Gwen Stefani e Mariah Carey (ci vogliamo mettere dentro anche Hilary Duff?), ma non fa rimpiangere nessuna di queste (soprattutto Hilary Duff). Rihanna ha un suo stile riconoscibile, cosa parecchio difficile di questi tempi, ed in perenne crescita dal punto di vista artistico: una vera stella sempre più pronta a brillare di luce propria nel firmamento delle grandi star del pop moderno. In questo lavoro piuttosto ben fatto (anche il suo precedente album lo era) rivede e corregge qualche piccola imperfezione del passato; ma non è ancora, per la sua carriera, l’album “definitivo”. Il disco vola leggero tra atmosfere pop, dance e r’n’b, si snoda tra l’urbano e l’elettronico forse in certi punti un po’ troppo spinto (in altri esageratemente povero), ma risulta assolutamente godibile. Tra i brani di spicco, da segnalare senz’altro l’up-tempo Push up on me, la ballata Hate That I Love You featuring Ne-Yo, il nuovo singolo electrorockeggiante Shut up and drive e (altra probabile hit annunciata) un pezzo tanto semplice quanto efficace, dalle sfrontate reminiscenze michaeljacksoniane: Don’t stop the music.

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Loredana Lecciso – Tuka Kulos

Il mondo lo balla già: evribbaaaaadiiiii!!! Arrangiamento General Midi del peggior karaoke, suoni sintetici fuori moda già nel 1984, melodia trascinante come una lumaca incinta. E la voce della Lecciso che sembra il boccheggiare di una carpa di fiume appena pescata in attesa di essere passata viva sul barbecue. Questo è il nuovo singolo estivo di Loredana, scritto per la nota showgirl da una “ragazza un po’ bizzarra” (bizzarra? sarebbero da internare entrambe, qualcuno regali loro un periodo di rehab insieme a Lindsay Lohan, per carità).

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Il Deboscio – Frangetta (a.k.a. Milano is burning)

Etichettare il progetto Frangetta non è semplice. Qualsiasi cosa compresa tra “cavolata megagalattica realizzata da dodicenni perditempo con gravi turbe psichiche” e “esperimento culturale postmoderno talmente elevato che la mia mente ritardata non riesce a comprendere“, può essere plausibile. Il fenomeno (destinato a durare tanto quanto il gusto di una Vivident Xylit) nato su internet qualche settimana fa, ha fatto velocemente il giro della blogosfera e dei profili di Myspace, per approdare in radio (Deejay, dove sennò?) che ne ha furbescamente capito le potenzialità virali e ne ha promosso la pubblicazione del singolo.

Adesso, che ci vogliano far entrare nel cervello come “tormentone dell’estate” questa accozzaglia di brutti suoni sintetizzati buttati là, uniti alla voce metallica di una segreteria telefonica, direi che è un po’ eccessivo (personalmente preferisco la nostra amica Luisa Pinguna Deejay che aveva campionato il centralino di Media World in tempi non sospetti). Trovo ancor più preoccupante che le radio nazionali tentino di spacciare questa inutile porcheria per “musica elettronica”. Poi, se vogliamo parlare del fatto che l’idea virale di raccontare in maniera squallida gli stereotipi della propria città possa essere anche interessante e di forte presa tra i bambinetti smanettoni di internet ben venga, ma io, sinceramente, tutta questa fenomenalità in Frangetta non la vedo (e tanto meno la sento).

Bene, se non avete capito niente di ciò che è scritto sopra, e volete farvi una indispensabile cultura in merito, proseguite qui sotto:

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Paola e Chiara – Second Life [VS] Sophie Ellis Bextor – Me and my imagination

Nato originariamente su un campionamento di “Sweet Harmony” dei Beloved, il nuovo singolo che suggella la reunion di Paola e Chiara dopo gli esperimenti solisti (quello di Chiara commercialmente ben riuscito, quello di Paola non pervenuto), viene presentato oggi ufficialmente (alle 14.30 su VivaRadio2 da Fiorello e alle 24.30 live al Piper di Roma, se qualcuno fosse interessato). Il campionamento, però, è sparito e la “radio version” è stata banalizzata con un arrangiamento house-fashion che andava di moda nel 2001, con quella tipica chitarrina rubata agli Stardust (i quali, per la precisione, l’avevano a loro volta scippata a “Fate” di Chaka Khan). “Second Life” è un pezzo da dancefloor banalotto, in stile “vorrei ma non posso”, che chiunque sarebbe in grado di rifare in casa propria in cinque minuti col pc, o anche con la Pastamatic.

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Non ho mai nascosto il mio debole per Sophie Ellis Bextor, per cui potrei essere di parte (strano, non lo sono mai…). E’ uscito da poco il secondo singolo estratto dal nuovo album della cantante inglese (“Trip the light fantastic”, che non sembra stia ottenendo i risultati sperati). Anche qui ci troviamo di fronte ad un lavoro che non brilla certo per originalità (e che vanta debiti nei confronti di Kylie Minogue, giusto per dirne una). Ma ben venga un ritorno al passato, dopo la non entusiasmante svolta synthpop anni 80 del suo precedente album. “Me and my imagination” è un brano house “carino”, stile primi anni 2000 e niente più. Di certo molto più “english”, ben fatto ed elegante, se paragonato al disco delle due gallinelle nostrane di cui sopra.

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Bebè Lilly – La giungla degli animali

Emigro. Espatrio. Rinuncio. Mi bevo un litro di Wc Net. Passino la Rana Pazza, la mucca Holly Dolly (ma era una mucca, almeno, oppure una pecora clonata male?) e, a voler essere proprio clementi, le Tagliatelle di nonna Pina. Ma ora, che ci vogliano spacciare questa sottospecie di mocciosa in 3D e i suoi lamenti digitali da gallina immersa viva nel brodo di cavolfiore per il “tormentone dell’estate“, beh, è davvero troppo. E non mi interessa che sia quarta nella classfica ufficiale dei singoli (al quinto posto c’è Fabrizio Moro che, pensandoci bene, è anche peggio). Adesso voglio che qualcuno produca la canzone di Re Erode virtuale in modo da poter mettere finalmente la parola FINE a questa atrocità.
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Bob Sinclair – Sound of freedom

Pensavo fosse invidia. Invece trattasi di amore. Puro e spassionato, quel sentimento che provo per Bob Sinclair, il deejay più “paninaro” del momento. Io, a Bob, vorrei aggrapparmici come un panda col bambù, vorrei frequentare il suo studio di registrazione talmente tanto da usucapirlo, vorrei condividere con lui una cuffia AKG a due piazze, vorrei mixare insieme a quattro mani tutti i suoi successi (e non solo quelli più recenti e conosciuti, ma anche quelli ormai datati come “I feel for you”, “The beat goes on” e “Kiss my eyes”). Il suo nuovo pezzo, “Sound of freedom“, tanto per cambiare, riprende un brano degli anni 90 (“Everybody’s free” dei Rozalla, per la precisione) stravolgendolo completamente e regalandogli nuova linfa. Ed è l’anticipazione del nuovo album (Soundz of freedom) del deejay francese, uno dei pochi supersiti del genere discotecaro che è riuscito a spopolare nelle classifiche internazionali con della musica da ballare, nell’ultimo anno. Fresco, estivo, moderno, tamarro quanto basta, “Sound of freedom” è un inno reggaeton che unirà i cinque continenti. Ed è il suo miglior pezzo di sempre, superiore anche a “Love Generation”. Merita il successo che avrà.

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