Category - Film

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Sono influenzato / 1 – Tron: Legacy (Leggasi: Tron)
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The Tourist
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Daft Punk – Tron Legacy O.S.T.
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A Chissenefrega Whocares piace questo elemento
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A proposito di film non visti
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Paranormal Activity 2
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Ma in che mondo viviamo

Sono influenzato / 1 – Tron: Legacy (Leggasi: Tron)

Tron LegacyCiao mondo ho l’influenza (etciù). Prima di avere l’influenza, però, ho visto Tron Legacy. Bello? Brutto? Boiata pazzesca? Ridefinisce il significato del termine “capolavoro”? Non lo so. So solo che mi è piaciuto molto, e più che un seguito mi è parso un remake con il budget e la tecnologia necessari ad un adeguamento di quella che negli anni 80 era solo un’idea innovativa limitata dai mezzi produttivi. Il mondo virtuale rappresentato in Tron Legacy è molto vicino alla mia idea di fantascienza (molto di più, almeno, dell’orto botanico elettronico di Avatar); il 3D è usato in maniera parsimoniosa, non troppo invasiva, e non provoca l’ “effetto mal di mare” (in rete c’è chi si lamenta e si sente truffato: effettivamente metà film andrebbe vista senza occhialini che fanno perdere colore e luminosità, ma il resto è assolutamente appagante pur nelle sue tinte cupe); Jeff Bridges giovane e interamente ricreato al computer è semplicemente spettacolare per la perfezione di dettaglio raggiunta. Giusto in un paio di scene si nota una minima “gommosità” del volto, ma la mimica facciale del modello digitale è nel complesso spaventosamente reale, quasi più reale del Jeff Bridges vero, il cui anziano personaggio è dipinto come un vecchio ultrasaggio talmente zen da risultare quasi stucchevole. La colonna sonora daftpunkiana, che sembrava bella ma non eccelsa se ascoltata a sé, risulta magniloquente accostata alle immagini, studiata per essere funzionale ad ogni singolo fotogramma. La trama è la nota dolente: la “favola ecologista” di Avatar qui è la storia di un bamboccione che diventa adulto dopo aver riscoperto l’amore (sacrificale) del padre. Un po’ pochino, lo ammetto, ma un film del genere non lo si va certo a vedere per l’intreccio cervellotico, bensì per rimanere inebriati dalle sensazioni generate da un lungometraggio di puro entertainment fisico, a metà strada tra la più adrenalinica giostra di Mirabilandia ed una continua stimolazione sensoriale immersi in atmosfere musicali electro-epiche.

The Tourist

the touristPrendere il regista di un capolavoro (“Le vite degli altri“) e lo sceneggiatore di un capolavoro (“I soliti sospetti“) e dar loro in mano cento milioni di dollari “a babbo morto” nella speranza che sfornino un capolavoro al quadrato è un’operazione talmente rischiosa che – anche per puro calcolo statistico – ha possibilità di successo pari a quelle che avrebbe Belen Rodriguez come monaca di clausura. Più verosimilmente, l’allegro duo si dilapida il budget in un cast stellare tanto plasticoso quanto poco convinto e mette in piedi un’asmatica spy story declinata in salsa fictionesca. Un film che sulla carta vorrebbe essere un mix tra The Italian Job e The Bourne Identity, ma si risolve in una specie di Don Matteo meets Carabinieri facendoti pure rimpiangere le doti recitative di una Giorgia Palmas qualsiasi.

La sempre più skinny e mascelluta Angelina Jolie, in perenne modalità spot di bigiotteria Morellato, sale su un treno a Parigi diretto a Venezia, istruita da una missiva inoltratale da un suo misterioso amante. Qui incontra (non) casualmente il turista Johnny Depp (loffio e fuori forma come mai prima d’ora), con il quale scambia una serie di battute sconnesse e senza senso. Tanto è affascinata dal decerebratume dell’uomo (e dalla sua pelle cadente) che se lo porta nella suite imperiale dell’hotel Danieli di Venezia, dove ha la sfiga di ritrovarsi come concierge nientemeno che Neri Marcorè nella sua peggior imitazione del ministro Gasparri. Dopo una limonata sul balcone ed un sogno erotico sul divano, il bel Johnny si sveglia da solo (e anche un po’ umidiccio, ma solo perché siamo in una città di mare) mentre Angelina – nonostante sia braccata dall’interpol, dalla mafia russa e tra un po’ anche dagli alieni – decide di noleggiare un motoscafo e farsi un giretto per boutique. Nella suite dell’albergo irrompono i sicari moscoviti per fare la pelle alla moglie di Brad Pitt, ma qui vi trovano solo Johnny Depp ancora in pigiama, il quale, per sopravvivere all’attentato, si lancia in una rocambolesca fuga sui tetti (evidentemente ricostruiti in studio, quasi peggiori di quelli della finta Venezia in cartapesta che c’è all’Italia in Miniatura), finendo in braccio al carabiniere Nino Frassica che gli urla “connùùùùùùto” (sic!) e quindi arrestato da Christian De Sica che per interpretare un veneto ha la geniale idea di proferire parole a caso, però in spagnolo. Come nella miglior tradizione italiana, De Sica è un poliziotto corrotto e, in cambio di qualche ricarica della Tim, rimette il prigioniero nelle grinfie dei russi. Nel frattempo è scesa la notte e Angelina, ancora alla guida del motoscafo (che sfreccia a tremila nodi all’ora in laguna senza che le si scompiglino i capelli né che le si increspino per via della salsedine), tra una sessione di shopping estremo e una battuta abusiva di pesca alla vongola, trova quei cinque minuti liberi per recuperare il turista rapito. Armata solo di una corda e di un viso monoespressivo, riesce a strappare il partner alle mitragliatrici tonanti dei suoi aguzzini. Ma è il momento del primo colpo di scena (spoiler!):

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Daft Punk – Tron Legacy O.S.T.

tron legacy original soundtrackQuesto album dei Daft Punk non è un album dei Daft Punk, dunque ogni recensione potrebbe concludersi qui. Questo album dei Daft Punk è la colonna sonora per un film di fantascienza costosissimo targato Disney, in cui il duo elettronico più famoso del mondo mette le proprie capacità al servizio di Hollywood, sperando in un ritorno (economico e) d’immagine più che mai necessario, dopo cinque  anni di latitanza ed un ultimo lavoro, “Human After All”, all’epoca accolto piuttosto freddamente (anche dal sottoscritto, oggi pentito e reo confesso). Questi presupposti devono essere ben chiari, perché se qualcuno si aspetta da questo disco delle trascinanti e rivoluzionarie hit dance, è assolutamente fuori strada.

Peraltro, giudicare un album con ventidue non-canzoni lunghe poco più di un minuto, è un’impresa assai ardua, considerato che tali non-canzoni sono funzionali ad altrettante scene del film e decontestualizzarle è pressoché impossibile. Come è impossibile scindere qualsiasi memorabile canzone dei Daft Punk da qualche opera visiva collegata (cosa sarebbe “Revolution 909” senza la storia del pomodoro, cosa sarebbe “One more time” senza l’anime di Matsumoto, cosa sarebbe “The prime time of your life”  senza quel disturbante videocapolavoro sull’anoressia dove una bambina che si vede grassa squarta se stessa davanti alla gigantografia di una scheletrica Britney Spears – tanto per citarne tre a caso) perciò giudicare questo disco è ancor più difficoltoso che giudicarne degli altri: diciamo che in questo caso è l’intero film ad essere il videoclip del disco realizzato dai Daft Punk e senza averlo visto, ogni parola scritta qui (o altrove) è più che mai vana.

Nella colonna sonora di Tron Legacy ci sono i Daft Punk e c’è un’orchestra di cento elementi: sonorità classiche, adagi, notturni, andanti ed allegretti mischiati all’acidità dei synth e a ritmi sincopati che fanno un effetto “Jean Michel Jarre incontra Giorgio Moroder al rave party, ma nessuno dei due ha ancora raggiunto il tasso alcolico necessario”. Siamo, di fatto, anni luce distanti da quel duo di ragazzini che sminuzzavano campionamenti in cameretta rivoluzionando inconsapevoli la storia della musica elettronica e dance. Tron Legacy è un disco indefinibile: coraggioso e impalpabile, inaspettatamente “alto” e prezioso, ma anche fin troppo adeguato allo scopo per cui è stato concepito. Si passa per momenti supersnob che lo rendono adatto per essere ascoltato in una spider di lusso guidando in collina tra la nebbia crepuscolare, ed altri in cui si ha la sensazione che l’occasione non sia stata sfruttata al cento per cento. Ad esempio, perché Derezzed, brano (dalle altissime potenzialità) scelto per la copiosa campagna pubblicitaria, si esaurisce in un minuto di ripetitività fine a se stessa? Non era almeno il caso di dargli una struttura più coerente e radiofonicamente friendly?

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A Chissenefrega Whocares piace questo elemento

the social network filmFacebook ha 500 milioni di utenti (compreso il sottoscritto), di cui 499.999.999 convinti sia un inutile luogo di ritrovo virtuale per cronici perditempo (compreso il sottoscritto), eppure non riescono a rinunciarvi (compreso il sottoscritto che ha pure due account, urgh!). Sono finalmente riuscito a vedere “The Social Network”, diretto (molto bene, ma non avevo dubbi anche se non ho mai visto Fight Club) da David Fincher. Il rischio che si potesse confezionare un blockbuster-bidone era molto alto, ma sono felice di constatare che le recensioni positive che avevo letto in giro sono da confermare e ritengo che chi l’ha definito “film dell’anno” abbia tutt’altro che torto.

Solo chi si aspetta un film autoreferenziale su Facebook, che ne celebri l’utenza, le bacheche ammiraglie e i contadinastri farmville-addicted ne rimane deluso. Tutti gli altri possono uscire dal cinema ritenendosi più che soddisfatti per aver assistito al racconto di una storia coinvolgente (non priva di qualche lungaggine, fin dal dialogo introduttivo), ingombrante fardello di cui Hollywood si sbarazza sempre più spesso in nome dell’overdose di effetti speciali (ogni riferimento ad Avatar non è puramente casuale), basata su fatti reali sconosciuti ai più. “The Social Network” non è solo una versione 2.0 di Synapse con una trama molto più interessante ed un cast di attori decisamente superiori a Ryan Philippe. E’ più che altro un legal thriller biografico non autorizzato, raccontato sia dal punto di vista dell’accusa – la quale ritrae un Mark Zuckerberg perennemente in felpa e ciabatte, sociopatico, traditore, arrivista affamato di gnocca – che da quello della difesa dove si mettono in luce tanto la genialità dell’inventore di Facebook, quanto il suo immaturo approccio con il mondo reale. Non c’è giudizio, non c’è parzialità. C’è, invece, il sogno americano realizzato, la rivincita dei nerd nel senso più ampio del termine, perché oggi nerd è cool, ma anche gli inevitabili effetti collaterali della fama e del successo.

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A proposito di film non visti

Interessante il post di Acrimonia sui “22 film consigliati“. Mi ha fatto venire l’idea per un potenziale meme (uuuuuuh che roba arcaica!) della serie “cita un po’ di film (diciamo tre/quattro, ventidue sono effettivamente un po’ tanti) che tutti hanno visto ma tu no”. Potete farlo nei commenti.

So che potrei essere deriso, ma ammetto di non aver mai visto nemmeno un minuto, oppure di aver visto talmente poco da non capirci una mazza, di:

1) Qualsiasi episodio della saga di Harry Potter. Ho un pregiudizio di fondo: che faccia schifo e non riesco a farmelo passare;

2) Il Signore degli Anelli: tentato di vederlo alla tv e alla prima interruzione pubblicitaria mi sono fiondato in bagno con l’Enterogermina rimanendoci per quelle sei/sette ore;

3) Fight Club: questo mi dispiace di non averlo visto, penso pure che incontrerebbe il mio gusto. Ho il DVX salvato in C:\ da sei anni e non mi ricordo mai di darci un’occhiata;

4) Pulp Fiction: in realtà ho tentato di guardarlo più di una volta ma non sono mai riuscito ad arrivare manco a metà, causa sopravvenuta sonnolenza (io di Tarantino riesco a tollerare solo i due Kill Bill e Four Rooms nelle tre parti dirette dagli altri registi, a dire il vero);

5)  “Il Gladiatore”: lo vidi un’unica volta al cinema ma non ho mai saputo come andasse a finire perché presi sonno sulle comodissime poltrone del Warner Village (successivamente non ho più avuto il coraggio di approcciarlo);

6) Menzione d’onore per Tron, il cui attesissimo seguito esce il mese prossimo. Per molti della mia generazione è un cult alla stregua di “War Games” o “Ritorno al Futuro”. Io ho sempre saputo che esisteva e sempre avuto una voglia matta di vederlo, ma per varie congiunzioni astrali non c’eravamo mai incontrati. Fino a qualche sera fa, quando me lo sono recuperato proprio sull’onda del “buzz” generato dal nuovo “Tron Legacy“. Ma sulla scena più bella (quella dove tre tizi scappano con le fantascientifiche moto dentro ad una specie di labirinto fatto a quadrettoni) mi sono appisolato, scoprendo che le poltrone di casa mia forse sono ancor più comode di quelle del Warner Village. La cosa bella è che quando mi sono risvegliato c’era sullo schermo il blocco di Megavideo, ma ho dormito talmente tanto che non ho dovuto nemmeno staccare il modem e cambiare indirizzo IP per far proseguire la riproduzione, perché il tempo di attesa era già stato superato. Fino al punto dove avevo visto prima di addormentarmi, però, mi pareva un gran bel film: non ho capito niente della trama, ma come effetti speciali era avanti anni luce per l’epoca e questo mi è bastato. Comunque, io aspetto che esca il seguito solo per la colonna sonora dei Daft Punk.

Paranormal Activity 2

Attenzione! Se da bambine, anziché con il Dolce Forno o la Maglieria Magica, giocavate con vostra sorella a “simulazione di seduta spiritica”, potreste ritrovarvi da adulte con una figliastra teenager cretinetta e un depuratore per piscina indemoniato. Questa, in estrema sintesi (ma in realtà è pure troppo prolissa), la trama di Paranormal Activity 2, il sequel (ma in realtà è un prequel) di quell’ingannevole operazione di marketing firmata Oren Peli uscita otto mesi fa e spacciata – nella sua pochezza produttiva – per capolavoro horror d’altri tempi. E i “Peli”, stavolta, più che dritti sono superflui, visto che per il nuovo episodio si è deciso di sbarazzarsi del regista/ideatore del precedente capitolo, sostituendolo con quello della saga di “Saw l’Enigmista”, che più che una saga direi che è una mezza-saga.

Nonostante un budget visibilmente più cospicuo (la casa non è un tugurio e hanno comprato pure un paio di telecamere in più), Paranormal Activity 2 non fa null’altro che riciclare la stessa medesima sceneggiatura del film predecessore, ricalcandone scene, immagini e situazioni, introducendo qualche personaggio secondario e tentando costantemente di ingenerare nello spettatore una suspance che sfocia ad ogni cambio di scena in un frustrante “panicus interruptus”.

E poi c’è il finale superveloce (un epilogo da “panicus precox” in questo caso) che pur essendo discretamente congegnato, non è di certo sufficiente per risollevare un “horror” dove la noia regna sovrana, che si dilunga per un’ora e venti senza che succeda nulla, che vive di dialoghi monosillabici e senza spessore, pullula di stereotipi già visti nel lungometraggio padre (oltre che in milioni di altri, tipo: porte che sbattono, pianti di bambini, tavolette ouija, tredicenni citrulle, ecc.) e dove il protagonista assoluto è, appunto, il suddetto depuratore per piscine (il quale recita meglio di tutti gli attori del film messi insieme, pastore tedesco compreso).

Sarebbe interessante, ora, trovare il coraggio di interrogarsi su quale sia il motivo che spinge qualcuno (il sottoscritto, nella fattispecie) a dare una seconda possibilità ad un film “deppaùra” che nasce già come ciofeca conclamata: mistero inspiegabile che, nel caso specifico, fa più paura del film stesso.

Ma in che mondo viviamo

Prossimamente al cinema il film sui Nirvana: Robert Pattinson (che l’ha spuntata al ballottaggio con Zac Efron – e non sto scherzando) sarà Kurt Cobain, Scarlett Johansson sarà Courtney Love. Aperte le audizioni per trovare chi interpreterà Frances Bean (proposta 1: Noah Cyrus; proposta 2: Adelaide Ciotola) e Dave Grohl (a sto punto ci starebbe bene chiunque, anche il bambino fenomeno oppure Daniela Rosati).

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