Festival di Sanremo 2014

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Brutterrimo. Così è stato questo 64° Festival della canzone italiana. Già l’anno scorso esprimevo perplessità nei confronti di un’operazione a la “Vieni via con me” allungata fino all’overdose (il post si sarebbe potuto leggere qui se non fosse andato perso a causa dell’attacco hacker che mi ha defacciato il blog lo scorso agosto, cancellandomi tutti i post del 2013. A proposito, comunicazione di servizio: sappi che se ti trovo ti spacco la faccia e poi ti rapisco con un camper, ti chiudo in uno scantinato, ti lego ad un palo con un lucchetto da moto e ti metto la compilation di Sanremo 2014 in loop finché muori di stenti). Ho perso il filo. Dicevo che già l’anno scorso era tutto inadeguato, seppur guardabile, mentre quest’anno la fiacchezza e la disorganizzazione hanno regnato sovrane.

L’apertura con la minaccia di suicidio (fintissimo: sarebbero stati i primi napoletani della storia ad ammazzarsi perché hanno voglia di lavorare, riscattati comunque dalla scandalosa vittoria tra le nuove proposte di Rocco Hunt) avrà anche sconvolto la scaletta della prima serata gettando tutti nel caos, ma le sere successive Fazio e i suoi non hanno dimostrato alcun impegno autorale per mantenere almeno leggermente vivo l’interesse nei confronti della manifestazione. Non c’è stata più nemmeno l’idea radical-snob di un festival che potesse essere quasi alto (dove sono finiti i monologhi contro la violenza sulle donne, la campagna pro-omosessualità, i messaggi di rilevanza sociale sparsi in giro? Quest’anno quel poco che c’è stato è stato tutto retoricissimo, demagogico e inzuppato di buonismo moralista), ma ci si è sdraiati sul becero revival (come se in tv non ce ne fosse già abbastanza), lasciando che tra una Carrà e due Kessler tutto si trascinasse nel già visto, stravisto e ipervisto, stancamente fino all’una di notte. Perfino l’atmosfera da primo maggio ha ceduto il passo a quella da due novembre, in un contesto lugubre e senza spina dorsale, con picchi di sfiancamento raggiunti negli ultimi tempi solo dai festival Morandiani.

Scandaloso inoltre che in questi giorni in cui (per esempio) Katy Perry è a Milano, il superospite straniero più prestigioso che Sanremo si può permettere sia Stromae, cioè dico Stromae e ripeto Stromae. Anche la Littizzetto sembra ormai insofferente e porta avanti il suo compito (pagato centinaia di migliaia di euro) senza particolari guizzi, e con l‘entusiasmo di una che ha le palle rotte già fin da martedì alle 21.01.

Fa specie pensare che negli Usa, nonostante il grande successo, Jay Leno sia stato rimosso dal suo storico Tonight Show perché secondo la dirigenza della NBC non riesce più a parlare al target commerciale dei quindici-trentenni. Alla Rai, invece, si richiama un (relativamente giovane, ma vecchio dentro anche solo per gli atteggiamenti da lumacone bavoso morente che tiene sul palco) Fabio Fazio per affidargli una manifestazione sempre più improntata al nosocomio geriatrico, in cui si salva solo l’ormai sdoganatissimo Pif con i suoi dieci minuti di anteprima, unico momento godibile di un Festival fallimentare su tutta la linea. Per il 2015 avanti Carlo Conti, che posso già prevedere farà un festival tanto-per-cambiare comandato dal revival, e tra un anno mi troverò a scrivere che sembrerà una sorta di “Migliori Anni” spalmato su cinque serate e allungato fino all’overdose.

Qui sotto i giudizi sulle mie canzoni “preferite” (per modo di dire, perché avrei fatto volentieri a meno di tutte).

Riccardo Sinigallia “Prima di andare via”
Mi sembra la cosa migliore partorita da questo Sanremo. Il redivivo Sinigallia ha fatto un’ottima figura, almeno fino a quando non si è scoperto che il brano era già stato diffuso pubblicamente in un’occasione precedente al Festival. Fazio, invece di cazziarlo come meritava, lo ha addirittura invitato a “Che tempo che fa” mentre lui si scusava con gli occhi lucidi, ammettendo che questo è il suo momento di massima popolarità involontaria (ma guarda un po’). Ad ogni modo, se questa era un’occasione per smarcarsi dallo stile Tiromancinesco, beh, la missione non si può dire propriamente compiuta. E fa pensare all’ascoltatore medio che Zampaglione, per quanto odioso, non è poi così inadatto al ruolo. Voto: 8, voto figura dimmerda: 1000.

Noemi “Bagnati dal sole”
Fatta la tara del testo completamente nonsense e del fatto che Noemi canta come se avesse il tubo dell’idrocolonterapia inserito nel retto, il brano mi pare un buon compromesso tra sanremesità, radiofonicità e popolarità dell’interprete. Mi par di capire che non ci sia alcuna possibilità che vinca, ma la canzone funzionerà a prescindere. Certo, se Noemi trovasse anche un po’ di voglia di cantarla, anziché trascinarsi sul palco biascicando le consonanti dentali tasformandole in labiali e allungando le vocali in unici indefiniti suoni gutturali (“bagnati dal sole” -> “vagnahi val fooooooleeeeeeeheeeeh”), forse avrebbe anche più opportunità. Voto: 7,5. Voto al Look: Scaldabagno da muro.

Perturbazione “L’unica”
L’effetto straniamento di vedere a Sanremo un gruppo da Mtv Brand New di Massimo Coppola (sigh, sono anziano!) passa subito dopo aver sentito le loro canzoni: entrambe, anche l’esclusa “L’Italia vista dal bar” (per quanto abbia un retrogusto populista che tanto va di moda di questi tempi) fotografa un indie italiano vecchio stampo ma che ha ancora qualcosa da dire (soprattutto se paragonato all’indie nuovo stampo). “L’unica” è un motivetto a metà strada tra “Salirò” di Daniele Silvestri e l’idea di “Mambo number five” con un arrangiamento gradevolmente attuale che non rivoluzionerà i destini della musica contemporanea (e tantomeno quelli dei Perturbazione) ma che dimostra quanto gli outsider possano permettersi di “rischiare” senza dover obbligatoriamente abbassarsi alle peggio Robertocasalinità. Voto 7 con menzione d’onore per essere ricomparsi dal nulla dopo secoli.

Raphael Gualazzi & Bloody Beetroots “Liberi o no”
Penalizzata dall’arrangiamento orchestrale, sul palco dell’Ariston sembra la sigla del presepe vivente. La versione studio è più vicina a qualcosa in stile “Dimmi Come” di Alexia mixata a “Believe” dei DB Boulevard ricampionata dal Gianni Coletti di Gimme Fantasy. Tutta roba stravecchia e ben lontana dalla modernità danzereccia delle premesse. La svolta dance fa comunque bene a Gualazzi (un po’ meno a Beetroots, che io già considero una copia casereccia di cose internazionali di ben altro livello, qui piegato ancor di più ad un’italianità da RDS che non gli confà): direi che manca ancora un featuring di Pitbull e poi ci siamo. Voto: 7-, voto tamarraggine: 7+ (ma anche 8 se pensiamo al duetto con Tommy Lee)

Renzo Rubino “Ora”
Orchestra sanremese croce e delizia: interessante dal vivo (anche perché i competitor erano talmente di bassa lega…), anche dal punto di vista melodico, ma l’arrangiamento della versione del disco ne evidenzia tutta la pochezza. Pare una canzone di Boncompagni suonata da Stefano Magnanensi con la pianola Bontempi dietro le quinte mentre aspetti che da un momento all’altro esca Enrica Bonaccorti col cruciverbone taroccato. Voto versione orchestrale: 6,5. Voto versione studio: 4

Giusy Ferreri “Ti porto a cena con me”
Non capisco l’utilità della canzone: una mera operazione gossipara  della Ferreri per attirare un po’ di interesse su se stessa? In altre parole: a chi può interessare con chi va a cena Giusy Gaetana e soprattutto se entrambe faranno o meno ginnastica da materasso dopo l’appuntamento? (mamma mia che brutta immagine). L’autore di questa canzone si riconferma il peggio che abbiamo in circolazione, potrebbe ambire ad un ministero per la pochezza dimostrata in questi anni di successi regalati ai reduci dai talent. Questo brano ferreriano non farà eccezione e sarà passatissimo dalle varie RTL 102.5. Voto 5,5

Giuliano Palma “Così Lontano”
Allora: Giuliano Palma scrive canzoni a Nina Zilli e Nina Zilli scrive canzoni a Giuliano Palma. Credo che ci stiano un po’ pigliando per il naso: sempre le stesse sonorità e le stesse ambientazioni anni 60 rivisitate fino allo sfinimento. Cioè, anche basta. Voto 5.

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