Bye bye casalinghe disperate

Desperate Housewives, ottava ed ultima stagione (attenzione, svariati spoiler). A voler essere critici uno troverebbe milioni di pretesti per parlare non propriamente bene di questa stagione conclusiva. Quindi farò finta di essere critico e mi calerò in questi panni che come ben sapete non mi appartengono.

desperate housewives 8 finale

E’ tutto un gombloddoh, non ho altre spiegazioni. Il cult di Marc Cherry spara le sue ultime cartucce e alcune sono pure riciclate (vedi il ritorno all’alcolismo di Bree, unito all’alcolismo di Carlos. Magari scegliere un altro tipo di assuefazione no, eh? Tipo annusare colla, smalto per unghie, benzina, calzini usati… giusto così, per essere un po’ più creativi). Stanchezza del plot (Lynette e Tom che si mollano e poi si ripigliano?), incoerenza logica (i dipinti svelaomicidi di Susan?), e situazioni a dir poco “artificiose” con deus ex machina ogni cinque secondi a tirar fuori i personaggi dall’impiccio di uno script che in questa stagione ha fatto acqua da tutte le parti. Voglio illudermi che sia tutto voluto per non rovinare il ricordo di una serie di grande tendenza ed impatto sulla cultura pop, che nei sette anni precedenti, televisivamente parlando, ha fatto scuola ed è stata maestra di stile e di genialità. L’ottava stagione si lascia guardare con fatica e disinteresse, si perde nella ripetitività, vede pochi (direi nessuno) guizzi creativi.

La puntata finale è “superpopolare” e piena di situazioni accalappia-pubblico-generico che vanno a chiudere nella maniera più ovvia tutte le trame aperte: la vita che se ne va (la povera Karen McCluskey, che ha messo in scena coraggiosamente la sua malattia e la cui attrice è scomparsa sul serio una settimana fa, per la serie quando la realtà è più forte della finzione) e la vita che arriva (la nascita della nipote di un’ormai vedova Susan), la realizzazione professionale e famigliare di Lynette, l’impegno politico di Bree, la carriera da stilista di Gabrielle, i fantasmi del passato che osservano un quartiere dove i misteri non finiranno mai.  Ma smettendo gli abiti del critico (uff, non sapete che fatica) è tutto perdonabile, perdonabilissimo, anzi.

Anzi, dopo il “finalone” che chiude tutte le vicende aperte, ti viene voglia di procurarti un megacofanetto di dvd e riguardarti tutta la serie, da quella prima puntata aperta con il misterioso suicidio di Mary Alice attorno al quale si riunirono tutte le casalinghe amiche del quartiere, fino all’epilogo più triste di sempre, il momento in cui, otto anni dopo (tredici, nella finzione scenica) le strade delle quattro “disperate” di Wisteria Lane si separano ineluttabilmente.

Sono centoottanta puntate di circa tre quarti d’ora l’una: in tutto centotrentacinque ore che diluite in otto stagioni non sembrano nemmeno così tante. Centotrentacinque ore in cui la serie, partita come una specie di “American Beauty” a puntate, si è imposta come fenomeno culturale, sociale e di costume. Se ci pensate, vi renderete conto che anche se non avete visto neppure mezzo episodio, non avrete difficoltà ad identificare tra le persone che conoscete qualche “casalinga disperata” dal perfezionismo bigotto moralista e conservatore di Bree Van de Kamp, o con la devozione dittatoriale alla famiglia di una Lynette Scavo, o qualche eterna sognatrice tipo Susan Mayer-Delfino, o qualcuno che ambisce ad una vita lussuosa dominata dal culto dell’immagine come Gabrielle Solis.

Quattro donne diverse, i cui destini si sono uniti, divisi, poi ancora uniti e infine divisi per sempre in nome di un’amicizia solida, complice e sincera. Donne (dùdùdù in cerca di guai) che si sono risollevate da ogni tragedia (ognuna si è separata dal marito almeno una volta, due sono rimaste vedove anzitempo più di una volta, ognuna ha macchiato la sua fedina penale con un delitto o con la complicità ad esso) e che hanno affrontato gioie e dolori della vita così come l'”American way of life” impone. Mogli che si sono fatte valere diventando protagoniste assolute delle loro vite, lasciando (forse per la prima volta nella tv) i ruoli maschili in secondo piano.

La serie ha unito commedia e dramma inaugurando di fatto il genere “Dramedy” famigliare (cavalcato solo due anni dopo da “Brothers and Sisters”) e le sue protagoniste (mogli, madri, imprenditrici, ex modelle, forti, deboli, alcoliste, fedifraghe, webcam-girls, introspettive, caciarone, mogli perfette, vedove allegre, donne in carriera, maestre elementari, in questi otto anni sono state tutto quello che potevano essere e anche di più) lasceranno un grande vuoto. Così come gli intrighi di Lost e la perfidia del Dottor House, mancheranno anche le ragazze di Wisteria Lane, luogo immaginario dai prati verde smeraldo, dalle aiuole curatissime, dalle staccionate in legno bianco, dai portici con le tegole canadesi, dai vialetti di mattoni geometricamente allineati. Tutto quello che verrà dopo saprà di già visto e il prato verde smeraldo di un nuovo telefilm non sarà mai verde come quello dei giardini della città di Fairview (ne è la prova che la strenua ricerca di un telefilm erede di Lost che ne ricalchi il fascino, il mistero e la presa sul pubblico è un obiettivo tuttora fallito nonostante i mille tentativi).

Per ogni fan della serie quel megacofanetto è un must have, da guardare e riguardare per capire come si può fare dell’ottima fiction che riesce a far ridere, commuovere, sognare, empatizzare e tutto contemporaneamente. Bree, Lynette, Susan e Gabrielle mi mancheranno molto (soprattutto Gabrielle): spero di rivederle all’opera, magari in un film al cinema come a Hollywood pensarono di fare con  “Sex and the city”. “All good things come to an end” cantava una lungimirante Nelly Furtado in compagnia degli Zero Assoluto. Beh, in questo caso io fatico a farmene una ragione (e come vedete fatico a farmi una ragione anche dell’esistenza di un duetto tra  Nelly Furtado e gli Zero Assoluto. Ma questa è evidentemente un’altra storia…)

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