Garbage – Not Your Kind Of People

garbage not your kind of people album coverNon è solo un ritorno, quello dei Garbage: è un ritorno al passato. Un comeback (con annessa reunion dopo il presunto scioglimento del 2005, anche se tecnicamente nel 2007 si erano già riuniti in occasione del loro greatest hits) in cui la band riscopre la pesante contaminazione elettronica, dove riaffiorano i ritornelli pop, i sample, i testi decadenti, le voci modificate digitalmente, dove vengono riesumati i groove da drum machine e si dà un’importanza fondamentale alla cura degli arrangiamenti.

I Garbage riattaccano la spina dell’amplificatore (e quella della loro carriera) dove l’avevano staccata nel 1999 (dopo “The World is not Enough”), rinnegando dunque i tentativi imposti dall’industria di modernità forzata (“Beautiful Garbage”, 2001) e la spartana svolta heavy metal da garage di periferia (“Bleed Like Me”, 2005). Già il loro ultimo inedito (“Tell Me Where It Hurts“, 2007) indicava però che la rotta stava cambiando. La strada lì timidamente accennata, qui viene finalmente intrapresa e percorsa senza troppo timore, senza pressioni discografiche (il disco è autoprodotto dalla neonata etichetta del gruppo, la Stunvolume) e con una ritrovata onestà artistico-intellettuale che traspare in modo netto.

Il quinto album studio dei Garbage (in uscita oggi 14 maggio 2012) apre in maniera enfatica e magniloquente, e spara subito le sue migliori cartucce. Il pogo-rock danzereccio di “Automatic System Habit” si distingue per un bridge infettivo e un ritornello moderno ed efficace come quelli a cui ci avevano abituati i primi Garbage. “Big Bright World”, intro un po’ new-wave, è la canzone manifesto della band: melodia e struttura sono riconoscibilissime, la voce di Shirley Manson è distorta come ai vecchi tempi e le chitarre crescono fino a riempire tutto lo spazio sonoro riempibile.Blood For Poppies, singolo scelto per lanciare l’album, è senza dubbio uno dei brani di punta (e una delle hit più interessanti della corrente primavera). Dura e nostalgica, “Control” (fate l’amore con “Control”, mi verrebbe da consigliare parafrasando una vecchia pubblicità), con la sua pesante effettazione vocale, dimostra nuovamente che non di sole melodie orecchiabili vive la band, ma che nelle vene dei Garbage scorre ancora un sangue denso di globuli rock.

Dopo un indubbio poker d’assi sopraggiunge la title track: un pop-sixties opportunamente attualizzato, in cui la band si candida espressamente per un’altra colonna sonora di James Bond. Il pezzo forse è un po’ troppo tedioso e “dreamy”; da qui in avanti – bisogna ammetterlo con obiettività – il disco comincia a dimostrarsi meno solido. “Felt” è l’ennesimo bagno di anni 90 fatto con tutte le scarpe (a me ricorda una confusionaria variante di “Let Forever Be” dei Chemical Brothers); brano trascurabile, melodia ovattata e non esaltante. Con “I Hate Love”, invece, ci si riaffaccia alla finestra del pop consapevolmente “oldish”, che parte bene ma in cui si poteva francamente osare di più per conferirgli maggior potenzialità da singolo. In “Sugar” (una ormai stagionata) Shirley Manson ritorna sensuale, ma il peso delle quasi 50 primavere incomincia a farsi sentire (senza, comunque, fare la figura patetica e svenevole della recente Madonna cheerleader). “Battle in me” è il nuovo singolo: buono ma ahimé poco estivo. Un rock deciso e virtuoso che però faticherà ad uscire dai confini di Virgin Radio. “Man on a Wire” è poco più che un riempitivo alla White Stripes.

Nel disco non manca nessuno degli ingredienti che hanno contribuito a rendere grande il gruppo nella seconda metà degli anni novanta. Non mancano i momenti dark o sperimentali, a tratti si poteva fare meglio, ma dall’inizio alla fine il lavoro è sovrastato da un grande senso di “istintualità”: si sente ed è palese che la band sta facendo qualcosa di cui è convinta fino in fondo. Il rischio che l’ascoltatore, invece, non sia convinto fino in fondo c’è: la parte centrale di “Not Your Kind Of People” risulta un po’ debole e la chiusura è affidata alla solita ballata a tinte escatologiche che di sicuro non è memorabile (come furono “Milk” o “You Look So Fine”, per dire). Ma è assodato che, nel complesso, i sette anni di pausa artistica abbiano giovato al gruppo, il quale si presenta comunque in una forma più che accettabile dimostrando di non aver perso totalmente lo smalto che fu. E davvero, ora come ora, non si poteva chiedere nient’altro.

“Not Your Kind Of People” è un album espressamente destinato ai nostalgici degli anni novanta. I Garbage ritornano per iscriversi nel registro delle rockband che hanno segnato un decennio e che dopo un altro decennio di silenzio o di tentativi non propriamente riusciti, scommettono il proprio rilancio buttandola sull’effetto amarcord (come Skunk Anansie, Smashing Pumpkins, Cranberries) riuscendo a sfornare dei prodotti decorosi che intercettano il pubblico a cui si rivolgono e lo appagano, ma che difficilmente verranno apprezzati dalle nuove generazioni.

Quest’ultimo aspetto, ovviamente, è di marginale importanza (il titolo dell’album, d’altronde, è piuttosto eloquente): che le nuove generazioni si tengano stretti i fenomeni di marketing bubblegum-adolescenziali che si meritano (Justin Bieber, Lady Gaga, Cagna del Rey). Qui c’è tutt’altro: c’è una band che unisce esperienza e tradizione, idee e professionalità, voglia di fare e non di apparire. Ci sono dei dignitosi (ultra)cinquantenni (sulla soglia dei 60 nel caso di Duke Erikson) che sanno fare musica e la fanno, piaccia o no, fieramente alla “vecchia maniera”.

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