Hello (goodbye) Nasty

hello nasty adam yauch dead

Ci riflettevo stanotte, sulla scomparsa di Adam Yauch, notizia appresa in tarda serata via twitter. In preda all’insonnia mi chiedevo perché ci fossi rimasto così male. D’altronde non sono mai stato uno di quelli che si strappa i capelli (averceli) per certi artisti, in particolar modo interpreti di generi a me lontani come il rap. Non ho mai avuto nemmeno la cameretta tappezzata coi poster dei cantanti del momento (giusto quello autografato di Alessia Merz).

Eppure, la morte del cofondatore dei Beastie Boys (band che ha contribuito non poco a rinnovare l’immagine del rap, dopo di loro non più un ghetto destinato solo a nerboruti afroamericani dal grilletto facile) mi ha colpito. Oggi mi sono fiondato tra le mie cataste di cd (ne ho ovunque: nei mobiletti in salotto sotto lo stereo, sotto il telefono, sotto la tv, in una cassettiera nell’ingresso, in garage, per non parlare di camera mia dove sono conservati dentro a scatoloni, o in zone remote della scrivania o in giro da qualche parte sepolti da secolari grumi di polvere) alla ricerca di un disco che ero certo di avere.

Se pensassi ai gigabyte e gigabyte di mp3 scaricati inutilmente – quasi per dovere (im)morale – che ho nei vari hard disk, ci metterei due secondi a trovare quello che cerco, e non avrei problemi di starnutire continuamente per aver alzato la polvere.

Sono giunto alla conclusione che c’hanno ragione quelli che dicono (l’ho sempre detto anche io, a dire il vero) che quando la musica si “comprava”, quando cioè era accompagnata da un supporto fisico, aveva più valore. Anche morale o affettivo. Hello Nasty dei Beastie Boys lo comprai all’epoca, sulla scia del successo di Intergalactic e Body Movin’. Ammetto anche che lo trovai un po’ deludente e lo accantonai quasi subito nel luogo polveroso da cui l’ho riesumato oggi. Ma non ho mai dimenticato di averlo.

Già aver fatto lo sforzo di andare in un negozio di dischi, comprare l’album a scatola chiusa senza aver sentito anteprime, scartarlo dal nylon, aprirlo, premere il cerchietto di plastica centrale per far uscire il compact disc dal suo alloggiamento e inserirlo in un lettore per suonarlo, erano tutti gesti che contribuivano alla magia della musica, anche se poi la musica non era proprio come te l’aspettavi.

Ora ho qui davanti il cd: sono indeciso se riascoltarlo dopo tanti anni o no, diviso tra l’idea di fare la figura dello sciacallo che riscopre e rivaluta gli artisti dopo che sono morti e quello che invece dice sempre le solite cose ciniche e distaccate. Capirete che sono più orientato per la seconda, ma anche solo il fatto che mi sia sorto spontaneamente il dubbio, mi apre dei conflitti esistenziali non indifferenti.

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