Con Due Deca: gli 883 rivivono dopo vent’anni in una (imbarazzante) compilation indie

con due deca rockit

E’ scaricabile gratuitamente (ma visto il risultato pare già un prezzo fin troppo elevato) da qualche giorno la compilation “Con Due Deca”. Un progetto 2.0 fin dal nome, ideato da quei geniacci di Rockit che hanno pensato di far reinterpretare le canzoni più note degli 883 ai “talenti emergenti” della scena indie nazionale.

Una compilation – diciamolo subito – tremenda e imbarazzante (più che un “tributo” un TRIBRUTTO) che mette in mostra senza alcuna pietà tutta l’obsolescenza del repertorio degli 883, ma anche la pochezza creativa di quelli che dovrebbero mandare avanti la baracca musicale del Paese (c’è grossa crisi sotto tutti i punti di vista, evidentemente).

Gli 883 di Pezzali (e Repetto) hanno segnato una generazione di adolescenti cresciuti negli anni 90; li hanno accompagnati da dentro i loro walkman alla fermata dell’autobus, sono stati la colonna sonora tra le equazioni di secondo grado e le prime limonate. Fino ad un certo punto (diciamo “La donna il sogno & il grande incubo”) il progetto ha funzionato; poi, però, ha tradito tutta la sua staticità (staticità che Pezzali dimostra tuttora scrivendo canzoni sanremesi degne della quarta elementare) e la voglia ipercommerciale di esondare verso altri lidi (cinema, tv e letteratura senza mai sfondare veramente – se non le nostre sfere).

Mentre il pubblico che ascoltava gli 883 cresceva, gli 883 (prima, e Max Pezzali solista poi) si son ben guardati dal farlo, rimanendo immobili negli anni d’oro del grande Real, perseverando nel sempre più scialbo e pedestre tentativo di raccontare storie sfigate di bamboccioni sfigati, ancorati in mezzo a cumuli di roba e di spade che sono stati evidentemente la loro rovina (forse per l’uso troppo moderato).

Ascoltate oggi, le versioni originali delle canzoni del duo di Pavia (all’epoca dei veri e propri masterpiece tamarri in cui tutti ci riconoscevamo, da sparare a tutto volume dentro la Uno Turbo col finestrino lato guida abbassato e il gomito fuori) fanno l’effetto nostalgico delle polaroid sfuocate della gita a Praga scattate con la prof di matematica nell’anno della maturità. Pezzi certamente rimasti nella memoria collettiva, ma comunque appartenenti al passato, da rispolverare ogni tanto per ricordarci come eravamo e ridere di noi stessi, pensando che oggi siamo tutti molto meglio (tranne Max Pezzali. E la prof di matematica).

L’operazione revival proposta da Rockit era ambiziosa: mettere in bocca il top della discografia commerciale anni 90 a delle band moderne che fanno della puzza sotto il naso la loro ragion d’essere. Si poteva realizzare un buon tributo: bisognava, però “sentirlo”. In “Con Due Deca”, ahimè, di sentimento non c’è nemmeno l’ombra e sul disco aleggia un’atmosfera algida e distaccata, una patina amatoriale e inutilmente snob, per nulla coinvolgente, dalla quale affiora tutto il confuso grigiore della musica italiana contemporanea.

Gli “artisti indie” nostrani, è evidente, sono più attratti dal rollare canne tagliate con la tisana all’ortensia (in modo da unire il dilettevole sballo al benessere biofarmacologico di un intestino meno gonfio) che dall’imparare a cantare decentemente o dallo scendere da un piedistallo che si sono autocostruiti sotto i piedi.

Nella maggior parte dei casi le canzoni del disco vengono snaturate, a volte riscritte (paradossalmente superando in banalità le versioni originali) e trasformate in qualcosa a cui non appartengono. Fa eccezione “Bella Vera” dei Lava Lava Love (versione minimale in stile cartone animato, unico pezzo realmente da salvare dell’intera compilation).

Per il resto, tutti gli altri artisti coinvolti riescono a far peggio e a sfornare cover di una miseria devastante anche per i palati più abituati a trangugiare qualsiasi porcheria spacciata per esperimento artistico di alta levatura.  Nell’inascoltabilità generale emergono (per palesi demeriti) “Come Mai” degli stonatissimi Amor Fou & Antiteq (le stonature non solo sono volute, ma enfatizzate con l’autotune: quanta genialità), “Una canzone d’amore” dei Casa del Mirto (cantata dalla voce di un tom tom guasto),  “Con un Deca” de I Cani (che sembrano la band dei chierichetti della parrocchia al loro primo soundcheck), “Nella Notte” de Il Triangolo (che è di una mototonia devastante e stufa dopo 30 secondi), “Gli anni” di Colapesce (vocalità soffiata, pezzo quasi passabile nella strofa, orrendo nel ritornello melodicamente modificato).

Non parliamo poi de “La regola dell’Amico” che diventa una oscena “La Regola di D’Amico” in versione rap supergggiovane by Macrobiotics. “TPS” di Ghemon starebbe benissimo cantata ad un funerale mentre si tumula la bara; “La Regina del Celebrità” si distingue per il suo pan esagerato dove la voce di un Egokid più stonato che mai si adagia su un arrangiamento che pare fatto con un’app per Android da 0,99 euro. “Il grande incubo” dei Soviet Soviet ha un arrangiamento industriale che potrebbe risultare anche quasi interessante, ma armonicamente e melodicamente è stata appiattita fino a renderla inascoltabile. “Senza averti qui” dei Girless & The Orphan è una sciatta versione da karaoke nel bel mezzo di una indigestione di frittura mista. E ciliegina sulla torta, “WeekeAAAAAAAAAAAnd” cantata da tal Maria Antonietta, una che pare in punto di morte attaccata all’ultima flebo dopo un coma etilico.

A proposito di gente in punto di morte, che giudizio complessivo dare su quest’album? Se l’Uomo Ragno non era stato ucciso veramente, dopo questa mazzata l’encefalogramma è definitivamente piatto.

 

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