MDNA – recensione. Il concept album della Madonna downshifter

Questo post è lungo, lo sintetizzo per chi non ha tempo/voglia:

Gang Bang

mdna copertina recensione albumAvete mai mangiato riso e patate? Un primo piuttosto scialbo che servito dalla trattoria sotto casa dentro un piatto bianco scheggiato ed opacizzato dai passaggi in lavastoviglie senza Fairy Active Caps, infonde anche una certa tristezza. Disponendo (per una scelta puramente modaiola) degli stessi ingredienti per preparare il suo riso e patate, Madonna ha furbamente selezionato alcuni chef pluristellati (Solveig, Orbit, Benassi – vero orgoglio nostrano nel mondo, altro che la Pausini) i quali eseguono la medesima ricetta della trattoria sotto casa, ma il risotto te lo presentano impiattato in una originale ciotola di forma trapezoidale in vetro di Murano decorata con fili dorati, pagliuzze secche arrotolate, una foglia d’insalata, bacche di ginepro, un pomodorino sagomato a forma di cuore, scaglie di grana caramellate e una immancabile spolverata di noce moscata. E poco importa se quest’accozzaglia di ingredienti non l’assaggia mai nessuno e va a finire irrimediabilmente nella spazzatura: è l’estetica del piatto. E che tu lo voglia o no, a parità di sapore, preferirai sempre quest’ultimo ad un altro dall’apparenza simil-ospedaliera.

L’operazione MDNA, dunque, è quasi del tutto estetica: in mancanza di canzoni capaci di far gridare al miracolo, Madonna si lancia in una superba opera di “confezionamento decorativo” con un’attenzione per la compilazione rara e che da sola varrebbe l’acquisto dell’album. MDNA è un “disco che parla”, non tanto per i suoi contenuti (piuttosto inflazionati e poco adatti per stare in bocca ad una donna di mezza età), quanto per come sono stati assemblati. Ovvero con una maestria sintomatica del fatto che un lavoro d’ingegno dietro c’è e che granny Ciccone non intende mollare; semmai “scalare marcia”. Se un tempo era lei che dettava legge in fatto di sonorità e idee, oggi Madonna si accoda ai trend del momento affidandosi a synth davidguettiani (pur senza David Guetta) e a quelle tipiche melodie suo marchio di fabbrica fin dagli anni 80 (“Some Girls” e “I’m a Sinner” sono l’emblema di ciò). Ovvero tutto è già sentito, ma non importa: la sfida, Madge, la sposta su un altro terreno di gioco, quello del racconto.

Nonostante la vacuità di facciata, MDNA è un disco adatto non solo al mix discotecaro o come colonna sonora per mattinate soli in casa a lavare i vetri, ma si presta più che mai all’ascolto intimistico, a patto che sia compreso nella sua interezza. Il disco è quasi un “concept album” dove le tracce prese singolarmente dicono poco o nulla, ma ascoltate nella giusta sequenza compongono un discorso sorprendentemente eloquente che traghetta con sapiente coerenza l’ascoltatore da atmosfere danzerecce (ma mai grevi o truzze) a momenti più cupi, provocatori o romantici in un crescendo emotivo inversamente proporzionale alla velocità dei bpm. L’incastro degli elementi è perfetto e tecnicamente il disco è ineccepibile (anzi, forse in certi momenti il mastering è talmente cristallino da risultare quasi fastidioso): si parte dal party-club di “Girl Gone Wild” e si arriva al chilling di “Fallin Free” quasi senza accorgersene, seguendo un percorso sonoro (e mentale) sorprendentemente fluido ed equilibrato nel suo sviluppo.

Le canzoni, però, ci sono solo a metà: probabilmente l’unico pezzo davvero degno di nota è quel torbido “Gang Bang” firmato da Mika insieme ad un ritrovato William Orbit; una specie di colonna sonora da thriller movie dove anche senza immagini si capisce tutto benissimo lo stesso, tra effetti sonori e atmosfere dark un po’ dubstep e un po’ techno anni ’90 sinceramente ossessionanti. Per il resto tutto si ferma al “carino” o poco più, ivi comprese la sottovalutata “Give Me All Your Luvin’” e l’autocelebrativa “I Don’t Give A”. Ma come detto, non è il pezzo singolo che fa la differenza, bensì è la visione d’insieme che rende MDNA un progetto che funziona. Forse un po’ meno di Confessions (anche se l’intento è evidentemente diverso, a parità di genere) ma infinitamente di più del dimenticabile Hard Candy (ma paragonato a quest’ultimo, avrebbe funzionato anche un disco con le registrazioni dei gorgoglii del mio intestino).

MDNA non sembra concepito per fare la splendida (o almeno non solo). E’ un lavoro attuale, ragionato e forse fin troppo lucido e pulito per sfondare veramente. Impostato come una “corsa al rallentamento”,  MDNA contiene un evidente messaggio di downshifting in linea con la sobrietà e contro lo stress del periodo.  Un percorso catartico che presenta sì una Madonna ancora in prima linea, ma con il pensiero subliminale che forse è ora di frenare e ricominciare diversamente. Magari solo in veste di produttrice. Perché tornando al riso e patate, se il riso fa buon sangue (ah ah), per quanto riguarda le patate non c’è niente di meglio delle novelle. E se quelle di MIA e Nicki Minaj provengono dal raccolto OGM della stagione (prima di loro, Britney e Christina ormai rinsecchite e da germoglio), nel prossimo futuro ce ne sarà solo una di genuina e con il DNA non modificato che può raccoglierne la pesante eredità (e non solo per implicazioni araldiche): Lourdes Maria detta Lola che qui compare nel non meglio precisato ruolo di corista. Che sia il primo passo verso una imminente abdicazione?

About the author

Chissenefrega

© 2006-2014 - Chissenefrega 2.0 #whocares #zeroodio #tantoammore - Created by Meks. Powered by WordPress.