Faccia D’Angelo – la serie sul Boss del Brenta vista da un residente

Questo post è lungo, lo sintetizzo per chi non ha tempo/voglia:

Casso!

Un bambino prodigio, un’infanzia nella mediocrità della campagna veneta, il boom economico, una rapida ascesa nel mondo della criminalità organizzata approcciata con un metodo imprenditoriale che gli consentirà di diventarne il lider maximo. E il conseguente ed inevitabile declino. Non è la mia biografia (mi manca la parte del boom economico), ma quella di Felice Maniero, meglio noto come Faccia D’Angelo (o il “Toso”), così come è raccontata nella miniserie in due puntate in onda su Sky.

Ammetto che ero pronto a stroncare la fiction a scatola chiusa: d’altronde, le altre due produzioni seriali di Sky che vidi a suo tempo, mi lasciarono abbastanza perplesso (Romanzo Criminale: capolavoro per molti, a me è sembrato un prodotto eccessivamente in stile “vorrei ma non posso” dove l’abbiocco era dietro l’angolo; Moana: tanto rumore per nulla, un esempio lampante di come sprecare un’ottima occasione).

Partivo con tutti i miei recettori sensoriali in modalità ipercritica ON anche perché, in questo caso, non si parlava di vicende accadute in un altro spazio/tempo, ma la storia di “Faccia D’Angelo” è ambientata nella Riviera del Brenta degli anni 80, e il sottoscritto c’è nato e cresciuto in quei luoghi e in quegli anni lì. Il tentacolare mito di Felicetto, presente in ogni dove senza mai esserci veramente, era vivo e – nel bene o nel male – intrigava. Insomma, disponevo di tutta la necessaria esperienza di vita vissuta per diffidare dall’ennesima superficiale fiction italiana che propone scene didascaliche e ricostruzioni all’acqua di rose. Invece, una volta tanto, sono rimasto piacevolmente sorpreso.

Il Veneto, all’infuori del suo capoluogo, non è mai stata una regione molto televisiva né mediaticamente attraente. I suoi abitanti, poi, non sono certo l’emblema della simpatia (lo scrivente escluso, ostrega!). Le uniche rappresentazioni in tv che ricordo di questa regione sono ridicole e di stampo macchiettistico (vedi: “chi gà sugà el canal?”). Temevo che anche Sky scadesse nella faciloneria da spot Tasciugo De’ Longhi e invece il punto di forza della fiction sta proprio in una localizzazione e tematizzazione perfetta. Oltre al lavoro di acquisizione delle vicende (da un libro, dalle cronache locali) e della loro rielaborazione narrativa per trasporle in fiction, si nota una grande opera di adattamento e di contestualizzazione volta ad incastonare il racconto nella campagna veneta dell’epoca (che, ahimé, non è molto diversa da quella odierna) affinché tutto sia più che mai credibile. Credibile agli occhi dei veneti, intendo, che quel periodo l’hanno vissuto sulla loro pelle e a distanza di anni lo conservano come un brutto e vecchio tatuaggio, sbiadito ma indelebile.

Complice una straordinaria interpretazione di Elio Germano (che mutua mutua accenti e modi di dire locali risultando più credibile di molti veneti nativi che fanno di tutto per devenetizzarsi) ed un cast mediamente capace, ivi compresa una sorprendente Katia Ricciarelli nel ruolo della mamma del boss, quello di “Faccia D’Angelo” è un affresco della “venetanità” di provincia tagliente e genuino, aderente alla realtà e contemporaneo nella rappresentazione delle sue contraddizioni (la famiglia tradizionale e l’immancabile “mona” extraconiugale, la rapina tutti i giorni tranne la domenica perché c’è la messa, l’eterno conflitto tra il nord operoso e la cosiddetta “Bassa Italia” nullafacente) in cui chi ha le proprie radici in questi luoghi, non può non ammettere di riconoscersi.

La confezione di Sky è praticamente impeccabile dal punto di vista tecnico: buona regia (forse a tratti un po’ troppo “televisiva”), fotografia accattivante (ma mai eccessivamente giovanilistica), colonna sonora degli Afterhours sempre funzionale e di grande effetto soprattutto quando accompagna le immagini sui titoli di testa coi banditi alle prese con lo smistamento della refurtiva: sembra quasi una “sigla” degna della lunga serialità americana. La scelta di recitare quasi completamente in dialetto veneto rende orgoglioso lo spettatore venetofono, ma può essere un’arma a doppio taglio per chi non mastica quella che è una vera lingua a sé stante, con le sue regole e la sua grammatica, come molti altri dialetti del nostro Paese (c’è anche qualche piccolo e perdonabile peccato veniale: tipo vorrei sapere se qualcuno nella periferia veneta ha mai usato la parola “ire” per dire “lire”. L’unità di valuta dell’epoca, prima che arrivasse l’euro, in Riviera del Brenta è sempre stata il “franco“).

Il telefilm è stato criticato dallo stesso Felice Maniero perché rappresenterebbe in maniera “positiva” la criminalità, fornendo un modello diseducativo dal quale lui stesso si è distaccato, scegliendo il pentimento e la collaborazione con la giustizia. Una redenzione che nell’immaginario collettivo è sempre stata vista con delusione, quasi come una sconfitta. Maniero era noto per essere “uno di noi”: l’essersi fatto da solo, l’approccio professionale alla criminalità organizzata, il voler gestire le sue nefandezze come un business senza mai sporcarsi veramente le mani, l’illusione di poter commettere atti criminali ed arricchirsi senza ritegno vivendo nell’impunità esibendo i suoi averi come un Fabrizio Corona ante litteram, gli ha conferito un alone di insano fascino misto a timore e riverenza. Avremmo preferito tutti un finale più poetico, per esempio: Maniero che si immola per la Serenissima Repubblica durante l’assalto ad una gondola portavalori. Ma il suo talento di uomo d’affari si è esplicitato anche nell’aver scelto il momento giusto in cui smettere, mettendo al sicuro la pelle (solo la sua, comunque) e aiutando le forze dell’ordine nello smantellamento dell’organizzazione che aveva creato.

L’unica precisazione da fare sulla fiction è che si tratta, appunto, di finzione. Ispirata a fatti realmente accaduti, ma sempre fiction è. Non credo che Sky avesse mai avuto la benché minima intenzione di realizzare un documentario pedissequo delle cronache del tempo. “Faccia D’Angelo” è un racconto romanzato, moderno e “telefilmico” nello stile, che fa uso di flashback e flashforward per raccontare una storia di sicuro impatto, che si prende mille licenze rispetto alla vicenda originale. La vera storia del Boss del Brenta è un pretesto, uno scheletro per la narrazione che poi si sviluppa anche per strade originali trasformandosi in un bell’action movie che in alcuni momenti risulta pure piuttosto divertente, riuscendo a muoversi con estrema scaltrezza tra registri più drammatici e noir, ed altri più leggeri e romantici.

Quello che mi dispiace è che non tutti potranno vivere l’esperienza di Faccia D’Angelo a 360°. E non sto parlando di indossare occhialini tridimensionali o comprare schermi in FullHD. La “Maniero Experience” si vive appieno ed appaga completamente se si conosce la zona, il clima, la gente, i paesaggi, le espressioni (che penso sia anche il motivo per cui io non sono riuscito ad apprezzare Romanzo Criminale e la sua romanità spinta). Quelli a cui manca il background campanilistico del profondo nord non potranno mai capire fino in fondo i timidi “va remengo” della Ricciarelli o quanto una battuta apparentemente innocua come “ndemo ciavarse un cafè” detta in quel modo e con quel tono da uno della gang del Brenta al poliziotto meridionale, possa essere carica di significati e sfumature.

Se nella prima puntata si narra l’ascesa del Toso-Maniero, nella seconda si mostrerà il suo tramonto. Perché comunque sempre di fiction italiana si tratta e deve obbligatoriamente timbrare il cartellino del risvolto morale. A metà visione mi sono ritrovato a chiedermi cosa diventerebbe questa già riuscitissima miniserie se fosse declinata in una serialità all’americana; se il Toso potesse mai diventare un eroe negativo in stile Dexter con decine di puntate a lui dedicate, ciascuna con un delitto più o meno atroce da commettere e come trama orizzontale la continua fuga del protagonista dalle grinfie della giustizia. E ho capito che vedere un telefilm del genere, prodotto in Italia, senza dover avvertire sempre il pubblico che “è finzione” oppure metterlo in guardia perché a far certe cose poi si finisce male, rimane uno dei miei sogni televisivi proibiti, al momento.

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