Simona Ventura sta a Sky come Christina Aguilera sta alla NBC (ovvero: considerazioni sparse su The Voice)

Questo post è lungo, lo sintetizzo per chi non ha tempo/voglia:

The Voice of US edizione 2, attualmente in onda sulla NBC: voto LOOOOOOVE

The Voice of Italy edizione 1, in preparazione per il prossimo autunno su Rai Due: voto ABORRO PREVENTIVAMENTE

 

lindsey paveo christina aguilera
Visto che abbiamo recentemente disquisito sulla qualità in televisione, vi informo che ho trovato il mio “intrattenimento di qualità” in The Voice of U.S. La versione a stelle e strisce di un format olandese di grande successo nel mondo, che nel contesto americano dà il meglio di sè grazie anche all’internazionalità del cast giudicante (e tutorante). Ne scrissi già un anno fa e oggi potrei riciclare quel post (anche perché questo talent mi sa che lo guardiamo solo io e un ex concorrente di X-Factor che preferisce rimanere anonimo a cui ho passato i torrent) ma non lo farò. Perché, stando alle news della rete, il format arriverà anche in Italia il prossimo autunno. E quando tutti lo etichetteranno come nuovo fenomeno musicaltelevisivo, troverò molta più soddisfazione nel bullarmi spocchiosamente facendovi notare con l’indice puntato e una fastidiosa aria di superiorità che “io ve l’avevo detto”.

Nonostante io lo ami alla follia (ma di un amore inspiegabile, come tutti i grandi amori), in cuor mio speravo che il programma non arrivasse mai qui da noi (d’altronde se lo amo davvero, ci tengo a preservarlo dalle brutture del mondo). Oppure, se proprio doveva, avrei preferito una messa in onda ritardata nell’anno 2073: io sarei stato seduto alla destra del Creatore da un pezzo, e l’amato The Voice in vedovanza non avrebbe più rappresentato un problema per me o per questo blog. Avrebbe potuto pure condurlo un’anziana Mia Facchinetti e avere tra i giudici Andrea D’Alessio di Amorilandia e neanche questo avrebbe più rappresentato un problema. Invece Raidue mi riporta con una bella doccia fredda nel presente, e non voglio nemmeno pensare all’ennesima conduzione sloganistica di Fucky padre, o a quella da ecodoppler sbiadito di Daniele Battaglia, oppure a quella da Disney Club di Nicola Topogigio Savino (proporrei per quest’ultimo una decorosa – ma anche indecorosa – buonuscita dalla Rai, e qualche anno passato a sgusciare le mandorle con le ginocchia).

Tornando alla versione americana di The Voice, per la cronaca, oltre ai riconfermatissimi giudici Adam Levine, Christina Aguilera, Blake Shelton, Cee Lo Green, i preparatori vocali prescelti quest’anno per guidare i concorrenti nel loro percorso sono del calibro di Lionel Richie (la pelle talmente liscia e fresca che pare un dodicenne), Ne-Yo (un uomo di rara bruttezza, adesso capisco perché nei video ha sempre il cappello che gli oscura tre quarti di faccia), Alanis Morrisette (per la serie: siamo in bolletta) e Kelly Clarkson (la vincitrice di un talent che fa la vocal coach in un talent nemico: per rapportarlo al nostro piccolo mondo, immaginate Alessandra Amoroso che insegna a cantare a Marco Mengoni).

Insomma, un cast all-star per un’edizione confezionata senza la minima sbavatura e che sta avendo grande successo, in cui si riconferma quanto di buono si era già visto nella prima stagione. A parte le doti straordinarie di quasi tutti i concorrenti, c’è del sano divertimento tra i quattro giudici i quali, alla loro seconda esperienza, risultano più smaliziati ed agguerriti quando si tratta di bisticciare bonariamente al fine di portare i talenti migliori nella propria squadra. Uno dei punti di forza del format (che si basa su uno schema alquanto ripetitivo, ma non smette mai di riservare sorprese) è senza dubbio il fatto che sia il concorrente a dover scegliere a quale dei coach affidarsi, e questi ultimi si svendono come al mercato del pesce, sbracciandosi o facendo promesse da campagna elettorale per essere preferiti ai colleghi. Ma anche quando escono sconfitti dalla “compravendita” la prendono con sportività e senza inutili polemiche.

Terminate le “blind auditions” (i provini “al buio” coi giudici girati di spalle rispetto al palco), i 48 concorrenti selezionati si sfidano in duetti fratricidi in cui ogni team leader sarà costretto a dimezzare la propria squadra di cantanti. Il segreto del successo in questa fase del programma sembra averla capita effettivamente solo Adam Levine (non a caso vincitore in carica) che nella sua squadra ha arruolato anche dei concorrenti evidentemente poco forti (mi tocca ripetermi: il meno forte dei concorrenti di The Voice of US mette al tappeto tutti i provinanti di X-Factor IT presenti e futuri, e se li mangia conditi col pinzimonio), in maniera da poterli eliminare senza remore e mettere maggiormente in luce le qualità degli altri.

The Voice è un talent dei buoni sentimenti, che detta così sembra una cosa veramente tremenda. Per fortuna negli States vige la meritocrazia e il livello dei concorrenti che vi partecipano è alto, altissimo, oltre ogni limite. Il format è veloce e moderno, basato su un montaggio serrato che lo rende fruibile sui social network. E premia prima di tutto la vocalità, l’impatto emotivo, le vibrazioni generate dall’ugola cantante, piuttosto che l’aspetto fisico. L’anno scorso pronosticai il nome del vincitore subito dopo i provini e, meglio di Frate Indovino, lo azzeccai pure (ma non era difficile, Javier Colon era effettivamente quello che “mi era arrivato di più” per dirla con una frase fatta tipica da talent).

Quest’anno fare una previsione è davvero difficile, i concorrenti da attenzionare direi che sono tre. Il giovanissimo James Massone (che scopro si pronuncia MESONI, ma si può?), già proclamato  dalla rete “Justin Bieber con le orecchie a sventola”, della squadra di Adam Levine: nonostante quest’ultimo sia un ottimo stratega, escludo che vinca nuovamente. Poi c’è Jamar Rogers della squadra di Cee Lo Green: è il primo concorrente sieropositivo nella storia dei talent show (ricordiamoci che è un talent sì meritocratico, ma anche dei buoni sentimenti, in cui molti concorrenti hanno storie di casoumanità alle spalle, però esibite con garbo e trattate con sobrietà, discrezione e un’onestà di fondo che da noi, votati al trash come siamo, sarà impossibile replicare). Ma ho come la sensazione che in questa edizione si sentirà profumo di donna. Potrebbe vincere la Aguilera (più che mai in cerca di un rilancio personale, tipo Simona Ventura su Sky) magari con una cantante di sesso femminile. La mia preferita, guarda caso, è proprio una concorrente del Team Aguilera, tal Lindsey Paveo.

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