American Horror Story

Attenzione spoiler! Ecco la scena più paurosa (e più inspiegabile) del primo episodio di American Horror Story, il nuovo telefilm cult di Ryan Murphy:

american horror story stagione 1

 

Un “thriller psico-sessuale”, l’ha definito il suo autore. Vediamo come ha applicato la sua nota creatività l’ideatore di Glee e Nip/Tuck, creatore ache di questo nuovo telefilm a tinte forti (eh, parole grosse!). Per la quota THRILLER: casa con delitto (ce l’ho!); scantinato buio infestato di demoniache presenze (ce l’ho!); bambini odiosi morti in circostanze misteriose (ce l’ho!); ragazza down paragnosta (ce l’ho!); barattoli con feti in formalina (ce l’ho!); barboncino teneroso che diventa rabbioso di fronte a porte chiuse e solo il telespettatore sa il perché (ce l’ho!); gente deforme reduce da precedenti disgrazie (ce l’ho!). Per la quota PSICO: teenager maschio disadattato pericoloso per la società (ce l’ho!); teenager femmina solitaria che ascolta Morrissey e si incide i polsi con lamette (ce l’ho!); compagna di scuola snob, bulla e tossicodipendente (ce l’ho!); vicina di casa invadente e completamente sbarellata (ce l’ho!). Per la quota SESSUALE: padre di famiglia fedifrago e ninfomane che si accoppierebbe anche con l’anta del frigo (ce l’ho!); moglie frigida e cornificata, in depressione post aborto (ce l’ho!); cameriera sexy (ce l’ho!). Aggiungerei anche la quota GAIA (nelle serie di Murphy quando non è esplicita è sottintesa), che prevede il protagonista nudo per tre quarti della prima puntata. Lui, il manzo Dylan McDermott, oltre ad accoppiarsi con l’anta del frigo e mangiare languidamente banane senza un ragionevole motivo, a un certo punto si masturba sopra il comò in un glorioso tripudio di lacrime e “OOOOOOOHH” degni del peggior gayporn casereccio.

Ora: so che non è bene giudicare una serie dalla puntata pilota (peraltro, guarderò le puntate doppiate perché – per come è cominciata – non merita che io affatichi la vista leggendo i sottotitoli) e so anche che American Horror Story (titolo banale) è un successo già rinnovato per una seconda stagione. Ma io non sono per nulla convinto; anzi, se continuerò a guardarla, sarà solo per il gusto freak, per il divertimento involontario, per provare quell’imbarazzo che non provavo da un po’, perlomeno da quando non c’è più Caterina Balivo in tv. American Horror Story è raccontata con una frenesia psicotica, ma soprattutto con una superficialità devastante. Più che un’intreccio misterioso a cui appassionarsi, la storyline pare un confuso collage di scene a se stanti che non hanno filo logico, buttate lì per “fare paura” (?) al telespettatore occasionale. Ci sono delle trovate interessanti: la cameriera dalla “doppia età”, un’impronta nonsense che di sicuro affascina presente anche in altri lavori di Murphy (il qui citato poco tempo fa “Correndo con le forbici in mano” che però era una commedia noir dichiarata), nonché il tentativo di richiamare alla mente telefilm dal retrogusto onirico alla David Lynch. Va da sé, però, che un “thriller psicologico” dove il protagonista è uno psicanalista non è la dimostrazione massima dell’impegno autorale; pertanto non si può far altro che puntare il tutto per tutto su un aspetto che tira sempre, quello “sessuale” (il cui climax, IL TROMBATORE IN LATEX, è davvero il momento più ridicolo dell’intera premiere).

Durante il primo episodio, il telespettatore viene posto davanti a molti “perché?”. Alcuni fanno giustamente parte dei misteri che la sceneggiatura si farà carico di sviluppare; altri, invece, sono relativi a comportamenti semplicemente sciocchi dei protagonisti, i quali meriterebbero una spiegazione subitanea e invece si passa ad altro facendo crescere la convinzione nello spettatore che i personaggi di questo telefilm siano tutti un po’ rimbecilliti in quanto potrebbero uscire da situazioni scomode solo usando un minimo di razionalità, o meglio ancora, facendo una semplice chiacchierata. Ad esempio: nella famiglia Harmon si scopre un rapporto di complicità adulta tra madre e figlia quando quest’ultima rientra da scuola ferita; perché la figlia non confessa alla madre di aver visto il padre in atteggiamenti “ambigui” con la cameriera, e tutto procede come nulla fosse? Perché moglie e marito, che stanno ricercando una difficile affinità,  non si parlano al momento dell’assunzione della “strana” cameriera, preferendo mangiare banane? Ma soprattutto perché costei viene assunta così velocemente, visto che due minuti prima la matriarca aveva dichiarato di non aver alcuna intenzione di farlo? Perché una teenager può frequentare liberamente un cliente del padre giù nel seminterrato e, insieme a lui e a un nano mostruoso che compare dal nulla, aggredire una compagna di scuola ebete che vaga laggiù in cerca di cocaina?

Purtroppo, spiegare queste (e altre) lacune con l’abusata scusa “è un fenomeno paranormale” non è sufficiente e la mancanza di situazioni connesse con un minimo di coerenza rende la serie in molti momenti davvero risibile, nonstante si noti lo sforzo per creare qualcosa di originale. La struttura frammentaria e quasi “episodica” della prima puntata finisce per mettere troppa carne al fuoco, e fa raggiungere ben presto uno sgradevole senso di sazietà. In American Horror Story, Ryan Murphy dovrà spargere ancora quantità industriali di sperma sangue, se vuole che quello che lui stesso ha definito “il prodotto che mi rende più orgoglioso” sia anche solo leggermente credibile od appassionante dal punto di vista thriller. A meno che non venga detto chiaramente che in realtà American Horror Story è una comedy sotto mentite spoglie. Il che ci potrebbe anche stare: ci si fa quattro risate decerebrate e via, l’importante è non osare nemmeno l’accostamento ai pilastri del genere (Twin Peaks in primis).

 

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