Justice – Audio video disco

Diceva nel 2007 un blogger saggio (ma anche – coff coff – dotato di obiettività indubbia e gusti musicali sopraffini, ma soprattutto insuperata modestia):

Dove i Daft Punk con “Human After All” hanno fallito, i Justice con “Cross” riescono a regalare emozioni forti, come non accadeva da tempo agli amanti del genere […] Un un vero trip allucinogeno fatto di contaminazioni rumorose, campionamenti, synth acidi e studiate sonorità non troppo convenzionali

A distanza di quattro anni e con un nuovo disco appena sfornato dal titolo “Audio video disco”, i Justice vogliono stupire ancora, riuscendoci – bisogna ammetterlo – solo in parte. Le stroncature che si leggono su vari blog di periferia, però, sono davvero esagerate. Ma si sa, i critici musicali internettiani se la cantano e se la suonano: orfani della creatività daftpunkiana, codesto manipolo sottopagato di recensori di dischi scaricati illegalmente, decise nel 2007 di appiccicare ad un duo di produttori sconosciuti (e guarda caso parigini) l’etichetta di “nuovi Daft Punk”. Oggi, sempre questi personaggi barricati dietro i loro occhialoni dalla montatura spessa, la felpa col cappuccio e il tablet all’ultimo grido, revocano unanimemente quel prestigioso titolo al duo francese che – nel frattempo – non è più sconosciuto e un po’ aveva pure cominciato a crederci.

Dunque spetta al sottoscritto (sempre l’individuo di cui sopra, dotato di obiettività indubbia e gusti musicali sopraffini, ma soprattutto insuperata modestia) ristabilire l’ordine naturale delle cose scrivendo che EBBENE NO, i Justice non sono, non furono e non saranno i nuovi Daft Punk, però, cacchio, avercene. La sfida, se viene messa sul piano dell’innovazione, è persa in partenza: impossibile infatti comparare la rivoluzione anche solo “percettiva” apportata alla musica elettronica, dance, house, pop (e vari sottogeneri) da Homework e Discovery tra il 1997 e il 2001. Dieci anni dopo (sarà un caso che i due album dei Justice siano usciti rispettivamente nel 2007 e 2011 ?) era impossibile fare altrettanto, però si poteva dare una scossa ad un genere ormai eccessivamente invadente e banalizzato nella sua declinazione più radiofonica. “Cross” centrò il bersaglio. “Audio video disco” un po’ meno, ma almeno azzarda con audacia e dignità.

Entrambi i dischi dei Justice non sono (e non possono essere) né alternativi né succedanei ai primi lavori dei Daft Punk, ma si accostano agli ultimi e – anzi – li superano senza timore. Più che un “Human After All” riveduto e corretto, il nuovo lavoro del duo parigino è la risposta rockettara alla colonna sonora di Tron Legacy. Facendo un paragone si potrebbe dire che quest’ultima sta al multisala Warner come “Audio video disco” sta a un drive-in di provincia. Se nella OST del blockbuster disneyano i Daft Punk tentavano una contaminazione ambiziosa (e non troppo riuscita) tra atmosfere classiche ed elettronica moderna dentro un album fatto per un film e quindi artisticamente monco se giudicato senza la parte visiva, qui i Justice sono liberi di immaginare qualsiasi sceneggiatura a cui abbinare il loro frullato di simil-progressive anni 70, pezzettoni di italo disco anni 80 e succo di french-touch. E il risultato è un miscuglio elettrorock molto caldo e granuloso, a metà strada tra la soundtrack gobliniana di Profondo Rosso e la sigla di Magnum P.I.: forse troppo poco per i palati fini, forse un oltraggio per i puristi.

Di sicuro manca lo sprint di un riempipista in stile “D.A.N.C.E.”, ma la poca incisività commerciale dà valore ad un lavoro evidentemente di nicchia, completamente diverso dal precedente. La scelta di non adeguarsi alle sonorità pulite e trendy per tuffarsi in uno sporco passato remoto attualizzandolo con un’elettronica avvolgente e garbata, preferendo la coerenza anche strutturale piuttosto che i suoni in stile “marmitta ingolfata” un po’ buttati là, è un atto di coraggio che vale la candela, ma solo per chi è dotato di obiettività indubbia e gusti musicali sopraffini (della modestia, poi, non ne parliamo).

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