Steve Jobs

Ho bucato clamorosamente la notizia (ma non è colpa mia, non c’avevo internet sotto mano!), e fare un discorso ampio adesso sarebbe un po’ come fare un’edizione straordinaria del telegiornale registrata. Dunque sintetizzo il mio pensiero. I soldi, il potere, il genio: nulla può contro la malattia. E’ morto un uomo, è scomparso un creativo, viene meno una icona dei nostri tempi. Tutto giustissimo e condivisibile.

Steve Jobs era anche a capo di un’azienda multimiliardaria che, però, non ha mai avuto grossi scrupoli a “mettere le mani nelle tasche” dei suoi clienti, producendo spesso fuffa mascherata da innovazione e probabilmente in queste ore, anche l’azienda oltre che l’uomo, è protagonista di una immotivata beatificazione. Bisognerebbe riconoscere a qualcuno la responsabilità di questo: secondo le politiche dell’uomo che guidava Apple, dovresti comprare uno smartphone nuovo ogni sei mesi al costo di ottocento euro per avere funzioni “rivoluzionarie” come il bluetooth o un megapixel in più nella fotocamera. Il mondo non è migliorato grazie a Steve Jobs, i conti di un’azienda invece sì.

“E’ morto Steve Jobs e finisce un’epoca”, leggo in giro. Se l’epoca che finisce è quella dei soldi buttati per comprare apparecchiature elettroniche tanto trendy quanto sopravvalutate (quando non completamente inutili), allora – e vi giuro che sono sinceramente disincantato e non volutamente perfido  – non sarà stata una morte vana.

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Chissenefrega

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