La chiusura di Wikipedia: il fatto del giorno, altro che Raffaele Sollecito. Voi cosa ne pensate?

Ho sempre sognato di scrivere due post con lo stesso titolo a distanza di un giorno. Specifichiamo che nemmeno quella annunciata da Wikipedia è una vera chiusura, ma è piuttosto un efficace (efficacissimo) colpo di teatro che instilla il sospetto che (forse) non ci sarebbe stato, senza il clamore mediatico scaturito dall’affaire Nonciclopedia. Qui le cose sono molto più serie, però: non ci sono cantanti da gerontocomio coinvolti, né pagine presuntamente satiriche da oscurare. E non è nemmeno Wikipedia stessa il centro della questione perché – diciamolo sempre appellandoci al famoso buon senso – quando non c’era si viveva benissimo lo stesso.

La sospensione dei contenuti dell’enciclopedia internettiana user generated è, però, un’ottima trovata per far riflettere il popolo di internet (ma soprattutto extrainternet) su un concetto importante che qualsiasi altro cosiddetto Paese civile al mondo non si sognerebbe mai di mettere in discussione. E questo concetto non è solo la libertà di espressione negata, ma anche e soprattutto la modalità con cui questa libertà potrà venire deformata ad uso e consumo di chicchessia.

Con l’articolo 29 del DDL Intercettazioni – la famigerata legge bavaglio nota anche come ammazzablog – qualsiasi contenuto presente su internet (o sulla carta stampata) sarà passibile di richiesta di rettifica da parte della persona che per sua arbitraria decisione si sente offesa dal contenuto stesso. La rettifica deve avvenire entro 48 ore usando la stessa grafica dell’articolo ritenuto offensivo, pena una sanzione di 12.500 euro. La rettifica, inoltre, deve riportare le parole imposte dal presunto offeso senza commento o possibilità di smentita da parte del giornalista/blogger (anche amatoriale). Peraltro non si capisce come funzionerà questa logica con i commenti scritti dagli utenti e chi si prenderà le responsabilità del caso.

Facciamo un esempio. Io scrivo sul blog che Tizio è un mammalucco. Tizio legge, si sente offeso e mi scrive una mail (o un commento sul blog, o un messaggio su Facebook, o mi manda un piccione viaggiatore, non si sa) reclamando, dicendomi di rettificare la cosa scrivendo che lui in realtà ha vinto il premio Nobel. Io sono automaticamente obbligato a scrivere un post entro due giorni dove dico “Tizio ha vinto il premio Nobel”. Non conta se io sono in vacanza oppure ho il cagotto che mi tiene incollato al water, o se la Telecom ha la centralina di quartiere fuori uso e non mi permette di collegarmi a internet. Superato il tempo di rettifica, Tizio va dal giudice e io sono costretto a versargli 12.500 euro come risarcimento.

La cosa veramente surreale in tutto ciò è che se io ho le prove che Tizio è un mammalucco e le pubblico sul blog, mentre lui non ha nessuna prova della vittoria del Nobel, le due notizie vengono poste sullo stesso piano. Ciò significa che sostanzialmente il governo sta promulgando una legge che obbliga i blogger (ma anche qualsiasi altro autore o editore di contenuti digitali o “analogici”) a rettificare notizie vere e verificabili pubblicando notizie potenzialmente false e non verificate, senza possibilità di replica, annullando pertanto la credibilità dei contenuti generati dal basso che sono credibili perché – appunto – generati dal basso.

Direi che è evidente a chi serve una legge del genere: ad una unica “vecchia rockstar” ormai ampiamente alla frutta da qualche decennio (ho sempre sognato di scrivere due post con lo stesso finale a distanza di un giorno).

Ps: io comunque voglio essere ottimista. Questa situazione è talmente fuori da ogni logica che non ci credo e non ci crederò mai che una legge del genere possa venire davvero approvata.

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