Il santo del giorno – Adriana Ruocco

Aveva solo 14 anni questa specie di Emma Marrone ante litteram quando comparve per la prima volta sul palco dell’Ariston tra i giovani di Sanremo, dimostrando una invidiabile sicurezza per la sua età ed un incosciente coraggio nell’interpretare una canzone adulta lievemente edulcorata, ma decisamente poco adatta per una neoadolescente. “Sarò bellissima”, lo dico senza paura, è un vero e proprio manifesto del professionismo musicale italiano di quegli anni, arrangiato con il nostalgico “effetto goccia”, e suggellato dalla capacità di scrittura tipica della grande musica nostrana del tempo che fu. Dubbiosi? Ascoltate il bridge che cambia armonia con un inaspettato accordo minore e il testo che anticipa furbescamente il “chiodo” del ritornello. Notate la costante crescita sia della tonalità melodica che “emotiva” del brano, fino a far esplodere il brioso inciso per culminare con il ritornello finale sparato a tonalità stratosferiche. Condite con il tocco autorale della famiglia Migliacci (“verrà l’estate a innamorare”, non so se mi spiego) ed avrete la summa di un brano pop perfetto per lanciare la versione nineties di Gigliola Cinquetti. Adriana lo cantava dritta senza fare una piega, non mostrava mai segni di cedimento, portava a casa il suo compito in maniera egregia: chiunque avrebbe scommesso sulla sua vittoria, o almeno sul suo indiscutibile talento. Sul podio del Festival, però, venne surclassata dall’esordiente Syria che, al contrario, calcava la scena come un pulcino pigolante e con i suoi evidenti timori, gli abiti monacali e la voce roca, quasi rotta dal terrore, fece breccia sul pubblico che premiò la sua “Non ci sto” (di Claudio Mattone, anche qui un autore coi controcosiddetti).

Aveva solo 15 anni quando comparve per l’ultima volta sul palco dell’Ariston tra i giovani di Sanremo, in versione paurosamente regredita rispetto all’edizione precedente. L’angelica bambina che l’anno prima intonava l’inno della donna matura che aspettava di scoprire l’amore carnale, quest’anno presenta un brano che parla di casti bacetti scambiati sul divano ascoltando i Jamiroquai. Gli autori sono sempre quelli, inclusi quei Migliacci nel frattempo reduci dal successo internazionale del rap melodico spaghetti e mandolino T’appartengo di Ambra. E infatti, “Uguali uguali”, canzone che mette la parola fine alla carriera di cantante di Adriana Ruocco, è un inutile taroccamento del successo della regina di Non è la Rai (alla quale viene accostata anche per look e movimenti coreografici); un brano senza arte né parte né futuro, che la relega al penultimo posto della classifica sanremese di quell’anno, in cui trionfa il fastidioso stile italoceltico di Paola e Chiara e la loro “Amici come prima”.

Oggi Adriana Ruocco è scomparsa e non se ne hanno più notizie. In rete si mormora (ma è un fake, suvvia) che sia diventata suora e lavori in missioni umanitarie in Africa. Scelta del tutto condivisibile, se si considera quali livelli rasoterra abbia raggiunto il Festival di Sanremo ai giorni nostri.

Santissima e Beatissima sempre sia lodata Adriana Ruocco (10 settembre 1981)

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