Maledetto True Blood (stagione 4)

true blood 4 eric northman

Chi l’ha detto che, arrivato alla quarta stagione, qualsiasi telefilm dà inevitabilmente segni di stanca? Con buona probabilità l’ho detto io, ma non preoccupatevi: quello era il vecchio Chissene-razionale che parlava; quello che scrive questo post, invece, è il nuovo Chissene-hippie. In breve: Penso che la miglior stagione di True Blood rimanga sempre la prima. Seconda: evitabile. Terza: più che discreta. Quarta: genera dipendenza per la sua devastante scempiaggine. Quoto tutto quello che ho scritto l’anno scorso e, letteralmente infatuato (ma anche un po’ infartuato) da questa quarta stagione, rilancio (occhio, lievi spoiler).

Se Alan Ball è un esperto nel raccontare in maniera mai banale le mille sfaccettature della morte, realizzare una versione adulta di Twilight dalle ampie connotazioni thrilling era sicuramente una sfida possibile. Consapevole che sarebbe stato poi alquanto improbabile mantenere lo standard nel tempo, dalla seconda stagione in avanti la serie ha cambiato i suoi connotati, telenovelizzandosi in maniera smodata e virando verso ignote derive fantasy, avvolgendosi su se stessa nella spirale della vaccata e contestualmente diffondendosi viralmente come fenomeno di marketing.

Dopo una prima lodevole stagione, la seconda risultò abbastanza fallimentare. E dove la seconda stagione fallì, la terza risollevò parzialmente le sorti del telefilm anche grazie all’introduzione di nuovi personaggi ad alto tasso di ormonosità. La quarta stagione, in onda in USA in questo periodo, è ormai l’incarnazione di un prodotto commercialmente maturo che non ha più nulla a che vedere con l’originale, se non i protagonisti e qualche residuo reflusso di trama. Sembra quasi l’anno zero di True Blood, un reset generale per una nuova appassionante ripartenza. E se True Blood 4 vanta un alto tasso di assuefazione da parte dello spettatore, il motivo è da riscontrare nel potenziamento di quelli che erano i maggiori punti deboli della serie, sullo sviluppo dei quali si è perseverato fino a trasformarli in elementi di pregio: la telenovelizzazione smodata e la deriva fantasy. I tira-e-molla sentimentali tra Sookie e Bill, con il terzo incomodo Eric (e pure il quarto incomodo Alcide, seppur in moderate dosi), appassionano alla stregua del triangolo Dawson-Joey-Pacey (o Ridge-Brooke-chiunquealtro) e la presenza di fatine lucenti che si decompongono, gente millenaria che si squaglia al sole in scenografie degne di Fantaghirò, vampiri smemorati, coccodrilli mannari e uccelli che resuscitano senza interventi farmacologici manco fossero di proprietà del Presidente del Consiglio fanno parte integrante del divertimento generato da un intreccio che ha smesso da un bel po’ di prendersi sul serio, e che ora punta tutto sull’intrattenimento cretinetto e modaiolo (che poi è ciò che le numerose community di fans sfegatati vogliono, io compreso).

Le situazioni più surreali che mai di questa quarta stagione fanno il paio con i dialoghi volutamente risibili e fortunatamente intrisi di scazzata ironia. La cosa che colpisce è che la suddetta surrealità, più che la trama in sé, inficia il carattere dei personaggi spiazzando lo spettatore nella maniera più inattesa regalando grasse risate. Ecco dunque, che tra un pretestuoso sortilegio nonsense e un altro, il perfido Eric diventa talmente buono che pare una simpatica canaglia delle elementari ospite a Chi Ha Incastrato Peter Pan (ma comunque non migliora nella recitazione); la faccia dell’antipatica Pam viene trasformata in una pizza capricciosa come lei; Jason viene stuprato ripetutamente da donne-pantera e panterizzato a sua volta; Tara si risveglia bisex; Jessica trasformata in novella Bree Van De Kamp; Bill viaggia avanti e indietro nel tempo peggio che Michael J.Fox sulla DeLorean; Lafayette diventa un mix tra Bill Goodson e la zingara di Luna Park, e Sookie si può persino permettere di dismettere il suo superpotere principale (la lettura del pensiero) per tirare avanti a suon di urla ataviche in una sceneggiatura che sa benissimo (e noi con lei) essere sempre schierata dalla sua parte.

Anche il fattore ormone non è stato certo trascurato: in True Blood 4, più che nelle stagioni precedenti, ogni pretesto è buono per aggiungere pezzi di trama che non c’entrano nulla con la storia principale (che, peraltro, non si capisce quale sia) ma che hanno l’unico scopo di mostrare uomini mezzi nudi e far venire le caldane al pubblico (non solo femminile). Si abusa di mutaformazioni e licantropizzazioni per poter sfilare maglietta e calzoni a quel manzo di Alcide, nonché ai due sfigati fratelli della famiglia Merlotte. E il pubblico più di bocca buona può sbavare grazie a scampoli d’inguine di un Eric spoglio in ogni dove, e di un King Bill che si stantuffa animoso le sue innumerevoli trombamiche che poi si scopre essere (per via della suddetta telenovelizzazione) con lui imparentate.

Alan Ball, la cui impronta di stile è sempre meno percepibile, sembra deciso a lasciare la produzione dall’anno prossimo. Che succederà quindi? Cosa ci riserverà il futuro? Io l’avevo già auspicato in passato: se proprio elogio della stronzata deve essere, vogliamo meno Sookie e più Jessica; meno Lafayette e più Joe Manganiello!

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