Addio Amy, quante ne abbiamo passate insieme. Qui ti vorremo sempre bene

Per onestà editoriale, ancor prima che intellettuale, sento la necessità di far quadrare il cerchio intorno alla questione Amy Winehouse, spentasi ieri pomeriggio nella sua casa londinese all’età maledetta di 27 anni. Prima di tutto mi preme dire che di tante frasi che ho visto scritte sui social network, tipo questa:


mi sfugge il senso, mi sembrano scritte da gente che non ha la consapevolezza necessaria per distinguere le pere dalle banane. Come se una strage di civili e la scomparsa di una popstar dovessero avere qualche correlazione obbligatoria, come se il cordoglio per l’una dovesse escludere automaticamente il cordoglio per l’altra. MAH. Torniamo a noi.

Due album, uno stile inconfondibile (d’altronde lei ha inventato “lo stile alla Amy Winehouse” che tante colleghe hanno cercato di imitare, magari riuscendoci sul piano vocale, ma di certo non su quello emozionale) e cinque Grammy vinti in una sola sera quasi a presagio che poi in futuro non ce ne sarebbe stato il tempo. Questo blog ha pagine su pagine dedicate a quella che è stata una delle sue principali beniamine e tutto ciò che si potrebbe dire oggi l’avevamo già ampiamente detto mesi, anni fa, da spettatori attivi della sua autodevastazione. Amy genio, Amy sregolatezza, Amy talento sprecato, Amy rovinata dal marito, Amy che si rovina da sola, Amy in rehab, Amy fuori dal rehab, Amy nuovamente in rehab.

La situazione della Winehouse, nell’ultimo periodo, era veramente preoccupante. La drammatica performance a Belgrado del mese scorso, che ebbe come effetto la cancellazione del suo tour, rimarrà il manifesto ultimo di tutto ciò che poteva essere e che non è stato, ma anche un documento a futura memoria non tanto degli effetti collaterali delle droghe (o della fama), bensì di come sia la volontà di ognuno a determinarne il fausto o l’infausto destino. Vista da fuori, era facile dire “Ma non ha dei famigliari che la seguono?”, “Ma perché i suoi manager la vedono in quello stato e non fanno un tubo?”. Lo cantava lei stessa che non voleva andarci in Rehab: hanno provato a mettercela, ma era palese che lei non ha mai avuto nemmeno il più lontano desiderio di provarci davvero. L’ultimo post a lei qui dedicato era intriso di una certa (cinica) speranza. Si era fatta vedere “sobria e ripulita” ma la stampa pareva già rimpiangere il suo alter ego strafatto e indemoniato. Quello dell’ “artista maledetta” doveva essere il suo unico destino, evidentemente, e ciò lascia non poca amarezza.

Esulando dal gossip, bisogna riconoscere che Amy Winehouse è stata una star di prima grandezza del pop contemporaneo, uno dei personaggi che hanno segnato il nostro presente. Una che ha lasciato ai posteri una chiara impronta (anche di look), dando il via ad un filone oggi molto vitale. Per un’ Inghilterra che si stava musicalmente opacizzando, accartocciata su un brit pop ormai sempre uguale a se stesso, ce n’era un’altra che aveva voglia di emergere con sonorità più internazionali, che univa il pop al jazz, al blues, all’ rnb e che ha trovato nella Winehouse la sua stella polare. Il suo pop era questo, e anche di più: reminiscenze retrò commercialmente molto furbe, testi da parafrasare e un’anima “dannata” decisamente rock.

Probabilmente Amy Winehouse era morta da un po’, artisticamente almeno: nonostante qualcuno sostenga che droghe e alcool stimolino la creatività, era chiaro che i suoi eccessi l’avevano così tanto divorata dentro e fuori, che non sarebbe più stata in grado di mettere due note in croce. Di lei, dimenticate le intemperanze, rimarrà il ricordo della “cofana” in testa e “Back To Black”, una delle poche pagine da incorniciare del primo decennio degli anni Duemila.

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