Javier Colon vince The Voice

Grazie a Chinaski che me lo fa notare: io devo ancora vedere la finale di “The Voice”, ma posso bellamente tirarmela quel tanto che basta. Scrivevo due mesi fa:

Il vincitore in pectore sembra essere un padre di famiglia del Connecticut che ammette con grande dignità le sue difficoltà economiche e canta una personale versione acustica di “Time After Time” scatenando il delirio del pubblico e la standing ovation dei giudici.

Così è andata, ma soprattutto strabilianti sono stati i risultati d’ascolto per il nuovo talent della NBC, la cui particolarità è di avere i casting effettuati “al buio”, con i giurati voltati di spalle, e di esibire una formula di gara snella, appassionante, lineare, metodica e mai confusionaria o sopra le righe (notare nel video qui sotto l’incredibilmente sobria proclamazione del vincitore). Confermo l’impressione positiva sulla vera rivelazione dello show, Christina Aguilera, davvero a suo agio nel ruolo della giurata-oca-giuliva, sempre sul pezzo e sempre pronta a sfoderare inaspettata personalità, grinta e arguta capacità di giudizio. Forse l’unico appunto che si può fare al programma nel complesso è il suo eccessivo buonismo: ma fin dall’inizio è stato impostato come “talent dei buoni sentimenti” e non ci si poteva aspettare altro, tantomeno lacrime e/o sangue, data la qualità molto elevata (e la palese professionalità) dei concorrenti in gara.

Buoni sentimenti, semplicità e professionalità, infatti, sono senz’altro tra i segreti del successo di The Voice, dove non c’è spazio per i teenager con ambizioni televisive strappati alle scuole dell’obbligo, né per ha chi ha solo voglia di apparire. Il filtro iperselettivo delle “blind auditions” era un’arma a doppio taglio e poteva trasformare il programma in un freak-show di quart’ordine; invece, il senso della misura non è mai stato perso, mantenendo alto lo standard qualitativo da programma tv per famiglie, conferendo credibilità allo show e agli artisti che vi hanno partecipato, mai completamente inesperti, ma nella maggior parte dei casi musicisti di professione già in attività che ancora non erano riusciti a trovare una loro “collocazione discografica”, né il successo popolare.

Si mormora che questo talent così “quadrato”, sobrio, veloce e moderno sbarcherà anche da noi su una rete Rai a caso, condotto dalla Clerici oppure da Facchinetti (oppure da mia zia, non farebbe differenza) e già inorridisco al solo pensiero di come il format verrà stravolto per durare quattro ore in prima serata. Le puntate americane durano in media un’ora l’una e, dopo le selezioni al buio, c’è una prima fase eliminatoria molto rilassata con inserti di quello che qui da noi chiameremmo “daytime” girato dietro le quinte, e che raramente funzionerebbe in prime time. Le prime sfide sono a duetti: due concorrenti della stessa squadra cantano insieme una stessa canzone sullo stesso palco; i concorrenti americani brillano per spirito di cooperazione e, pur sapendo che uno dei due sarà eliminato dal loro stesso mentore, danno il meglio affinché il duetto riesca come si deve. Qui da noi, io me le immagino sfide del genere, con concorrenti che si sferrano reciproci calci sugli stinchi e sbagliano le strofe di proposito per mettere in difficoltà l’avversario. E poi noi di sicuro lo infarciremmo di ospiti inutili, battibecchi sterili, rvm strappamutanda, retorica da manuale e ricette per casalinghe depresse al fine di soddisfare questa nostra grande mania di “varietizzazione”. E anche per sopperire al fatto che non troveremmo MAI cantanti all’altezza. Insomma: “The Voice of Italy”? Anche no, grazie.

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