Lady Gaga – Born This Way

Lady Gaga born this way vogue

Tratto dalla recente intervista sull’ultimo numero di Vogue America, dove è in copertina (mica a caso: il “collage” qui sopra mostra chiaramente che Anna Wintour ha con lei un notevole conflitto d’interessi):

I think I am a great performer. I am a talented entertainer. I consider myself to have one of the greatest voices in the industry. I consider myself to be one of the greatest songwriters.

Basterebbe questa citazione per liquidare la “grande artista” Lady Gaga con un sonoro vaffanbagno. Ma si dà il caso che oggi sia stato l’attesissimo giorno (guarda, mi esplodono le emorroidi dall’emozione) del debutto del suo nuovo singolo, intitolato “Born This Way”.

“Born This Way” predica l’accettazione di se stessi per quello che si è, ma fa specie che a intonare (si fa per dire) parole così “piene di contenuti” (e strategicamente indirizzate ad un target di pubblico al quale avrebbe potuto propinare anche una registrazione in dolby surround 7.1 dei suoi miasmi intestinali che quelli il disco lo avrebbero idolatrato comunque) sia una che è uno, nessuno e centomila (ma soprattutto nessuno); una maschera vivente la cui rappresentazione pubblica stride fortemente con quello che va cantando, o almeno, ne mette in luce una profonda incoerenza. Testo a parte, BTW è un brano dance rumoroso da acufene permanente, che punta tutto su una melodia stranota e strasentita mille volte. Il ricordo nostalgico di “Express Yourself” fa leggermente alzare l’asticella della soglia della mediocrità: “Born This Way” non è brutta (non come Lady Gaga, almeno), non è memorabile, ma il problema è che non è sua.

Lady Gaga è (non l’unica, ma sicuramente una tra le più brave) detentrice del format dell’inganno: ti fa credere di essere innovativa ricalcando i passi che sono già stati pluricalpestati da chiunque, tanto che certe orme sono profonde fino al ginocchio. Germanotta può affermare di essere diventata un mito per opera dello spirito santo e i fedeli conniventi non battono ciglio. Gaga può persino rinnegare il suo più recente passato di “donna del fare” (fuor di metafora: lanciare sonorità che lascino un’impronta stilistica reiterabile, come in “Just Dance” o “Bad Romance”), e decidere di cavalcare un futuro basato solo sull’apparire.

Ovvero: alla luce di questo singolo, si desume che la sua presunta “geniale creatività” sia palesemente andata farsi benedire e che Lady Gaga preferisca impostare il suo futuro musicale sul libero taroccaggio di canzoni altrui, puntando – come attività primaria – a comparire in servizi video/fotografici pseudoscandalosi per tener accesa una carriera che è sempre più destinata ad eclissarsi come una plafoniera morente. Insomma: la Gaga-genio-visionario è esaurita come le miniere auree del Klondike e si ritrova più che mai in balia di se stessa. Tira a campare grazie a tonnellate di fumo gettato negli occhi dei fans, che pendono dal suo naso sporgente da novella Aquila di Ligonchio, ma è destinata a funzionare sempre meno, soprattutto se fa dell’appropriazione indebita un vanto.

Essersi autonominata “Nuova Madonna” dal giorno della sua nascita non ne comporta l’usucapione della discografia, e tentare di mantenere questo status plagiandone le canzoni, anziché studiandone e reinventandone lo stile, la fenomenologia, l’impatto sociale, è un forte segnale di crisi di idee, di carenza creativa, di poco rispetto per il pubblico, di raschiamento del fondo del barile nonché degli zebedei dell’ascoltatore non carampanico. In preda ad una specie di delirio di onnipotenza, Lady Gaga ha perso definitivamente la bussola, e mi meraviglio che qualcuno possa ancora pensare che  vestirsi con una tagliata di manzo possa bastare a colmare i suoi gap artistici.

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