Csnf consiglia: The Walking Dead (il vero erede di Lost?)

the walking dead

Impossibile, in questo periodo, non imbattersi in “The Walking Dead”, la serie più attesa, discussa ed acclamata del momento. Che è cominciata e pure già finita ed io l’ho vista un po’ in ritardo, approcciandola con un discreto scetticismo iniziale, anche perché quando tutti parlano di “capolavoro” e di “memorabile” parto già sulla difensiva. Io non l’ho trovata né un “capolavoro”, né “memorabile”: penso che i primi dieci minuti della prima puntata e gli ultimi dieci dell’ultima valgano la visione (sono sei in tutto, doppiate in maniera sciatta e facilona per garantire la contemporaneità con la messa in onda negli USA, ma a questo punto tanto vale vederla con i sottotitoli dei ragazzi di  Itasa che fanno sempre un gran lavoro, lodi lodi lodi). In mezzo ci sono svariate evitabili lungaggini, numericamente maggiori rispetto ai momenti in cui la serie appassiona realmente. Dall’altra parte bisogna dire che certe scene splatter – e la incredibile naturalezza con cui vengono esposte – funzionano e sono di sicuro impatto.

Perché “The Walking Dead” fosse veramente un “capolavoro memorabile” probabilmente avrebbe avuto bisogno di una trama più corposa (o meglio, almeno di una trama) e di una serie di situazioni leggermente meno scontate (che andassero al di là dell’eterna dicotomia tra buoni e cattivi, degli sbudellamenti, e dei cervelli spappolati). Il peccato originale sta nel fatto che essendo tratta da un fumetto, la serie ha mantenuto un’aderenza difficile da trasporre in versione telefilmica. Certi linguaggi televisivi recenti ci hanno abituato ad overdosi di azione, flashback, surrealità, tutti elementi che in TWD sono dosati in maniera fin troppo parsimoniosa, nonostante l’ambientazione zombiesco-apocalittica.

Temo, inoltre, che paragonarlo a “28 giorni dopo” sia stato utile esclusivamente per generare “buzz” dal punto di vista pubblicitario. In verità TWD ha in comune solo qualche scena con il film, ma la serie non ha UN PIFFERO dello spessore narrativo del “punk/horror” di Danny Boyle. Magari è più vicina al vuoto videogiocoso di un  “Resident Evil“, ma paragonarla a “28 giorni dopo” è come dire che io sono Lapo Elkann solo perché vado a trans (no, cioè, non vado a trans, era un esempio… sì ma, pure io, che cavolo di esempi faccio?).

La vera furbata è che la serie comincia a carburare dall’ultima puntata, aprendo scenari ignoti e instillando anche nel telespettatore più diffidente il morbo della curiosità su ciò che accadrà. Direi che dopo anni in cui numerosi telefilm si sono autocandidati ad “erede di Lost” generando solo delusioni (Flashforward, Persone Sconosciute, The Event…) probabilmente il telefilm con le atmosfere più (inconsapevolmente?) lostiane è proprio The Walking Dead che, pur non esente da pecche di script, merita comunque l’occasione di essere seguito anche nella futura seconda stagione. Sempre che non ci si faccia impressionare da un nugolo di zombi, sbudellamenti e spappolamenti di cervelli.

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