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the social network filmFacebook ha 500 milioni di utenti (compreso il sottoscritto), di cui 499.999.999 convinti sia un inutile luogo di ritrovo virtuale per cronici perditempo (compreso il sottoscritto), eppure non riescono a rinunciarvi (compreso il sottoscritto che ha pure due account, urgh!). Sono finalmente riuscito a vedere “The Social Network”, diretto (molto bene, ma non avevo dubbi anche se non ho mai visto Fight Club) da David Fincher. Il rischio che si potesse confezionare un blockbuster-bidone era molto alto, ma sono felice di constatare che le recensioni positive che avevo letto in giro sono da confermare e ritengo che chi l’ha definito “film dell’anno” abbia tutt’altro che torto.

Solo chi si aspetta un film autoreferenziale su Facebook, che ne celebri l’utenza, le bacheche ammiraglie e i contadinastri farmville-addicted ne rimane deluso. Tutti gli altri possono uscire dal cinema ritenendosi più che soddisfatti per aver assistito al racconto di una storia coinvolgente (non priva di qualche lungaggine, fin dal dialogo introduttivo), ingombrante fardello di cui Hollywood si sbarazza sempre più spesso in nome dell’overdose di effetti speciali (ogni riferimento ad Avatar non è puramente casuale), basata su fatti reali sconosciuti ai più. “The Social Network” non è solo una versione 2.0 di Synapse con una trama molto più interessante ed un cast di attori decisamente superiori a Ryan Philippe. E’ più che altro un legal thriller biografico non autorizzato, raccontato sia dal punto di vista dell’accusa – la quale ritrae un Mark Zuckerberg perennemente in felpa e ciabatte, sociopatico, traditore, arrivista affamato di gnocca – che da quello della difesa dove si mettono in luce tanto la genialità dell’inventore di Facebook, quanto il suo immaturo approccio con il mondo reale. Non c’è giudizio, non c’è parzialità. C’è, invece, il sogno americano realizzato, la rivincita dei nerd nel senso più ampio del termine, perché oggi nerd è cool, ma anche gli inevitabili effetti collaterali della fama e del successo.

Jesse Eisenberg veste le felpe (e le ciabatte) di uno Zuckerberg forse un po’ troppo marcato, ma di sicuro ben caratterizzato; a controbilanciare la sua poca telegenia, il futuro spiderman Andrew Garfield nei panni del “socio tradito”, belloccio ma poco lungimirante, Eduardo Saverin. E nel ruolo dell’inventore di Napster risulta credibile pure un invecchiato Justin Timberlake (di cui conservo un pessimo ricordo in Alpha Dog), a testimonianza che o si è impegnato come mai prima d’ora, oppure che di fronte ad una sceneggiatura di inaspettato spessore, anche certe popstar prestate ad Hollywood possono ambire al salto di qualità (e la storia del cinema è piena di tali esempi, vedi Madonna con Evita o J.Lo con Anaconda – vabbè, su quest’ultima scherzavo). Insomma, una volta tanto, otto euro ben spesi.

Ps: scusate l’assenza – che si protrarrà ancora per un po’ – ma se mi cercate, sono sempre reperibile su un inutile luogo di ritrovo virtuale per cronici perditempo…

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