Rihanna – Loud

Far ballare la plebe: un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Svariati anni fa esistevano progetti discografici creati ad hoc in studi di registrazione di periferia (spesso italiana) aventi lo scopo di sfornare hit usa e getta che  riempissero i dancefloor tamarri del mondo. Oggi, che la musica è SOLO usa e getta, ad  abbassarsi alle mansioni più nefande tocca alle popstar di prim’ordine. Chi l’avrebbe detto, nello specifico, che Rihanna sarebbe diventata la Jenny B. d’oltreoceano, una che presta la voce ai progetti musicali di cani e porci come una qualsiasi turnista?

Rihanna: una donna, un’overdose. Fuori attualmente con quattro singoli diversi tutti più o meno inutili (uno in solitaria, uno con Eminem, uno con David Guetta, uno con Drake [chiiii???]) e un album cotto al microonde in supervelocità per rimediare al precedente flop. “Loud” è il quinto disco della popstar delle Barbados in cinque anni, un lavoro superfluo che non aggiunge assolutamente nulla (se non qualche dollaro in portafoglio e oggi come oggi sputaci sopra) al percorso artistico rihannesco. Il singolo di lancio è davvero trascinante a manetta, irresistibile nel beat pesante, davidguettiano nell’armonia, contagioso nella melodia decerebrata, perfetto nell’affilatura dei synth, fantastico nel suo truzzume spinto con Rihanna che per far sentire la voce sbraita le parole del ritornello a 3000 decibel perché la sola base è talmente espansa ai massimi livelli da occupare praticamente tutto lo spazio sonoro occupabile. Insomma, “Only Girl” si balla sia nelle balere col vomito secolare appiccicato ai pavimenti, che nei club fighetti con totale spaesamento dei fighetti stessi. E il suo “sporco lavoro” di far muovere i piedi per tre minuti lo fa egregiamente, ma dopo? C’era davvero bisogno del marchio “Rihanna” stampato sulla copertina perché questo brano così furbescamente disarmante funzionasse?

La stessa falsariga è seguita nel complesso da tutto l’album dove – come ampiamente previsto – la nostra dimentica la sua svolta gotica dell’anno scorso (un passo falso commercialmente, ma pur sempre coraggioso con tutti i limiti e l’immaturità del caso) per ritornare sul seminato, a calpestare un percorso sicuro fatto di “na-na-na” e “oh-oh-oh” che però dopo anni di reiterazioni e di collaborazioni senza motivo cominciano decisamente a stancare. Come “S&M” (discreta melodia e poco altro) o “What’s my name“, secondo singolo feauringhizzato da Drake [chiiii?] che risulta più digeribile nella versione senza Drake. “Cheers” gira su un campionamento di Avril Lavigne e già questo è sufficiente per far venir voglia di passare al brano successivo; “Fading” è la tipica canzone r’n’b’ col piano in sottofondo che segna il ritorno al passato anche sul fronte dei brani meno danzerecci; “California King Bed” è un rimasuglio nostalgico delle mai completamente espresse tendenze rockettare. Con “Man Down” – che eleggo miglior traccia –  finalmente ci si distingue un po’ dalla massa, grazie ad un reggae ineccepibile costruito con tutti i dovuti crismi (ma è un genere che fa parte al 100% del repertorio rihannesco già sentito in passato, dunque nessun guizzo creativo o salto sulla sedia dall’emozione). Evitabili i brani che chiudono l’album, soprattutto “Complicated”, con un arrangiamento orrendo che farebbe vergognare pure gli Eiffel 65 e “Love the way you lie – Part II” con Eminem (come se non fosse già stata più che sufficiente la Part I).

In sintesi il disco si ascolta, ma è così smaccatamente inconsistente che si si consuma alla velocità di un cerino. Certo, nessuno pretende dell’impegno da Rihanna e nemmeno che confezioni prodotti inutilmente deprimenti (“Rated R” docet), ma almeno mantenere gli standard raggiunti da “Good girl gone bad” (che – paradossalmente – pare un album innovativo di fronte a questo “Loud”) sarebbe il minimo del minimo sindacale. Anche perché non è un reato realizzare album spensierati che puntano al disimpegno: a patto che si sia consapevoli che “disimpegno” non è sinonimo di “poco impegno” e che deve essere prerogativa di chi lo ascolta un album, più che di chi lo fa.

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