Csnf consiglia: Moana (la fiction)

Moana La7 Fiction SkySu La7 sta andando in onda la miniserie in due puntate prodotta da Sky che ripercorre la vita (e la morte) della pornodiva più desiderata dagli italiani. Non ho ancora visto la suddetta fiction dedicata a Moana Pozzi, ma sull’argomento scrissi un articolo per BlogMagazine (buon progetto precipitato nel dimenticatoio). Per cui, nel segno di quella pregevole arte che si chiama riciclo (cioè, voglio dire: Manuela Zanier sì e io no?), eccolo:

Generazione (pop) porno

Dopo aver dedicato fiction a poeti, santi, navigatori, musicisti e premi nobel, la bigotta televisione italiana ha deciso di sdoganare in prima serata il mondo del porno. O meglio: il lato “politicamente corretto” del mondo del porno, mettendo in cantiere una serie biografica a puntate con lo scopo di raccontare al pubblico generalista la vita di tutti i giorni di una delle più idolatrate icone hard di casa nostra, la mai troppo celebrata pornostar Moana Pozzi. Pornostar nata quasi controvoglia, portatrice sana di eleganza e stile nonostante la professione-limite, Moana esordì nel mondo dello spettacolo con la tivù dei ragazzi e finì risucchiata in una spirale dove rimase imprigionata suo malgrado, senza però perdere mai la voglia di fare (né quella assolutamente professionale di “farsi fare”), e nemmeno la stima trasversale da parte della gente comune. La serie tv realizzata da Sky avrà per protagonista Violante Placido, figlia di Michele, già attrice e cantante di (scarso) successo, scelta discutibile che potrebbe tramutarsi in una vera offesa alla memoria. Proprio per questo, su “Moana, la fiction”, è caduto il più stretto riserbo. Nulla trapela dal set: si sa solo che la sceneggiatura porterà il telespettatore a scoprire tutti i “dietro le quinte” di una vita che non ha bisogno di essere adattata, inventata, o eccessivamente romanzata, perché già piena di avvenimenti rimasti scritti nella storia del costume nazionale (dall’incontro con il manager Riccardo Schicchi alla discesa in politica nel Partito dell’Amore) e colpi di scena da soap-opera d’altri tempi (il fratello minore che in realtà è il suo figlio segreto). Una vita apparentemente vissuta nel segno della trasgressione, ma che celava i sogni di una donna qualunque tutt’altro che assuefatta dal divismo, e che aveva anche indistricabili segreti, culminati nella misteriosa scomparsa – su cui ancora aleggiano epiche leggende – avvenuta in Francia quindici anni fa.

La Moana che fu è davvero rappresentativa di un qualcosa che non esiste più, al giorno d’oggi: donna ambita ed eterea, ma saggia imprenditrice di se stessa, malizioso simbolo di garbata sfuggevolezza, mito incontrastato di buon gusto, emblema di garbo e raffinatezza: qualità lontanissime e stridenti con quella volgarità che comunemente si attribuisce all’hardcore. Nessuna delle sue colleghe venute dopo di lei è mai più riuscita a replicarne i fasti o la magia, riuscendo ad emergere dalla massa in maniera così brillante (se qualcuno mi dice Eva Henger, lo apro in due come una cozza). E per ogni giovane maschio dell’epoca, la sua filmografia, obbligatoriamente procurata di straforo, era propedeutica alla scoperta dell’arte amatoria.

Già: “procurata di straforo”. Sembra impossibile, nel mondo di oggi, dove la pornografia è più che mai a portata di mano grazie a Pornotube, Redtube, o Xtube (social network in piena regola fatti di contenuti user-generated che sono in grado di trasformare qualsiasi esibizionista dotato di webcam in pornoattore), che fino a qualche lustro fa, per riuscire anche solo ad intravedere un’immagine senza veli, fossero necessari lunghi sforzi ed inenarrabili fatiche. L’altro giorno mia madre parlava via balcone con la dirimpettaia (ah, gente antica che non sa che ormai le comunicazioni verbali non esistono più, sostituite da quelle scritte sulle bacheche di Facebook), sconvolta perché aveva sorpreso il figlio – quinta elementare – che stava navigando su un non meglio specificato “sito porno”. Ma prima dell’avvento di internet (“ai miei tempi”, direbbe l’old-guy-born in-the-seventies che alberga dentro di me) si usciva nel campetto con gli amici a giocare a pallone dopo la lezione di catechismo: lì, se eri fortunato, ogni tanto potevi trovare abbandonata qualche pagina stracciata da “Le ore” (che vanificava così tutto quanto appreso alla lezione di catechismo), talmente lacera e consunta che bisognava lanciarsi in fantasiosi voli pindarici per capirci qualcosa. E i primi approcci con il mondo del sesso esibito arrivavano tramite centellinati spot semisexy dei bagnodoccia Badedas o commediole boccaccesche con Alvaro Vitali, mentre la massima espressione dell’erotismo era lo storico quiz Colpo Grosso con Umberto Smaila e le Ragazze Cin Cin. Quell’unica sera in cui per puro caso ti ritrovavi a casa da solo e potevi finalmente buttare un occhio su Italia 7, dovevi forzatamente buttare l’altro sulle fessure della tapparella per vedere se scorgevi i fari della macchina dei tuoi che stavano rincasando, i quali l’indomani ti avrebbero inevitabilmente sgamato. Perché anche se spegnevi la tv in tutta fretta e ti reinfilavi sotto le coperte, l’odioso televisore a tubo catodico continuava ad emettere calore e crepitii elettrici per tre quarti d’ora. E se avevi la fortuna di possedere un “computer”, il glorioso C64 o l’Amiga (per quelli proprio supertecnologici), potevi ritrovarti a giocare ai primi videogame hot della storia, quelli con due “sprite” antropomorfi a 4 colori (256, se avevi l’Amiga) che si accoppiavano più o meno velocemente a ritmo di smanettamento di joystick. Altro che streaming on-line e sesso virtuale: alla fine del gioco, quel joystick, l’avevi smanettato talmente tanto che avevi il polso indolenzito. E se tra le righe hai letto una metafora, forse è ora che spegni il pc.

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