Katy Perry – Teenage Dream

Katy Perry - teenage dream albumL’avevo nominata popstar ufficiale della mia estate 2010, dunque urge una review del suo nuovo album. Partiamo da due presupposti. Uno: Katy Perry è un personaggio costruito a tavolino che lo  showbiz ha tentato di propinarci fin da quando era bambina, anche se ha realmente sfondato soltanto un paio d’anni fa. Fin da molto giovane (vedi qui) è stata introdotta a forza nel mondo dello spettacolo, ha fatto l’attrice qui è là, se ben istruita ha dimostrato di cavarsela come presentatrice di eventi mtviani e di essere buona spalla per la più banale delle gag calcistiche italiote sul palco di Sanremo al fianco di Bonolis (anche se quella che andò ospite al festival nel 2009 non era Katy Perry, bensì Chettiperri). Due: Max Martin è il più grande pop producer/songwriter vivente, uno hit-maker che riesce ad avere in top ten della billboard americana contemporaneamente cinque canzoni cantate da altrettanti artisti diversi, tutte scritte e prodotte da lui; una specie di Burt Bacharach del nuovo millennio, uno che dopo aver partorito “Baby one more time” ha fatto inginocchiare al suo cospetto la discografia mondiale. Se l’accoppiata Perry/Martin aveva funzionato nel 2008, quando il successo arrivò trainato dalle polemiche omofobiche di “Ur so gay” e (soprattutto) dalle voglie lesbochic di “I Kissed a girl” (con cui Katy Perry – e il suo genere elctro/rockdance – fece anche una discreta tendenza), oggi il sodalizio non sembra ahimé essere particolarmente riuscito.

Scottato dall’esperienza di Animal di Ke$ha (naturalmente scomparsa dopo “Tik Tok”, come qualsiasi meteora che si rispetti), pensavo che Martin corresse ai ripari e tentasse di rilanciare Katy Perry con qualcosa che si discostasse  dalle sue ultime produzioni. E invece la nuova Katy Perry sembra una versione riveduta e corretta di quella improponibile zoticona di Ke$ha, quasi una sua superflua e controproducente (auto)celebrazione, anziché una netta presa di distanza. Questa scelta artistica inficia tutto l’album, decisamente molto electro/dance’n’b e per questo ripetitivo, povero di suoni, con qualche discreta melodia azzoppata da arrangiamenti elettronici fastidiosi, sporchi, gommosi e “rumorosi” volti a nascondere un minimalismo che vorrebbe tanto passare per cifra stilistica, se non fosse semplicemente un trend del momento replicato da chiunque (trend che ormai ha frantumato i cosiddetti e che andrebbe “annientato, atterrato” per dirla con una citazione della star di Facebook Suor Maria Annientatrice).

Se il vecchio “One of the boys” conteneva un discreto numero di potenziali singoli che potevano auspicare di durare anche nel tempo, questo “Teenage dream”, proprio come un sogno adolescenziale, svanisce senza lasciare nulla, pronto ad essere sostituito da qualcos’altro di altrettanto impalpabile. Ciò che la popstar rappresentante della “West Coast” possedeva nel 2008, e sembra mancare oggi, è una certa personalità e una parvenza di stile: Katy Perry continuerà pertanto ad essere ricordata come “quella trasgressiva zoccola che baciava le ragazze” piuttosto che come la “California girl” in preda alla sindrome di peter pan.

Al di là di quel paio di singoli già usciti (“California Gurls” e “Teenage Dream”) piacevolmente catchy, ma che lasciano davvero il tempo che trovano, “Last friday night” e “Hummingbird Heartbeat”, sono gli unici altri due brani del disco da salvare e che tentano un blando richiamo alla vecchia Katy Perry, pur rimanendo molestamente electroarrenbieggianti. Assolutamente da dimenticare “Peacock“, una specie di “If You Seek Amy” di Britney Spears (scritta dallo stesso Max Martin) fondata su grevi doppi sensi e volgarità fini a se stesse. Per il resto, nient’altro che riempitivi senza la minima spina dorsale, ivi compresi quelli firmati da Tricky Stewart (coproduttore dell’album e principale artefice della fallimentare “svolta rock” di Rihanna, ampiamente rinnegata dalla stessa). Nel complesso, “Teenage Dream” è un lavoro privo di spunti incisivi o di una caratterizzazione ben definita: cioè, non è nemmeno definibile “brutto”, ma “inconsistente” sicuramente sì. E’ un disco che non vale la spesa (…), perché tra due giorni non lo ascolterai mai più e si scioglierà spietatamente come un “popsicle”. Uoh-uooh-uoh-uououh.

About the author

Chissenefrega

© 2006-2014 - Chissenefrega 2.0 #whocares #zeroodio #tantoammore - Created by Meks. Powered by WordPress.