Se Loredana Errore cantasse come Lily Allen sarebbe Ellie Goulding

Mi sta antipatica ma la adoro: Ellie Goulding è un raro caso di cantautrice giovane, promettente e pluripremiata, la cui immagine ne azzera tutto il talentuoso potenziale. Con dei lineamenti odiosi su un viso ibrido tra Ashley Tisdale e Alicia Silverstone (forse più adatto ad una infermiera praticante in gastroenterologia che a una popstar), e delle movenze legnose peggio che un servo muto Foppa Pedretti, di Ellie è meglio giudicare le qualità creative/compositive  e canore, facendo finta che i suoi videoclip non esistano. Perché in un’epoca in cui “la musica si vede”, le scelte di immagine operate da chi gestisce il “progetto Goulding” risultano delle irrimediabili e dolorose mazzate sugli zebedei.

Passata la voglia di riempirla di sberle per ridisegnarle il mento e quella di incatenarla ad un cancello per arginare certi balletti nervosi alla Loredana Errore, la spersonalizzatissima (dal punto di vista estetico, e sotto quest’aspetto potrebbe tranquillamente competere con Ke$ha) Ellie Goulding si fa ascoltare in tutta la sua dolce, morbida e vellutata vocalità racchiusa in un disco-diamante quasi completamente sgrezzato. Se l’anno scorso in questo periodo Lily Allen faceva sfracelli con il suo gioiello “It’s not me, it’s you”, questa emergente bionda sua emulatrice, artisticamente nata soli sei mesi fa, si instrada sullo stesso percorso pop dalle influenze elettroniche arricchite da melodie sognanti, leggiadre e trascinanti, il tutto suggellato da un’eleganza di stile tipicamente british, contaminata anche probabilmente da qualcosa dei La Roux.

Se “Guns And Horses“, brano d’apertura di “Lights”, incuriosisce ma non fa rimuovere all’ascoltatore l’iniziale diffidenza nei confronti dell’album di debutto, in “Starry Eyed” e “Under The Sheets” Ellie convince anche il più smaliziato dei deejay con due brani danzerecci riuscitissimi e di pregevole fattura (esattamente il contrario dei relativi videoclip). “This Love“,  “Every time you go” e “Your biggest mistake” sono quantomai accattivanti: hanno un che di già sentito e rischiano di risultare un po’ troppo caramellose, ma forse proprio per questo è impossibile fare a meno di canticchiarle già al secondo ascolto. Tra il romanticismo di “The Writer” e le influenze nordiche di “Wish I stayed“, pezzi in cui esce un deciso talento di songwriter, il disco si abbandona ad un brano poco incisivo (“I’ll hold my breath“) per chiudersi con le sonorità lievemente meno zuccherose di “Salt Skin“, pronto per essere risuonato daccapo che tanto è talmente morbido e profumato che dura come un pacchetto di Fruit Joy.

Se il succitato lavoro di Lily Allen era il non plus ultra del pop mainstream inglese contemporaneo e partiva in quarta con una collezione di gemme tutte di elevata caratura, qui – nonostante le evidenti affinità – la presa è meno immediata, soprattutto a causa della scarsa varietà degli arrangiamenti. E anche se urge più che mai un restyling d’immagine, è doveroso notare che gli ingranaggi sonori girano per il verso giusto e che, vista la strada intrapresa, in Ellie Goulding si può riconoscere un meritevole astro nascente. Con un po’ di esperienza in più (d’altronde nemmeno il primo album della Allen era granché) ed una produzione leggermente più coraggiosa (chi ha nominato Mark Ronson?), Ellie potrebbe firmare prossimamente quel capolavoro pop che pare nascondersi proprio dietro l’angolo.

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