Chatroulette (sottotitolo: da oggi chiamatemi “L’asino triste”)

Se avete una webcam ed il tasto F9 sulla tastiera, disponete di tutto ciò che vi serve per tuffarvi nel fantastico mondo di Chatroulette, l’ennesimo servizio tanto inutile quanto appassionante del web 2.0, di cui hanno già parlato tutti e che – finalmente – ho provato anche io.

Funziona così: attacchi la webcam, vai sul sito www.chatroulette.com e vieni messo in collegamento audio/video/chat con un altro a caso dei milioni di utenti online in quel momento. Se non ti sta bene quello che vedi premi il tasto F9 e cambi interlocutore, altrimenti puoi iniziare a conversare amabilmente. Tutto qua: ma se non dicessi che Chatroulette è assolutamente ipnotico, mentirei. La curiosità di scoprire chi sia il prossimo esempio di folle umanità che ti si parerà davanti alimenta quella morbosa (e gustosa) sensazione di spiare dal buco della serratura che ci intriga un po’ tutti.

Io, che sono notoriamente un timidone, non metterei mai la faccia davanti ad una webcam, soprattutto sapendo che dall’altra parte ci sono dei temibili sconosciuti. Pertanto ho deciso di puntarla contro un peluche appoggiato ad un pianoforte (che in realtà è un synth GEM del 1987, ma magari ne riparliamo un’altra volta). Come si vede dalla foto qui sopra, non era un peluche tanto normale, bensì uno abbastanza scrauso e con l’espressione triste (quello passava il convento). Lo regalava il distributore Q8 a fine anni 90 (aiuto…), quando facevi un pieno di benzina. A dire il vero non avevo mai capito di quale animale si trattasse, ma i miei primi ospiti in chatroulette hanno fatto luce sull’identità del mio “avatar”: un trio di teenager (uno con la maglietta alzata che si strofinava i capezzoli, un altro che beveva vino a canna dalla bottiglia ed un terzo che pilotava pc e webcam) mi ha definito “The sad donkey”. Fantastico, sarei stato l’asino triste per tutta la mia esperienza “chatroulettiana”. Ho premuto una volta F9 ed ero già immerso nel gioco e nel mio personaggio. Tra la varia umanità che mi si è presentata davanti, molte giovani ed innocue ragazze intenerite dall’asino triste, mi chiedevano il perché di quell’aria così abbattuta. “Falle pena e vedrai che cucchi” è sempre stato il mio motto, d’altronde il sesso femminile ce l’ha nel DNA quella cosa nota come “istinto della crocerossina“. Ridevo come un ebete quando vedevo le facce allibite, stupite, incuriosite e sorridenti di fronte alla mia stramba immagine dell’asino gialloblu sopra i tasti bianconeri. C’erano molti navigatori solitari, ma anche svariati gruppi di amici armati di cibi e bevande alcoliche, i quali probabilmente avevano trovato una maniera alternativa per riempirsi la serata. E devo ammettere che dal punto di vista del divertimento, Chatroulette in gruppo funziona molto bene: faccia tosta e voglia di cazzeggio sono le armi vincenti per assicurarsi un momento di svago interattivo. Chatroulette è puro intrattenimento sociale autogenerato. Costa zero ed è più godibile di un varietà milionario di prima serata.

Non manca il lato morboso della faccenda, in quanto, piuttosto spesso, capiti davanti a chi usa la webcam come oggetto per esibirsi sessualmente: ho perso il conto del numero dei maschi che ho visto lucidarsi il randello. Davanti ad un paio, ammetto, sono rimasto anche piuttosto traumatizzato…

Fortunatamente, nessuno dei ninfomani col manganello brillante era disposto a dare il meglio di sé per un asino di peluche, perciò questi, alla vista del mio pupazzo, premevano F9 prima che avessi il tempo di farlo io alla vista del loro “peluche”. Ricordo bene, però, quante donne nude ho visto: quattro (tre dall’ombelico in su, una dall’ombelico in giù, ma anche costoro non si eccitavano davanti alla inanimata freddezza del mio asino di pezza, perciò cambiavano rapidamente inquadratura). E’ un peccato, considerando la forza comunicativa che può avere un’idea del genere, che Chatroulette si trasformi nell’ennesimo ricettacolo di maniaci o in un inutile sito di dating virtuale. Anche perché l’età media è molto varia, ti trovi davanti a bambini/e delle medie che ti chiedi se è giusto che possano usufruire liberamente di un servizio del genere, e di fronte ad anzianotti che ti danno l’idea di essere proprio all’ultima spiaggia quando ti chiedono “M or F ?”. Un vero spasso rispondergli “Donkey”.

Nel mio peregrinare ho trovato anche gente simpatica che non aveva problemi a fare amicizia con un asino di peluche. Ho conosciuto una coppia in accappatoio che navigava da distesa in divano all’interno di una villa faraonica; hanno promesso che avrebbero aiutato l’asino a diventare un essere  umano. Poi ho visto uno che io (ed il mio asino) siamo ancora convinti fosse Snoop Dogg. E’ stato bellissimo quando ho incontrato una scimmietta di peluche: mi ha detto che nessuno voleva parlare con lei e che finalmente aveva trovato qualcuno che poteva capirla. Abbiamo conversato un po’: stava scoppiando l’amore, ma eravamo dubbiosi sul fatto che la coppia Donkey e Monkey potesse davvero funzionare. Purtroppo mi si è inchiodato il browser e il nostro sentimento è defunto in una falla di Windows.

Ad un certo punto sono capitato di fronte ad un tizio barbuto impegnato in un profondo sbadiglio. Ripresosi, guardando l’asino, piega la testa e fa segno di apprezzare con un sorriso spontaneo e il pollice all’insù. Gli chiedo se ha sonno e lo lascio con l’F9. Per uno strano scherzo random del destino, lo ritrovo dopo una mezz’oretta (penso che sia stato l’unico che ho visto due volte): rivedendoci siamo scoppiati a ridere entrambi. Abbiamo chattato un po’, il mio asino gli ha detto che suonava il piano, lui ha risposto che suonava la chitarra. Lo abbandono nuovamente con la promessa di fondare una rockband. “The band name?” mi chiede lui. “The Donkeys” prontamente rispondo.

Quello che mi ha colpito più di tutti però è stato un tizio francese di Tolosa, seduto su una grande poltrona di pelle, quello della foto in testa a questo post. Mi dice che non devo essere triste, che la vita è bella e che lui conosce un metodo infallibile per tirarmi su il morale. Al che, mi mostra un numero impressionante di scatolette metalliche e mi chiede cosa preferisco tra santa maria, orange bud, jack herer, jack berry… Gli rispondo che non sono un esperto e che mi affido al suo gusto. Prende cartina e filtro e prepara una canna, che accende e mi porge amichevolmente davanti alla webcam. Lo ringrazio, gli dico che è un vero amico, che questa cosa funziona, che il “sad donkey” è già un po’ meno “sad”. Lo invito a concludere la sua fumata, lui non ci pensa due volte, quindi ci salutiamo dandoci un improbabile appuntamento nell’inesistente città di Donkeyland, che lui raggiungerà – mi dice – una volta finito il suo “good weed”.

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