Nina Zilli – Sempre Lontano


Ventisette anni, piacentina piacente (metteteci qui tante icone a forma di cuore), anima cosmopolita, per sua stessa definizione (via Radio Deejay) dottoressona in stronzologia che se non avesse fatto la cantante sarebbe finita ad infoltire le schiere dei disoccupati”. Maria Chiara Fraschetta d’ora in poi per tutti solo Nina Zilli, oltre che autentico talento giovane ma già maturo grazie alle esperienze di vita all’estero e a quelle televisive, è una ragazza preparata, spigliata e brillante – non solo musicalmente – ingiustamente passata in secondo piano all’ultimo Festival di Sanremo (dove però è stata insignita del premio della critica, del premio radio-tv e del premio per la miglior performance dal vivo). Dal suo primo album è lecito dunque aspettarsi un lavoro che ne rispecchi la personalità solare e metta in evidenza le sue ineccepibili qualità canore.

“Sempre Lontano” è un esordio più che promettente, seppur non esente da sbavature, che rappresenta il punto di partenza della carriera di una delle più recenti rivelazioni del panorama musicale nostrano. Nina (pseudonimo scelto in omaggio alla jazzista Simone), finora, aveva sperimentato spaziando tra i generi, passando dal garage beat allo ska, dal jazz al rocskteady nelle sue esperienze musicali pregresse come leader della band “Chiara & gli scuri”, nonché nelle collaborazioni con gli Africa Unite e i Bluebeaters. Dopo anni di gavetta e di esperienze in giro per il mondo, finalmente sembra aver trovato la sua strada nel pop dalle influenze soul e sixties. L’album apre con la hit estiva in collaborazione con l‘amico di sempre Giuliano Palma “50 mila”, prossima colonna sonora ozpetekiana (mi auguro per Nina Zilli che questa occasione sia una vetrina che le garantisca la visibilità che merita per poi potersi affrancare al più presto dal cinema italiano onde evitare di fare la degradante fine di Elisa), e prosegue con “Il paradiso”, vera iniezione di energia beat. “L’uomo che amava le donne” è indubbiamente il pezzo più valido dell’album con atmosfere deliziosamente retrò, mixaggio furbo, testo adulto e consapevole, che esprime tutte le potenzialità – anche radiofoniche – di Nina autrice ed interprete. Altro pezzo assai godibile è “L’inferno”, follow-up della precedente “Il paradiso” con cui condivide le atmosfere sonore in bianco e nero.

A metà il disco funziona meno: “Penelope” riporta Nina Zilli alle sue radici da musicista indipendente reggae/ska ed è quasi più un regalo a se stessa che all’ascoltatore. Evitabilissima la seguente cover italianizzata di “You can’t hurry love” di Diana Ross e le Supremes che richiama un po’ troppo un giovanilismo alla “High School Musical”. Fortunatamente si torna subito ad alti livelli grazie all’interessante “Bacio d’ad(D)io” (a dimostrazione che le influenze reggae e rocksteady, se opportunamente dosate, impreziosiscono il prodotto); “C’era  una volta” scorre (forse in modo fin troppo) leggero e divertito, invogliandoti a scatenarti su coreografie twisteggianti stile Rita Pavone. “Come il sole” è un brano alla Shirley Bassey: buono per il prossimo 007, ma che rischia di trasmettere una certa “puzza sotto il naso”. Se l’amore è il filo conduttore dell’album, “Tutto bene” si sposta coraggiosamente su altre tematiche (l’ipocrisia, specificatamente), sebbene non sia una canzone memorabile. “No pressure” è un altro (non necessario) ritorno al reggae dove si fa però decisamente apprezzare la credibilità linguistica di Nina quando canta in inglese. “Bellissimo” chiude l’album in maniera soft dove gli arrangiamenti – finora sempre molto presenti ed imponenti – lasciano spazio alla voce della cantante in tutta la sua potenza e capacità interpretativa.

Nina Zilli, in conclusione, avrebbe potuto essere l’ennesima copia di Amy Winehouse (dalla quale si discosta invece palesemente, nonostante non nasconda un certo astuto divertimento nell’emularla) oppure ricalcare le orme dell’apripista del revival Giusy Ferreri (con la quale non condivide assolutamente NULLA, essendo anzi Nina smisuratamente superiore alla cassiera miracolata da X-Factor). Nina Zilli è  un diamante quasi completamente sgrezzato che rischia però di raffinarsi eccessivamente risultando talvolta leggermente snob. Un’artista della sua esperienza e levatura sarebbe di certo in grado di calibrare una maggior ricerca della commercialità, magari diversificando gli arrangiamenti (abbastanza “generici” in quest’album) e far breccia su un pubblico più generalista, svincolandosi quanto basta dagli stilemi indie del passato, ovviamente senza snaturarsi troppo. Facile no?

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