Simone Cristicchi – Grand Hotel Cristicchi


Grand Hotel CristicchiI “cavalli di battaglia” dei detrattori di Simone Cristicchi sono principalmente due. 1) è una copia sbiadita di Caparezza (anche nel look); 2) è un ruffiano che si aggrazia il pubblico a suon di argomenti populistici. Personalmente non ho mai concordato con queste affermazioni. Seppur sfruttino entrambi sonorità simili e possano essere inquadrati in uno stesso genere (rap/hiphop/folk all’italiana), Caparezza ha uno stile di scrittura indubbiamente interessante (forse anche migliore di quello di Crisitcchi per certi giochi di parole sofisticati all’inverosimile), ma troppo poco “pop” per i miei gusti. Alle sue ricercatezze dei testi consegue una embolia cerebrale da settimana enigmistica per decifrarli. Cristicchi, invece, scrive in maniera più immediata e semplice, vuoi più “trasversale”, rivolgendosi ad un pubblico meno di nicchia che rimane colpito dall’artista che, senza troppi arzigogoli linguistici, arriva dritto al nocciolo della questione, evitando sapientemente di scadere nell’ovvietà. La scelta di parlare di temi sociali anche “scottanti” è una indubbia “cifra stilistica”: scelta piuttosto  sincera, anche perché Cristicchi, ha sempre dimostrato di saper sfornare album di qualità, dove l’interesse dell’ascoltatore è alto anche nei brani meno radiofonici o che non hanno la presa tipica del tormentone. Tutto ciò non viene di certo smentito da “Grand Hotel Cristicchi” che SAREBBE il miglior disco della sua carriera, se solo non si fosse votato all’autodistruzione con il penultimo brano, “Genova brucia”. Dopo il salto, le mie impressioni canzone per canzone (intro esclusa). Qui, invece, la mia recensione di “Dall’altra parte del cancello”, suo album del 2007.


Il pesce amareggiato: spiazza un po’, l’inizio “rockettaro” di quest’album. Al primo impatto speri in un cambio di registro e in un ritorno al passato; poi ti genera la curiosità necessaria per proseguire l’ascolto non solo del brano stesso, ma di tutto il disco. Carta non eccelsa, ma molto ben giocata. Voto 6+

Meno male: canzone vincitrice (morale) dell’ultimo Sanremo; ironica, pungente, estremamente sul pezzo, tipico brano da apprezzare perché non è quello che sembra. L’altra sera ad Annozero, Venditti faceva notare che al posto di “Carla Bruni”, metricamente ci starebbe meglio “Berlusconi”. Bello l’arrangiamento danzereccio, peccato che siano spariti i violini di Britney Spears che avevano stupito tutti durante l’esecuzione orchestrale al Festival. Voto 7 e 1/2

La vita all’incontrario: è il Cristicchi più riconoscibile, per sonorità, rime, contenuti e struttura del brano. E’ quello che apprezzo di più (ma anche quello che si presta maggiormente alle critiche di coloro i quali intravedono in lui la “copia sbiadita” di cui sopra). La canzone racconta una storia alla Benjamin Button, interessante punto di vista sull’esistenza. Voto 7 e 1/2

L’ultimo valzer: struggente fotografia a sfondo escatologico della terza età, scattata con realismo e toni crudi, ma anche con speranza ed aderenza alla realtà. Una polaroid su un tema sociale non facile, affrontato in maniera affatto ruffiana. Voto 6/7

Tombino: originale (e variegato nel ritmo) arrangiamento dalle sonorità “balcaniche” che fa il paio con un testo che – senza dirlo mai esplicitamente-  lascia intuire che si parla dei bambini che vivono nelle fogne rumene. Da ascoltare e apprezzare, inutile dire di più, per me è il miglior pezzo della carriera di Cristicchi. Voto 9

Insegnami: generalmente non apprezzo le canzoni che i padri dedicano ai figli; forse perché trattano di argomenti troppo intimi e personali per poter essere generalizzati in un brano di “sentimento”, senza rischiare di scadere – stavolta sì – nella ruffianata, o peggio, nella stucchevolezza. Voto 5/6

Meteora: “l’Italia è una penisola assediata dai cantanti”. Cita Amici e X-Factor ed è una pungente critica ai suoi colleghi che cercano visibilità nei talent show. Entra in testa subito, peccato che ti dia la sensazione di essere una canzone talmente facile e attuale da diventare vecchia già domani. L’arrangiamento, però, passa dal jazzato al rockettaro con eccellente agevolezza. Gli abbasso il voto perché ieri era ospite ad Amici di Maria, la quale gli ha fatto pure cantare ”Meno male” per ben due volte (la Siae ringrazia), e anche perché termina con “Bella ciao”, idea già usata nel suo album precedente (già allora da me poco gradita). Voto 6

Volemo le bambole: “la mi’ mamma mi diSHeva: far l’amor non è peccato, basta farlo moderato”. Pezzo intriso di sarcasmo fin dalla scelta di strutturarlo come “canzone popolare” in stile canto degli alpini dopo sei litri di rosso. Ennesima frecciata alla nostra classe politica: divertente. Voto 7

Quattro minuti e 28 secondi: inizia dicendo “maledetta sia la scala in mi minore, descrizione magnifica del dolore”. Insomma, fa capire subito che ti trovi davanti ad un altro pezzo lento ed intenso, degno di un cantautore con la “c” maiuscola, al quale è lecito perdonare le oggettivamente non eclatanti qualità vocali. Personalmente, però, lo preferisco nei pezzi più movimentati: al di là dell’indubbia capacità di scrittura, il Cristicchi-crooner non mi convince più di tanto. Voto 6 e 1/2

Genova brucia: come sputtanarsi la carriera in tre minuti. Soprannominerei questo brano “batosta sulle gengive”, oppure anche “estintore in faccia”. Ovvero quello che arriva all’ascoltatore sentendo Cristicchi che fa il revisionismo storico dei fatti del G8 di Genova dieci anni dopo, visti dal (molto parziale) punto di vista di  un “celerino fascista e violento”. Al di là dell’arrangiamento pesante, cupo e già sentito, il brano azzera completamente quanto di buono c’era finora nel miglior disco della carriera del cantautore romano. Genova Brucia è una inaudita caduta di stile che ammicca al pubblico comunistoide più becero e squallido con la speranza del cantante di essere invitato a suonare nei più degradati centri sociali di periferia, per non rischiare di fare la fine della “meteora” di cui lui stesso parlava (male) prima. Se l’ironia (“Meno male” e “Volemo le bambole” insegnano) è la chiave giusta per dare in pasto e ad un pubblico radiofonico generalista – e spesso poco ricettivo – i temi politici e/o di attualità, con questo pezzo carico di inutile astio non si fa altro che dare ragione a quelli che vanno fieramente predicando “l’odio della sinistra”. Genova Brucia “non è una canzone” (parafrasando Fabrizio Moro, ovvero uno che se ne intende di canzoni malscritte), ma un tentativo suicida di allontanarsi da quel pubblico “pop e trasversale” che ha fatto la sua fortuna comprandogli l’album precedente. Un Cristicchi così inspiegabilmente incazzato è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Voto 0

Come la neve: risollevare le sorti del disco dopo il pezzo precedente è molto complicato, infatti questo lentone si distingue per inadeguatezza. Voto 5

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