Ke$ha è la nuova Lady Gaga?

Ke$ha Animal Tik Tok

Ke$ha (per gli amici Ce$ha), quella col simbolo del dollaro nel nome (bell’idea, potrebbero riciclarla anche £aura Pau$ini e Gigi d’Ale$$io. E pure io: che ne dite di ¢hi$$€nfr€ga.¢om ?) è colei la quale ci ammorba da mesi con il suo “Tik Tok”. I beninformati dicono che è una talentuosa autrice ed una apprezzabile musicista (mi porto il palmo della mano aperto davanti alla bocca, appoggio il labbro superiore tra pollice e indice, riempio la bocca d’aria e spernacchio sonoramente), e che sia destinata a diventare la nuova Lady Gaga (perché non bastava quella vecchia, eh?!). Ma se la seconda è tutta apparenza e niente sostanza, la prima non è nemmeno apparenza. Come le carampane di Nostra Signora Germanotta si premurano di informarmi, “Lady Gaga è una vera artista che prepara le sue performance ispirandosi a grandi opere d’arte” generando così a sua volta un’opera d’arte che per una tanto strana quanto geniale alchimia risulta di un trash finemente ricercato, mentre la buzzurra Ke$ha è trash a prescindere senza impegnarsi più di tanto. Praticamente è come dire che Lady Gaga ha i denti sanissimi ma si strafoga di caramelle Toffee Elah alla frutta per farsi venire la carie, mentre Ke$ha non solo ha i denti marci da secoli, ma va anche fiera della sua placca batterica.

Dunque, se Lady Gaga ha debuttato  con un album di rara bruttezza (“The Fame”, ma si è in parte risollevata con l’EP “Monster” che contiene i 6 inediti più decenti – escludo “Speachless” e “Dance in the dark” in quanto semplicemente inascoltabili – della sua breve carriera), la sua degna erede non è certo da meno, anzi, forse fa pure peggio con “Animal, già sugli scaffali negli USA e in uscita anche da noi verso fine mese. “Animal” è un album-torrone, nel senso che è formato da un monoblocco indigesto di sonorità, melodie, effetti e arrangiamenti sempre uguali e che stufano al primo morso. Quattordici malriusciti spin-off di “Tik Tok” (“Your love is my drug” è il primo palese autoplagio) cantati con tonalità equamente bilanciate tra la sbronza di superalcolici e il reflusso gastroesofageo, che vantano un uso criminoso dell’autotune e che in alcuni casi sembrano trafugati dal mangiacassette di una Miley Cyrus che ha inserito le dita nella 220 (citofonare “Kiss’n’tell” [che scopro solo ora essere scritta dal mio mito Max Martin il quale perde inevitabilmente un migliaio di punti] e “Party at a rich dude’s house”).

Ma siccome bisogna guardare sempre il lato positivo delle cose, e senza voler stroncare tutto per partito preso, cosa che peraltro a me non passa MAI per l’anticamera, ammetto che se il 90% del disco (*) è utile per attaccarci i chewing-gum masticati, in un paio di occasioni c’è un tanto flebile quanto inaspettato spiraglio di luce. “Backstabber” è un brano quasi Rihannesco che avrei sentito meglio cantato dalla spensierata teenager di “S.O.S.” (e non dalla cupa gangsta-rapper di oggi) e che quindi non sembra nemmeno troppo adatto alla voce (fastidiosa) della sua legittima autrice; mentre “D.I.N.O.S.A.U.R.” per la sfacciata noncommerciabilità e suoi richiami lo-fi a sonorità indie, perlomeno si discosta leggermente da tutto il resto. Certo, in un disco di tale inutilità è un brano che sfigura enormemente e finisce per perdersi nel marasma generale, ma se per la bad girl Ke$ha rappresenta solo l’ennesimo smacco, in bocca ad una delle suicide girl nostrane avrebbe potuto trasformarsi in una hit underground più che dignitosa.

Tirando le conclusioni si può dire che almeno un merito Kesha (e Lady Gaga) l’hanno avuto: ci hanno traghettato dagli anni 00 agli anni 10 facendoci raschiare il fondo del barile della musica pop contemporanea, di modo che tutto quello che la discografia sfornerà da qui in avanti, paragonato ai loro lavori, non ci sembrerà poi così male. Si spera.

(*) per amore (che non ho mai avuto) di matematica, non è proprio il 90% dato che salvando 2 canzoni su un totale di 14, la parte usabile come appiccicachewingum dovrebbe essere un 85% e rotti

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