Cosa resterà di questi anni 00?

In giro per la rete non faccio che vedere classifiche di dischi, film, notizie e avvenimenti che hanno segnato questo primo decennio degli anni duemila. Non aggiungerò dunque ulteriore carne al fuoco, anche perché nelle suddette altrui classifiche è già stato nominato tutto il nominabile per cui devo dedurre che qualsiasi canzone, lungometraggio, fatto e misfatto generato-non-creato nel periodo 01/01/2000-31/12/2009 sia stato decisamente memorabile. Sarà che io sono un nostalgico del vecchio millennio, ma ci credo poco.

D’altronde devo ancora riprendermi dal fatto che ci siamo già fumati dieci anni del nuovo millennio: mi sembra ieri che ero fuori da un capannone il 31 dicembre 1999 aspettando la mezzanotte che avrebbe spalancato all’umanità le porte dell’ignoto. Oggi non si fa che parlare del 2012, ma noi già allora avevamo l’inquietudine che la data mistica zerouno/zerouno/zerozero potesse significare la fine del mondo così come eravamo abituati a conoscerlo (gran daffare all’epoca avevano i testimoni di Geova che venivano a suonare il campanello ogni cinque minuti). I mass media annunciavano con crescente preoccupazione che il “millennium bug” avrebbe mandato in corto circuito l’intero pianeta. Il quadro era apocalittico: le fabbriche comandate dai computer avrebbero cessato di funzionare per sempre, il corto circuito delle centrali elettriche avrebbe oscurato la Terra. Mai più televisione, cellulari, carburanti, fibre sintetiche, acqua corrente. Ci saremmo trovati tutto a un tratto in un mondo buio, freddo, disconnesso, desolato (ma così romanticamente cyberpunk) in cui le macchine progettate dall’uomo si sarebbero ribellate al suo creatore, segnando la disfatta del genere umano drogato di tecnologia, potere e consumismo.

Si prospettava per noi un’epoca di sostanziale cambiamento, avremmo finalmente capito il senso della  vita,  la nostra esistenza sarebbe arretrata ai bucolici tempi dei nostri avi che accendevano il fuoco strofinando due sassi, avremmo assaporato il piacere delle piccole cose, avremmo coltivato pomodori non geneticamente modificati e saremmo andati a risciacquare i panni sul greto del fiume, ormai liberato da ogni tipo di inquinamento, mentre salutavamo con un sorriso cerbiatti e scoiattoli che si rincorrevano sull’erba verdissima e umida di rugiada. Gli irriducibili sarebbero periti nella catastrofe post industriale, fagocitati dai bit e dalla ruggine; gli altri sarebbero vissuti con poco e in serenità, nell’attesa della venuta di un Salvatore dall’alto, di una divinità trasfigurata, di un Dio e un Agnello, di un androide e una pecora elettrica.


Ma era il 31 dicembre 1999, dicevo, ed ero fuori da un capannone aspettando la mezzanotte. Le ore passavano ed io ero ancora fuori da quel benedetto capannone perché dentro non ci stava più nessuno. Nell’oscurità che si attenuava all’orizzonte in un bagliore rossastro, si stagliava la sagoma di un noto polo petrolchimico del Nordest: ad un certo punto un botto assordante e il cielo illuminato a giorno. Il terrore che fosse saltato per aria uno dei serbatoi che conteneva qualche sostanza chimica e che fosse arrivata la “fine del mondo così come eravamo abituati a conoscerlo” forse sfiorò qualcuno, ma non credo. Il sottoscritto fu comunque l’ultimo a realizzare che quegli scoppi erano petardi, e fuochi d’artificio quelle strane luci che illuminavano il capodanno.

Dentro il già citato capannone c’era una festa, ovviamente. Ingresso Lire 90.000. C’era la non trascurabile presentazione del calendario di Alessia Merz. Lei però non era presente e il suo calendario non se lo filava nessuno (infatti riuscii a portarmene a casa BEN due copie, una delle quali la usai sul parabrezza dell’auto come copertura antigelo). Colonna sonora della nottata, “Waiting for tonight” di Jennifer Lopez; vero ospite VIP del capodanno del millennio, me lo ricordo come fosse adesso, era un Marco Maccarini all’apice della carriera e ubriaco come forse mai in vita sua. Marco Maccarini, capite? Altro che classifiche e memorabilia: col senno di poi mi rendo conto che doveva essere un presagio che il decennio successivo ci avrebbe portato molto, ma molto poco di buono.

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