Mi prendo ancora un po’ di giorni di relax, perché quando uno smette poi non c’ha più voglia di ricominciare

Eccomi qua: oggi mi sento molto la Susy Blady meets Licia Colò meets Sveva Sagramola della situazione e in ufficio non ho nulla da fare perciò ho pensato di scrivere un bel resoconto del tour di 4000 chilometri organizzato all’ultimo secondo tra sud della Francia e nord della Spagna. Un tour a quattro in cui si è cercato di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu (leggi: i soliti luoghi turistici che ormai sono di fatto colonie italiane, eccezion fatta per Barcellona, inserita nell’itinerario solo perché avevamo voglia di risentire anticipatamente la lingua di Dante declinata in tutte le salse) e che ha toccato le destinazioni riportate nella mappa qui sopra. Comunque non vi tedierò più di tanto*, anche perché mi rendo conto che i viaggi sono più interessanti da vivere che da raccontare e non c’è niente di peggio che obbligare la gente a vedere i filmini delle vacanze narrando aneddoti che fanno divertire solo il narratore. Prendete questo post più che altro come un consiglio spassionato su cosa potreste fare l’anno prossimo, o, perché no, anche il mese prossimo.

* FALSO, vi tedierò tantissimo

Avignone: città ricca di storia, si festeggiava il settecentesimo anno del trasferimento dello Stato Pontificio. Perché non c’è rimasto, mi chiedo? Affascinante il Palazzo dei Papi, eleganti le piazze, curioso il ponte interrotto. Posto tranquillo dal clima secco e ventoso, il centro storico si gira in lungo e in largo in mezza giornata. Bellissima la skyline della città di sera, vista illuminata da fuori le mura mentre si passeggia sulla sponda del Rodano. Mangiato discretamente (baguette e omelette, naturalmònt!), l’acqua nei ristoranti è gratis (a meno che non sia Perrier). Posto consigliato alle coppiette (noi eravamo quattro maschioni single, ma vabbè, le cose belle le sappiamo apprezzare lo stesso, o no?!).

Andorra: La Vella ha il primato di essere la capitale più alta d’Europa e si raggiunge con soli 200 Km di comodi tornanti nel bel mezzo del brullume pireneico. Una volta raggiunta, la città appare come uno strampalato mix tra Canale d’Agordo e Las Vegas. Mangiato maluccio e bevuto peggio, ma la receptionist dell’hotel dalle porte che cigolavano peggio che in un b-movie di Lamberto Bava era simpatica e parlava un perfetto inglese. Secondo me era anche un po’ serial killer. Soggiornandovi qualche giorno si è obbligati a far trekking sui monti, anche perché in centro nulla v’è da vedere, se non centinaia di negozi di abbigliamento, elettronica, profumerie, tabacchi e casinò. Il Paese è zona franca e si trovano pacchetti di sigarette a 1 euro, alcoolici a prezzo da distilleria, polo Lacoste originali a 50 euro, felpe Bikkembergs a 100 euro, macchinette digitali Sony da 12 megapixel a 110 euro, eccetera eccetera eccetera. Paradiso tax free per shopping addicted.

Santander: paesotto elegante, pulito e piuttosto snob, con tanto di casinò e giardino di palme fronte mare (meglio che a Sanremo), e virtuoso palazzo dell’omonima banca fronte porto. Luogo di vacanza per famigliole e anzianotti che affollano i locali dalle 7 alle 10 di sera; poi non c’è più anima viva in giro. Noi abbiamo beccato un paio di giornate uggiose: sulle spiagge (cristalline) faceva freschino ma il clima era ideale per ammirare gli scorci quasi irlandesi offerti dalle suggestive scogliere che si tuffano in un oceano blu dove l’orizzonte si confonde tra il cielo e l’Atlantico. Siccome i prezzi in centro erano troppo chic per le nostre tasche cheap, abbiamo soggiornato in una specie di motel a ore (e ciò si intuiva dal fatto che la camera era fornita di preservativi in quantità) semiabusivo costruito in piena zona industriale a 5 km dal centro, tra un’acciaieria e l’autostrada, proprio sopra una pompa di benzina Repsol con tanto di autolavaggio. Le due receptionist dell’albergo sembravano uscite da un film di Almodovar: sudate, baffute e tettute, parlavano poco e solo spagnolo; si intuiva che erano abituate a farsi i fatti loro e a non mettere il becco negli affari fedifraghi dei propri clienti.

Bilbao: ho letto in giro che da quando c’è il Guggenheim è diventata una capitale internazionale della cultura. Meno male, altrimenti sarebbe diventata famosa solo per la squadra di calcio e per i punkabbestia di cui il centro storico sembra il regno anarchico. Piuttosto sporca, maleodorante, afosa e in piena ricostruzione, ospitava la “Semana Grande” appena trasferitasi da San Sebastian (vedi sotto), ovvero la settimana di festeggiamenti itineranti durante la quale il popolo basco più radicale approfitta per rivendicare la propria autonomia. C’era grande vitalità in giro per i vicoli di Bilbao, ma dopo aver visto San Sebastian (vedi sotto) nulla ha eguali.

Saragozza: ci siamo fermati giusto il tempo di svuotare le vesciche e mangiare un boccone, peraltro il miglior boccone della vacanza (io che non sopporto l’aglio ed il pesce ho mangiato linguine all’aglio con gamberetti ordinate, ovviamente, senza sapere cosa stessi ordinando). Già che c’eravamo abbiamo dato uno sguardo alla piazza principale, alla cattedrale e ad alcuni dei resti romani ritrovati in città. A occhio e croce meritava che ci stessimo di più.

La parte del leone di questa vacanza, oltre a Barcellona, che è un posto bello (ma non ci vivrei), pieno di divertimenti e di attrattive (sia diurne che notturne), dove vanno tutti per fare i fighi (sulla Rambla si parla più romanesco che spagnolo), e dove tutti fotografano le stesse cose (la Sagrada Familia e le case di Gaudì le aveva già immortalate anche mia sorella quando c’era stata qualche anno fa, per cui adesso le abbiamo in doppia copia), l’ha fatta – a sorpresa – una località balneare giovane e frizzante, dove c’è movimento 24 ore su 24, dove a tutte le ore del giorno e della notte si vedono girar per strada orde di teenager emo che si ubriacano di Orangina (ma anche di ragazzi molto più visibilmente “normali” che ridono, fumano, vomitano e fanno surf) insieme a famigliole con passeggini, sonaglini e pannolini, e giovani coppie e coppie tardone. Trattasi di San Sebastian, una vera rivelazione, consigliatissima durante la Semana Grande, per lo spaccato di originalità, divertimento e varia umanità che offre. E’ un po’ fuori mano (ahimé), ma fortunatamente ci sono meno nostri connazionali cafoni in giro: è come essere in una specie di Barcellona in miniatura, ma meno eccessiva, senza gli spacciatori che ti fanno offerte “prendi tre / paghi due” ad ogni angolo e senza la falsa trasgressione ostentata delle prostitute dallo sguardo smorto che ti pedinano per strada infilandoti le mani nei pantaloni. San Sebastian offre spiagge affacciate sull’Atlantico pulitissime e semideserte di giorno (rispetto agli standard nostrani: fare il bagno nell’oceano trasparente con dieci persone al massimo attorno nel raggio di cento metri ha quasi lenito il mio arcinoto “odio per la spiaggia”), che si riempiono di notte di gente che vista dall’alto sembra dar vita ad un immenso formicaio, tutti lì per godersi in prima fila lo spettacolo del concorso internazionale di fuochi pirotecnici (cose davvero MAI viste, e io che pensavo che il top dei fuochi artificiali fosse quello esibito la sera di chiusura della sagra del mio paese che fino all’anno scorso vedevo tranquillamente dalla finestra della mia camera, mentre quest’anno mi hanno costruito dirimpetto un condominio che mi toglie luce, aria e visibilità – ma questa è un’altra storia – sigh!).

Per strada c’è un viavai continuo, i baretti dei “pintxos” che offrono le specialità da gustare (assolutamente da scoprire il “bocadillo con tortilla” ovvero un panino con la frittata di patate che a casa non faresti mangiare nemmeno al tuo criceto) mentre si cammina per strada tracannando una “caña” di birra sono tutti piccoli e strapieni: ci si accalca come mosche su una carcassa abbandonata, ci si pesta i piedi, si suda e si beve, si mangia e si beve, si beve, si beve, si beve (la bevanda nazionale è la birra, che costa quasi meno dell’acqua, altro che sangria!). Dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata, gli artisti di strada e le attrazioni che si trovano in giro sono innumerevoli: si va da marching band che suonano coi fiati canzoni dance anni 90 a jazzisti clochard di grande potenza vocale; da ballerini hiphop cino-spagnoli a boscaioli seminudi che creano melodie sbattendo dei tronchi di legno fuori da un centro commerciale. Per strada i “Gigantes” picchiano con un rumoroso sacco pieno d’aria uomini, donne e bambini senza distinzioni, creando una fuga generale e le “simulazioni di corrida” con tori finti che sparano fiamme sulla folla generano fiumi impetuosi di persone d’ogni età che scappano urlanti dai falsi bovini per poi rincorrerli nuovamente non appena questi girano l’angolo.

La settimana ferragostana in cui si festeggia l’orgoglio basco è presa molto sul serio dai cittadini “euskadiani” che rivendicano la loro indipendenza ormai più per tradizione folcloristica che per reale convinzione. Poi c’è qualche giovanotto facinoroso-rivoltoso dall’aspetto comunistoide (tu chiamali se vuoi terroristi oppure eroi, a seconda di come la vedi) che esagera con l’amor patrio e allora anche un arresto notturno può diventare un’attrazione per turisti. Le città dei Paesi Baschi in questo periodo vengono letteralmente tappezzate di manifesti, cartelloni, fogli, adesivi con scritte più o meno comprensibili, ma tutte inneggianti alla libertà negata, con foto degli arrestati per i quali viene chiesta la grazia rimosse dalle forze dell’ordine e puntualmente riattaccate dopo cinque minuti. Le istituzioni spagnole prendono altrettanto sul serio la manifestazione (la frase in lingua basca “Borroka da bidea” nella foto sopra significa più o meno “combattere è l’unica soluzione“), tanto che oltre alle centinaia di vigili che presidiano il traffico (è pressoché impossibile girare liberamente in auto per il centro o trovare un parcheggio, dato il numero assurdo di turisti che si riversa in città per seguire i festeggiamenti), la polizia è schierata in quantità forse eccessiva ed in tenuta da sommossa (passamontagna e mitra spianato) generando anziché un senso di “sicurezza”, una certa sensazione di angoscia: sarà che sono abituato qui da noi che quando uno parla di indipendentismo, separatismo o secessione, la cosa fa talmente ridere che, anziché in galera, viene spedito direttamente al governo.

About the author

Chissenefrega

© 2006-2014 - Chissenefrega 2.0 #whocares #zeroodio #tantoammore - Created by Meks. Powered by WordPress.