Mariah Carey – Obsessed

Immagina una Mariah Carey che – reduce dal semiflop del precedente album e terrorizzata all’idea di poter sparire nuovamente nell’anonimato come ai tempi di “Glitter” – ti si presenta davanti con una valigia piena di dollari e ti chiede di… …scriverle una canzone (beh, cosa avevi pensato?). Se avessi un minimo di senso del dovere (o del pudore), tenteresti perlomeno di sfruttarne la vocalità, così ricercata seppur appiattita dal tamarrume dilagante.

Invece, gli autori-barra-produttori americani più in voga del momento, quel senso del dovere (o del pudore), mica ce l’hanno: The Dream e Tricky Stewart nel caso specifico (gli stessi di Umbrella), a occhio e croce conservano nel cassetto una serie di brani già precostruiti e identici per sonorità (fatte da scoppiettii buttati là conditi da “noise” antimusicali di vario genere) e melodie (più o meno già sentite, il cui segreto è di concentrare 700 parole nella strofa e far venire la raucedine alla povera disgraziata che avrà la sfortuna di cantarle, a forza di ansimi da suina in calore nel ritornello) che smerciano a destra e a manca, senza curarsi di chi le interpreterà. Ecco, allora, che la blasonata-disperata Mariah Carey si ritroverà suo malgrado a doversi sciroppare un brano r’n’b noioso e ipergenerico che si stancherebbe di cantare anche qualsiasi sciacquetta emergente, tipo una Ciara, durante un amplesso simulato con Justin Timberlake.

Poi, Mariah, non è che non ci metta del suo: da quando le hanno ficcato in testa l’idea balorda che può permettersi anche di fare la simpatica (chi sarà stato mai a darle il folle consiglio? Per me Mariah Carey non è più Mariah Carey se non se la tira all’inverosimile), è diventata ancora più intollerabile di prima.

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