Martyrs

Le recensioni che si trovano in giro di Martyrs (così come di tutti gli altri film d’orrore che fanno parlare) sono completamente contrastanti. C’è chi lo giudica un profondo ed ermetico capolavoro che potrebbe rilanciare il cinema di genere di stampo europeo e chi lo ritiene un pretenzioso pistolotto escatologico dall’inutile violenza visiva. La verità forse sta in mezzo: il discutibile film di Pascal Laugier (che giunge nelle nostre sale con due anni di ritardo, dopo aver fatto inorridire la Francia che per questo lungometraggio ha rimesso in moto la censura, inattiva da anni) è (tiepidamente) consigliato ai patiti dell’horror d’altri tempi, quelli dei film dei primi Carpenter e Hooper, Fulci e Deodato (a cui le citazioni non mancano). Agli appassionati degli slasher movie moderni, invece (per capirci: quelli dove ci sono dei teenager che vanno in una casa sperduta e per due ore giocano a rimpiattino con zombie usciti dal solaio e alla fine muoiono tutti tranne uno o forse no), sembrerà una insensata e noiosa replica di qualcos’altro già visto. O forse no.

Il film, ambientato nel 1986, racconta la storia di Anna e Lucie, ragazze oramai adulte, conosciutesi in orfanotrofio e unite per la vita da un misterioso segreto che risale all’infanzia della seconda delle due. Gli spettri nella mente di Lucie, la porteranno a sterminare una famiglia che lei ritiene responsabile di alcune orride torture fisiche (ma non a sfondo sessuale) subite da bambina. Anna è scettica, ma comunque è disposta ad aiutarla ad occultare i cadaveri anche se dentro di sé considera Lucie leggermente svalvolata pur non avendo il coraggio di dirglielo in quanto innamorata di lei. Dopo che Lucie si suicida a causa di una mostruosa visione che la perseguita, Anna si rende conto che gli omicidi compiuti da Lucie non erano giustificati dalla sua follia, bensì avevano un fondamento. Questa consapevolezza le viene data dal ritrovamento di una ragazza incatenata in uno scantinato, nuda, piena di tagli e di lividi, e con delle placche di lamiera ingraffettate sul cranio (che però si possono rimuovere con l’ausilio di un semplice cacciavite a taglio). Mossa a compassione (e per dare un senso alla morte di Lucie), Anna decide di aiutare la sconosciuta, ma non appena costei riesce ad appropriarsi di un coltello, cerca di squartarsi le braccia. La ragazza non termina l’opera in quanto arrivano dei personaggi in divisa, tanto silenziosi quanto ignoti, che la fanno fuori ed imprigionano Anna nel sotterraneo al posto di quell’altra, sottoponendola ad ogni sorta di incomprensibile e reiterata violenza senza un apparente motivo. Rasata, spogliata, picchiata a sangue quotidianamente, abbandonata mezza moribonda nel sudiciume dei suoi escrementi e cibata con una vomitevole poltiglia giallastra, la ragazza riuscirà a sopravvivere fino a raggiungere il momento catartico dello scuoiamento integrale del corpo.

Il perché di tanto inaudito sadismo giunge a trenta secondi dalla fine, quando si scopre che una setta carbonara di pensionati bavosi, seguaci di una certa Mademoiselle (una signora anziana tale e quale a Gianni Boncompagni [cit.]), si dedicano alla tortura di giovani ragazze allo scopo di “martirizzarle”, ovvero portarle alla soglia dell’aldilà rimanendo però coscienti, affinché possano apprendere cosa si cela dopo la morte ed esserne testimoni per riferirlo all’umanità. Nonostante Anna esegua alla perfezione il compito sopravvivendo alle sevizie e riferisca a Mademoiselle ciò che vede in punto di morte (ovvero: luci colorate e tanto fumo, come essere in discoteca negli anni 90, praticamente), il segreto non verrà mai svelato in quanto

[spoiler]

Mademoiselle si sparerà in bocca prima di rivelarlo ai suoi adepti, lasciando intendere che si tratta di qualcosa di talmente sconvolgente che è meglio che il mondo non sappia. Oppure che è talmente una figata che vuole andare subito a buttarsi nella mischia. Boh. Probabilmente la corretta chiave di lettura ce la daranno in Martyrs 2…

Martyrs dispone di una scenografia scarna (il tutto si svolge tra una casa con arredamento bauhaus ed uno scantinato/laboratorio), ma di una buona fotografia che inganna l’occhio dando l’idea che le ambientazioni siano più vaste di quanto non sembra. La crudeltà del plot è palpabile (anche se il sospetto che si sia voluto solamente cercare lo scandalo a tutti i costi, ogni tanto emerge), il sangue scorre a fiumi, gli effetti speciali sono d’impatto e ben confezionati, considerando che non è un kolossal hollywoodiano. Il parterre di attori non è particolarmente folto, ma capace: la protagonista indiscussa del film è Anna (Morjana Alaoui), peraltro decisamente brava (e che dalla finzione del set si è portata a casa un paio di reali fratture); tutti gli altri – cinque o sei attori in totale – si limitano al silenzioso ruolo di cadaveri o all’altrettanto silenzioso ruolo dei torturatori, ma sono ben calati nelle parti. Il silenzio è rotto (piuttosto spesso) da urla sguaiate e rumori metallici di catene e pestaggi. I dialoghi, nell’intero film, sono un paio ed è meglio così in quanto sono francamente ridicoli (esempio: dalla casa in cui i muri grondano sangue ed il cui salotto è pavimentato di corpi dilaniati, Anna decide di chiamare al telefono la madre che non sente da due anni per dirle che “va tutto bene”, manco fosse in spiaggia con gli amici – poi si scoprirà che serviva un pretesto per lasciare la cornetta del telefono sganciata ma, a quel punto, non era meglio far inciampare Anna nel filo, oppure farla chiamare da quelli di Vodafone per proporle la Vodafone Station?).

Punto a favore dell’horror è la costruzione narrativa: il film è nettamente diviso in due parti (lo spartiacque è la suddetta telefonata di Anna alla madre), la prima più in stile “splatter caotico”, la seconda più simil “snuff-movie introspettivo”. Partito in un modo, procede e termina in una maniera completamente diversa e inaspettata (l’impronta stilistica è un po’ quella di “28 giorni dopo”), non tanto per quello che succede, ma per “come” viene raccontato, con delle scelte registiche al limite del ripetitivo e dell’assurdo (l’abuso di dissolvenze, ad esempio) che faranno storcere il naso ai puristi, ma che conferiscono al film una discreta originalità, abbattuta purtroppo da qualche scena cretinetta (la “resurrezione” della madre della famiglia sterminata) e da un finale pseudomoralista non particolarmente creativo.

Il film, senza dubbio, per un motivo o per l’altro colpisce anche lo spettatore più smaliziato e dallo stomaco d’acciaio: di certo è il gore gratuito e fine a se stesso a farla da padrone: la violenza inaudita ed apparentemente senza spiegazione razionale, incasella il film nel sottogenere dei più atroci torture porn (à la “Hostel”), ma tra le righe vi è il “valore aggiunto” dell’incomprensibilità mistica del tutto che incuriosisce e conferisce al film un’atmosfera malata e disturbante. Purtroppo, il rapido epilogo, è degno di un “pretenzioso pistolotto escatologico” e risulta insufficiente per dare un reale significato gratificante e liberatorio ad un’ora e mezza dominata dal disgusto (che, anche se è una sensazione negativa, è già qualcosa, rispetto al nulla sotto-vuoto-spinto che infondono analoghi film americani).

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