La lingua batte dove il Dente canta


Giuseppe Peveri in arte Dente fa parte della generazione dei Bugo, dei Pacifico e dei Tricarico: quella dei cantautori misconosciuti e un po’ di nicchia, un po’ da club fumoso, un po’ da centro sociale 2.0, un po’ da orgogliosa scoperta intimista. Cantautori che nel panorama dei soliti noti somigliano a pochi, forse a nessuno, e che magari un giorno si autodistruggeranno a Sanremo oppure collaborando con Gianna Nannini. L’originalità del “pop d’autore” di Dente, più che nelle sonorità che sono spesso minimaliste e (seppur molto gradevolmente) nulla di che,  sta nelle liriche creative, ironiche e ricercate che farebbero impazzire qualsiasi pulzella venticinquenne comun(ideal)ista che non guarda la tv, mette collanine di quarzo rosa, legge il blog di Luttazzi ma che comunque non rinuncia alla t-shirt Dolce e Gabbana indossata per comodità, mica per “immagine”. La “qualsiasi venticinquenne comun(ideal)ista” è fuor di dubbio che si farebbe anche mettere più che volentieri le mani addosso dal bel Dente, il quale, volutamente spettinato e con una trasandatezza quasi trendy, quando canta dopo essersi scolato dodici litri di birra assume le sembianze di una specie di Fabio de Luigi mentre imita Filippo Nardi, trasformandosi  in cabarettista a 360 gradi: romantico e moderatamente maledetto, intelligente e verbalmente ambiguo, divertente e sulle nuvole quanto basta, se la canta e se la suona risultando talmente abile di mano e di lingua che tra una canzone e l’altra disintegra una chitarra e si abbandona al battutismo naif. Se non sei una “qualsiasi venticinquenne comun(ideal)ista”, però, Dente è ancora più meritevole di essere scoperto, perché è bravo, perché è un poeta, perché se hai poca fantasia ti dà lo spunto per sussurrare qualcosa di strano all’orecchio della prima che passa (tipo: “mettiamo un disco sul giradisco“), e così – se non ti becchi un cartone – puoi rubarle un bacio una sera come tante, senza pretese, al chiaro di luna.

Comunicazione cultural-musicale destinata ai lettori del Nordest
Avevo promesso ad Elisabetta dell’associazione Srazz (ma solo perché è un’amica, lettrice di vecchia data e l’ho obbligata ad offrirmi da bere anche se ancora avanzo perché ieri sera al concerto del succitato Dente l’ho vista alquanto indaffarata e non volevo fare la figura di quello che va a disturbare solo per scroccare) che avrei utilizzato tutto il potere mediatico di cui dispongo (ovvero questo blog e null’altro, però potrei farmi dei tatuaggi oppure attaccare adesivi sulla macchina) per perorare la causa del “Tam Tam – Festival di suoni e culture dal mondo”, storico evento organizzato nella prestigiosa cornice di Villa Valmarana a Mira (VE) in piena Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia. Trattasi di una manifestazione di aggregazione per tutte le età che si tiene annualmente per circa un mese all’interno del parco di una delle più famose ville venete della zona, ma che ha subìto per un paio d’anni una battuta d’arresto a causa di problemi organizzativi e legati alla carenza di sponsor. Ritornato quest’anno in grande stile, il festival – seppur stretto dalla morsa della crisi – propone concerti di qualità, spettacoli di cabaret, mercatini etnici e birra a fiumi. Per i residenti in zona è un must, ma molti arrivano anche da fuori provincia. Per tutti i curiosi all’ascolto (logisticamente comodi), qui c’è il programma.

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