Desperate Housewives, quinta stagione

Ho sempre sbandierato il fatto che, non avendo Sky, mi piace attendere che la tv non a pagamento, pubblica o privata, trasmetta le mie serie tv preferite per poterle seguire con l’ansia crescente di settimana in settimana e scoprire lentamente quali sono le vicissitudini dei protagonisti. Ebbene: tutte balle. Io ODIO aspettare anni e anni che la tv non a pagamento, pubblica o privata, trasmetta le mie serie tv preferite per poi rischiare di vederle spostate nei palinsesti a notte fonda, al pomeriggio, o in un altro giorno della settimana o addirittura soppresse per bassi ascolti. Quindi sono caduto nel vortice delle puntate recuperate di straforo in maniera non propriamente convenzionale(*), e viste una di seguito all’altra senza sosta neanche per fare pipì (tipo otto in una unica nottata che poi è un paradosso, se ci pensi, perchè avendole a disposizione in formato digitale potresti vedertele come e quando vuoi anzichè fare la figura del junkie in astinenza che più ne ha e più ne vuole e – se proprio devo dirla tutta – questa maniera così “tutto e subito” in pieno stile internettiano di fruire le serie tv fa più male che bene, sia a loro che a noi, ma soprattutto alla mia vescica).

Questo perché ho scoperto che le Desperate Housewives mi avevano lasciato un vuoto dentro che dovevo colmare. Diciamocelo francamente, la quarta stagione è stata qualcosa di semplicemente meraviglioso, con il cancro vinto di Lynette, con Bree che si finge madre di suo nipote, con Susan e Mike Delfino sposi e neogenitori, con la MIA Gabrielle che riscopre l’amore per Carlos, con la misteriosa storia di Katherine che si guadagnerà un posto nel telefilm anche per la stagione successiva. Per non parlare del “cliffanger” con la serie che balza in avanti di 5 anni: l’ultimo minuto della season-finale della quarta stagione (come già documentato) mi ha fatto staccare e precipitare sul pavimento la mandibola.

La quinta stagione [ocio che c’è qualche spoilerino]

La quinta stagione, dicevo, risulta un po’ meno brillante dell’inarrivabile quarta (sempre meglio della terza, comunque), ma è il prezzo da pagare per il rischioso salto nel tempo: vedere Lynette con figli più grandi di lei – e ormai mezzi avanzi di galera – fa una certa impressione; Bree donna in carriera, datrice di lavoro di una famiglia in carriera, e aspirante suocera modello del genero gay in carriera non è particolarmente credibile; Gabrielle madre e moglie coraggio di un marito cieco (ma non per molto) vestita di stracci nun-se-po’-guardà; e Susan, beh, si capisce subito che con il nuovo fidanzato non può durare, anche perché lui è talmente giovane che andrebbe bene per Julie che un anno fa aveva 16 anni e ora ne ha 21 ma è sempre tale e quale, solo che allora vestiva felpe fiorate, ora seriosi tallieur. Il filone drama-mistery con la torbida storia del nuovo marito di Edie (per la quale le sceneggiature future prevedono una brutta fine: causa crisi economica, il suo personaggio verrà tagliato per risparmiare sul budget), nonostante cresca col tempo, non è eccessivamente appassionante ed è basata su una serie di coincidenze talmente aleatorie che è più facile fare cinquina al lotto avendo giocato solo quattro numeri. I dialoghi sono in linea con le serie precedenti e riservano qualche perla (anche grazie allo spazio concesso alle stramberie della signora McCluskey), però complessivamente mi aspettavo un po’ di più.

Ma tutte le mie perplessità futuristiche sono state completamente abbattute (oppure convalidate) per merito della tredicesima puntata, che è anche la centesima della serie. Puntata commemorativa che risolleva l’intera stagione grazie ad un flashback doppio, ritornando cioè al presente e quindi ancora indietro: in totale si indietreggia di nove (forse dieci) anni rispetto al presente della serie. “Tutto si può riparare”, questo è il titolo dell’episodio, scritto dallo stesso ideatore della serie Marc Cherry, sembra puntare al metaforico obiettivo di dare un senso al balzo temporale andando a perlustrare zone d’ombra del passato ancora inesplorate, ma che appaiono fondamentali per gli sviluppi che verranno. Tutto si può riparare, anche una stagione non brillantissima, grazie ad una puntata evento, estremamente toccante e dallo straordinario impatto emotivo, che riporta sulla scena anche i defunti Mary Alice Young e Rex Van De Kamp e che si classifica senz’ombra di dubbio tra gli episodi migliori di sempre (insieme a quello della quarta stagione in cui Lynette spara all’opossum). Un generoso regalo fatto col cuore a tutti i telespettatori più attenti e ai fans più accaniti: ho consumato vagonate di fazzoletti per asciugarmi i lacrimoni.

(*) a ben pensarci non mi sembra di commettere un gran reato: Desperate Housewives va in onda in chiaro su Rai Due; io pago il canone, perciò anche se vedo in anteprima su internet le puntate rippate da Sky mi sento con la coscienza abbastanza a posto: che differenza fa che le veda ora in rete oppure tra un anno in tv? Cos’è che non mi torna?

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