Lacuna Coil – Shallow Life

Qual è la rockband italiana più amata nel mondo, ma praticamente semisconosciuta al “pubblico generico” in patria? No, non sono i Cugini di Campagna e neppure i Pooh. I Lacuna Coil hanno all’attivo centinaia di concerti tenuti sui palchi dei più prestigiosi festival d’America, Nordeuropa, Australia, Giappone, nonché un incoraggiante piazzamento dei loro lavori ai piani alti della classifica discografica più importante d’oltreoceano, la Billboard; sul loro curriculum sono vidimate le simpatie della famiglia Osbourne (e chissà se è un bene), ma in Italia nemmeno un’ospitata nel daytime di X-Factor. La costruzione del progetto Lacuna Coil passa per anni di dura gavetta e competenza musicale acquisita sul campo con un’abnegazione raramente riscontrabile nei musicisti italiani moderni che, anziché imbracciare le chitarre e farsi il mazzo suonando in giro, preferiscono guadagnarsi una fama effimera nei talent show. Di sicuro c’è anche una componente di fortuna, arrivata dopo anni di prove, tentativi, smussamenti di genere e restyling sonori durante i quali la band si è mossa attorno ad un obiettivo sempre più messo a fuoco fino a centrarlo nel 2006 con l’album “Karmacode“.

“Karmacode”, pur essendo un lavoro non esente da difetti (tra i più evidenti alcune stesure non perfettamente riuscite e delle parti cantate in un inglese alquanto maccheronico), era un album sorprendentemente genuino che stava traghettando la band dagli esordi gothic-metal all’attuale pop-rock radiofonico. L’ibridazione dei generi (e lo straordinario equilibrio con cui veniva presentata), foriera del cambio di pelle a cui Cristina Scabbia e soci stavano andando incontro, suonava come qualcosa di innovativo, interessante, che sotto ad una velata ammiccantezza nascondeva un’anima rock decisamente intensa (aiuto, parlo come la Ventura, ormai).

Il follow up uscito in questi giorni, “Shallow life“, vorrebbe correggere gli errori del passato affidandosi al produttore Don Gilmore (Linkin Park, Avril Lavigne, Pearl Jam). Ma se per quanto riguarda tecnica, arrangiamenti e mix si può parlare di evoluzione, non si può dire lo stesso per i “contenuti artistici“: il cambio di genere è ormai completamente compiuto e i Lacuna Coil, orfani del meticciato musicale tra il funereo ed il ruspante, hanno preso la via glamour del rock-pop con influenze quasi-dance o quasi-rnb, lasciando qui e là qualche schitarrata ruffianamente pseudometallica per non rischiare che i loro vecchi fans li aspettino in un retropalco per massacrarli con un cric.

La voce della Scabbia (leader carismatica del gruppo, considerata dalla stampa internazionale una delle donne più sexy del rock mondiale) è indubbiamente ciò che di meglio offre questo disco; peccato che in quasi tutte le canzoni (e onestamente non riesco a spiegarmene il motivo) venga ostacolata dal cantato maschile di un’instabile Andrea Ferro, vocalmente eccessivamente presente, il quale risulta a dir poco imbarazzante per la pronuncia ìnglisc stile Roberto Benigni alla Notte degli Oscar.

Se i Lacuna Coil, per un certo periodo, hanno rappresentato la risposta del “rock vero”  alla pochezza gothic-patinata che imperava per (de)merito delle colonne sonore dei film fantasy hollywoodiani, oggi la band milanese sembra aver ceduto alle lusinghe della commercialità un po’ qualunquista ed il video del  primo singolo (“Spellbound”) girato in una location extralusso gentilmente offerta da Dolce e Gabbana, ne è una tragica conferma. Le rockband che possono permettersi di essere alternative e trendy contemporaneamente si contano sulle dita di una mano e i Lacuna Coil, stavolta, non hanno centrato questo – forse un po’ troppo ambizioso – obiettivo.

About the author

Chissenefrega

© 2006-2014 - Chissenefrega 2.0 #whocares #zeroodio #tantoammore - Created by Meks. Powered by WordPress.