Royksopp – Junior

Al primo ascolto l’ho trovato un po’ deludente. Al secondo, un po’ noioso. Poi mi sono preso una pausa di riflessione di un paio di giorni prima di concedergli il terzo ascolto, perché forse l’avevo troppo atteso e idealizzato. Ancorché con ascolti successivi è naturale che sembri migliorare (perché subentra il fattore emotivo e, invece, io sono dell’idea che un album va valutato al primo ascolto, salvo poi cambiare idea nel tempo per questioni tangibili ed inoppugnabili), Junior è decisamente un lavoro dimesso e sottotono, rispetto ai colpi di genio a cui nel tempo ci avevano abituato i Royksopp. E’ un disco che non svolge, non sconvolge e poco coinvolge. Non rotola, non fa presa, ha un meccanismo come inceppato che sembra sbloccarsi solo alla traccia otto (“You don’t have a clue”) per poi ripiombare in un limbo dalla poca anima, che non ha marchio di fabbrica, che potrebbe essere stato realizzato da chicchessia utilizzando la valigetta scaricata da internet del bravo electro-nordic-pop-nonsocchè-producer. E una Robyn non fa primavera: neanche il tocco magico della electro-nordic-pop-nonsocchè-sensation ingaggiata come coautrice ed interprete del futuro e spigoloso singolo dal retrogusto depechemodiano The girl and the robot” non convince più di tanto, risultando poco incisivo, ma perfettamente in linea con le scelte di “status quo” del disco. Junior non apporta granché di nuovo a quanto già dei Royksopp era noto; anzi, in alcuni punti vengono rimestati gli stessi medesimi ingredienti (primo fra tutti la voce di Karin Dreijer dei Knife, quattro anni fa interessante novità, oggi al limite del fastidiosetto) già presenti in “The Understanding” – che rimane il loro miglior lavoro. E anziché creare ricette saporite e fragranti, sembra che il duo norvegese si sia dimenticato di mettere ai nuovi pezzi talvolta il sale, talvolta il pepe, o talvolta entrambi.

Sebbene, nel complesso, non si possa dire che Junior non sia un disco ben prodotto o che i Royksopp non siano gli indiscussi portatori sani di quel genere di nicchia – ma sempre più sdoganato – meglio noto come “elettronica intelligente”, devo eccepire che forse, stavolta, è un po’ troppo “intelligente” e io non ci sto dietro. Ascoltarlo tutto dall’inizio alla fine senza farmi prendere dalla voglia di usare il tasto “skip”, risulta uno sforzo che non lascia quelle soddisfazioni emozionali attese. Personalmente faccio fatica a capirlo questo disco, nonostante gli ascolti ripetuti: ed attendere che mi entri in circolo è frustrante, perché è la stessa sensazione che provavo in quarta superiore quando tentavano di farmi andare giù i logaritmi, ma non c’era verso.

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