Lily Allen – It’s not me, it’s you

Lily Allen è una ventitreenne della Londra bene che non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un disco per mantenersi. Ma soprattutto non avrebbe alcuna necessità di pubblicare un BUON disco per mantenersi. Reduce da un’infanzia tormentata, da un tormentone estivo, e da un demenziale show tv, Lily è già stata ampiamente sfottuta su queste pagine per i suoi atteggiamenti al limite del buon gusto e contestualmente riabilitata musicalmente grazie ad un nuovo singolo (“The fear”) in grado di cancellarne tutti gli eccessi per illuminarla di una luce nuova. Se ai tempi di “Smile” peccava di autostima oltre che di una eccessiva leggerezza e, nel complesso, “Alright Still” si poteva considerare un album piuttosto scontato e immaturo, la Allen di “It’s not me, it’s you” sembra riaffiorata da una sauna finlandese in compagnia dei Royksopp e dei Chemical Brothers (ma sono certo che con questi ultimi, in particolar modo con uno dei due, ha fatto più che una sauna), che le ha aperto i pori della pelle e conferito una vena caratteriale fortificata, oltre che delle qualità vocali migliorate: oggi più amabili e vellutate – come anche le sonorità , sature e modernissime – rispetto a quelle quasi stridule dell’album precedente.

Se la stampa al servizio di Sua Maestà ha nominato “The fear” una delle migliori canzoni pop degli ultimi anni, anche dell’album “It’s not me, it’s you” le recensioni in giro sono più che positive. E la mia autoradio conferma (l’ultimo cd che aveva girato ininterrottamente per più di una settimana è stato quello de “il Genio“). Dice Rockol: “è uno di quegli album così perfettamente inutili che sarebbe un peccato non acquistare. E’ simpaticamente leggerino, grazioso e non lezioso, adattabile a varie circostanze come una sciarpa di cashmere”. Quale miglior definizione per dare un senso compiuto alla parola “pop”? E’ difficile, infatti, trovare dei difetti a quest’album che propone una selezione di canzoni ben salde sul binario dell’elettropop, che non si discostano dalla tradizione melodica tipica anglosassone, ma che tentano un originale crossover che coinvolge elettronica, folk, country ed underground. A suoni sempre furbescamente azzeccati (anche quando azzardano uno stupefacente approccio electroclash) e divertite citazioni al limite del plagio, si unisce un consapevole uso di campionamenti e strumenti desueti (la fisarmonica e l’adorabile pianetto honky-tonkeggiante su tutti) e dei testi con un sarcasmo spesso spinto al bollino rosso ma che rappresenta appieno una certa cultura giovanilistica della Gran Bretagna che vive nel presente.

In maniera assolutamente intelligente, però, il disco non esce mai dal seminato e rimane fruibile dall’inizio alla fine ad una platea generalista dal palato preferibilmente anglosassone e nordeuropeo, ma non solo. Di fronte a questa Lily Allen soccombe ogni Lady Gaga ed ogni Katy Perry, a dimostrazione che esiste ancora una realtà di popmusic fatta col cervello prima che con la merificazione del corpo, che ancora molto ha da dare in termini di creatività e di appagamento dell’ascoltatore. Realtà della quale sembra che solo noi in Italia dobbiamo ancora accorgerci, visto che le nostre radio sono intasate di tamarrate americane (e taroccamenti all’amatriciana) che ormai non funzionano nemmeno più in patria e i nostri talent-show continuano a proporre le ormai artisticamente defunte Anastacie come modelli unici a cui ispirarsi.

Dopo il salto il “sampler” dell’album (su cui arrivo in ritardo di un mesetto abbondante, ma meglio tardi che mai)

Lily Allen – Its not me, Its you

E nel caso in cui il player qui sopra non funzionasse…

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